La vita e la boxe, intervista verità con Orlando Fiordigiglio

koverSabato, al Palasport San Filippo di Brescia,  europeo superwelter (titolo vacante) tra Orlando Fiordigiglio e il mancino francese Cedric Vitu. In questa intervista il nostro pugile si mette a nudo come non ha mai fatto.

 

Orlando Fiordigiglio, hai l’accento toscano. Di Torre del Greco, la città dove sei nato, cosa ti è rimasto?

“Il sangue. Ho radici profonde nella mia terra”.

Primo match da professionista contro Segurini, all’angolo dell’avversario c’è Meo Gordini. Ricordami cosa è accaduto.

“Ho vinto. Durante l’incontro sentivo cosa diceva il maestro al suo allievo e mi stupivo. Guarda questo, in trenta secondi ha già capito tutto di me! L’ho contattato grazie al presidente Sassoli e da allora è stato sempre al mio angolo. È severo, pretende il massimo. E forse è proprio per questo che mi trovo bene con lui. Mi trovo bene anche con la sua famiglia che mi ospita quando vado a Ravenna ad allenarmi per più giorni”.

gordini copiaPerché sei entrato in una palestra?

“Ero cicciottello, volevo dimagrire. Avevo 14 anni e avevo già provato il tennis, il calcio. Ho avuto la fortuna di andare nel posto giusto, quello gestito da un uomo eccezionale: Paolo Calamai. La boxe mi è subito piaciuta. Ho cominciato con due giorni di allenamento a settimana, poi tre, poi quattro. Il quinto è stato una conquista, era riservato agli amatori. È stato il mio primo trofeo. Ah, quasi dimenticavo. Dopo un mese ero calato nove chili e poco dopo debuttavo da peso piuma”.

In Italia si può vivere di pugilato?

“Non guadagni abbastanza per poterlo fare. Ma si può vivere di soddisfazioni”.

La gente si chiede perché uno debba prendere colpi in combattimento, soffrire in allenamento, impegnare ogni minuto del tempo libero solo per prendersi una soddisfazione.

“È gente che non ha mai fatto boxe. Sul ring ti metti a nudo, togli tutte le maschere che ti sei costruito per vivere nella società. Lì sei uno contro uno, sei solo e provi una fortissima emozione che ti fa dire: ce l’ho fatta! Ci ho provato, ma non riesco a spiegare cosa senta dentro un pugile a chi pugile non lo è mai stato”.

fiorcopiaLa domanda te l’avranno fatta in molti.

“Sì. Mi vedevano correre la mattina, il pomeriggio, sudare in palestra. E mi chiedevano: ma chi te lo fa fare? “

E tu cosa rispondevi?

“Venite in palestra, regalatemi un mese del vostro tempo e troverete da soli la risposta. Molti di loro sono lì da un anno e non hanno alcuna intenzione di lasciare…”

Sei diplomato perito elettrotecnico e lavori da dieci anni all’Enel, come sono i tuoi turni?

“Per tre settimane mezza giornata. Una settimana al mese sono reperibile, ovvero lavoro anche di notte per rispondere alle chiamate urgenti. Neve, pioggia, vento io sono fuori. Sette giorni a tempo pieno”.

Quale è il programma di una tua giornata normale?

“5:45 sveglia

6:15 corsa

8.00 lavoro

13:00 pausa pranzo

14:00 lavoro

16:30 fine lavoro

17:30 palestra

21:00 a casa”.

Da un paio di anni vivi con Giulia, non la conosco ma deve essere una santa.

“Siamo andati a convivere così riusciamo a vederci. Lei è una sportiva e capisce cosa significhi fare il professionista. E poi è abituata ai sacrifici. Li ha fatti per studiare, è medico, per lavorare, per lo sport. A noi dedichiamo solo la domenica. Sì, forse è una santa”.

allTi è mai capitato che, rispondendo a una chiamata notturna, sia stato riconosciuto dalla vittima del guasto?

“Ad Arezzo accade spesso. Una volta è successa una cosa curiosa. Avevo disputato un match per il titolo e il giorno dopo ero al lavoro. Avevo una mano fasciata per un piccolo incidente sul ring. La signora mi ha riconosciuto. Ma lei, mi ha detto, ieri sera era in televisione a combattere e adesso è qui nonostante l’infortunio?”

E tu cosa hai risposto?

“Signora, per vivere bisogna lavorare”.

OkBRCosa ti piace del pugilato?

“Tutto. La possibilità di misurarti, di capire il tuo valore. La determinazione che devi avere in allenamento, la gioia dell’incontro. E poi la possibilità di conoscere brave persone. Lo so che la boxe fa notizia per qualche delinquente, ma io sono convinto che sia popolata nella stragrande maggioranza da brave persone. Ne ho incontrate tante nella mia vita. Paolo Calamati, il primo maestro. Aldo Sassoli, presidente che mi tratta come un secondo padre, Meo Gordini uno che pretende sempre il meglio da me e tanti altri ancora”.

Chi non la conosce, pensa che la boxe sia solo uno scontro fisico.

“E sbaglia. Il match è essenzialmente una sfida mentale. Sono tutti buoni a tirare qualche pugno dopo un po’ di allenamento. Ma sul ring devi capire come e quando tirarlo, intuire le mosse dell’avversario, controllare le emozioni, imporre la tua personalità. È soprattutto la testa che ti fa vincere”.

Combatti con le scarpette di un tuo amico.

“Sì porto quelle di Efrem, il figlio di Paolo Calamati che me le ha regalate molto tempo fa. Sono le scarpette che Efrem indossava quando ha vinto il titolo europeo contro Nkalankete”.

calamatiKSei nato a Torre del Greco, a cinque anni eri con la famiglia a Poggibonsi, poi vi siete trasferiti ad Arezzo. Sempre in giro, come mai?

“Per il lavoro di papà, è titolare di una ditta che mette a posto la pavimentazione nei centri storici delle città”.

Come si chiama tuo padre?

Nunzio”.

E tua madre?

“Nunzia”.

Davvero?

“Certo. Sono anche nati nello stesso mese dello stesso anno”.

E perché non ti hanno chiamato Nunzio?

“Hanno preferito Orlando, il nome del mio nonno paterno”.

Cosa hanno detto in famiglia quando hanno saputo che volevi diventare pugile?

“Erano un po’ preoccupati. Papà è un omone alto 1.92, pesa cento chili. Ma aveva paura. Anche mamma non era contenta. Sapevano però che non ero mai stato uno sconsiderato e mi hanno dato fiducia”.

001E tu di paura ne hai mai avuta?

“Non certo dei colpi, non certo di prendere pugni. A quello ti abitui in allenamento. Chiunque riesca a salire sul ring dimostra di avere coraggio. Ho quasi sempre avuto paura della sconfitta, di deludere chi mi sta accanto. La paura è per quello che può essere il risultato, niente di più”.

Suona il gong, tutti scendono. Restate solo tu, lui e l’arbitro. Cosa provi in quel momento?

“Tutto diventa buio, c’è luce solo quel quadrato e a me sembra di essere in un’altra dimensione. La mia dimensione, quella che ho scelto. Mi sento felice”.

Come è stato il tuo esordio sul ring?

“Un autentico disastro. Era il mio primo match da dilettante e ho perso. Non sono riuscito a muovermi, un clamoroso attacco di panico”.

Da dilettante hai avuto anche altri problemi.

“Quattro infortuni e altrettante operazioni alle mani. Complessivamente sono rimasto fermo 42 mesi. Da adolescente avevo le ossa fragili. Qualcuno diceva che esageravo in allenamento. La mia carrozzeria non sopportava quei carichi di lavoro”.

Cosa pensi sia proibito portarsi dietro sul ring?

“I dubbi per un allenamento fatto male”.

Come finirà sabato?

“Non ne ho idea. So solo che farò di tutto per vincere”.

 

Advertisements