Un augurio, che sia emozionante come Hagler-Hearns

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Mayweather jr vs Pacquiao, è finito il tempo delle chiacchiere.

Restano due domande inevase.

Chi vincerà?

Che match vedremo?

Al primo quesito ho già risposto. Credo che alla fine la spunterà Maywether ai punti. Al secondo proprio non so che rispondere. Ci sono troppe variabili che possono annullare qualsiasi previsione.

Faccio un salto all’indietro nel tempo. Trent’anni fa ho avuto la fortuna di essere a bordo ring per uno scontro epico, fantastico. E in ricordo di quel giorno faccio un augurio al match di Las Vegas. Gli auguro di avere la stessa intensità e lo stesso spessore tecnico/agonistico di un altro memorabile mondiale. Quello tra Marvin Hagler e Thomas Hearns. C’è qualcuno che non lo ricorda? Gli rinfresco la memoria. Ma, detto fra noi, non penso che Mayweather jr vs Pacquiao riesca a regalarci le stesse emozioni.

 

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IL PRIMO colpo è stato un gancio destro, il gong è suonato da un secondo e il gancio destro di Hagler si è già stampato sulla mascella di Thomas Hearns. È la notte del 15 aprile 1985, il ring è quello del Caesars Palace di Las Vegas, l’arbitro si chiama Richard Steele. Il vento che arriva dal deserto ha reso fresca la serata al termine di una giornata calda e umida. Marvin difende per l’undicesima volta il mondiale dei medi. Titolo unificato, racchiude tutte e tre le sigle maggiori: Wbc, Wba, Ibf. Niente banda dell’alfabeto, il campione è uno solo. Ha 30 anni Hagler e per arrivare così in alto ha avuto bisogno della sua bravura, ma anche del potere di un uomo che sta scrivendo la storia del pugilato americano.

Bob Arum, un distinto signore sulla cinquantina. Quando parla protende un po’ in avanti il viso, come se voglia attirare tutta l’attenzione dell’interlocutore. Il suo è un inglese chiaro, da uomo colto. Se la persona a cui si rivolge è straniera, la parlata assume cadenze lente. Non vuole correre il rischio di essere frainteso. Si è laureato con lode alla facoltà di legge dell’Università di Harvard. Nel suo passato c’è stato un ruolo importante nello staff di Bob Kennedy quando il senatore democristiano era impegnato nella corsa alla Casa Bianca. Arum ha lavorato per lui come avvocato esperto in problemi di tasse e finanza. Ha lavorato anche al dipartimento di giustizia dello Stato di New York, è stimato a Wall Street. Ha ignorato la boxe sino al 1965, poi ha capito che ci si potevano fare soldi. Tanti soldi. E ci si è lanciato dentro.

Con lui, dal 1977, c’è anche Rodolfo Sabbatini. Classe 1927. Ex giornalista prima dell’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi di Paese Sera. Rodolfo è il miglior organizzatore d’Europa. Un omone che adora la polemica e la alimenta con quel suo vocione roco e la cadenza piacevolmente romana. Ha stretto un legame forte con la Top Rank di Bob Arum, assieme metteranno su settanta campionati del mondo.

petronelli

All’angolo di Hagler ci sono, come sempre, i Petronelli. Sono i manager, gli allenatori, i confidenti, gli amici. Si sono sempre occupati di lui con tanta dedizione. Pat e Goody Petronelli (rispettivamente alla destra e alla sinistra di Hagler nella foto) sono nati a Casalvecchio, un paesino vicino Foggia. Una comunità di emigranti albanesi di lunga data. Un posto che ha anche un altro nome, glielo hanno dato proprio gli Arbereschi. Si chiama Kazalleveqi e quando i Petronelli erano bambini stava vivendo un piccolo boom demografico. Tremila abitanti, quanti non ne aveva mai avuti prima, quanti non ne avrebbe mai avuti dopo. Poi, la famiglia di Guerrino e Pasquale, questi i loro nomi quando vivevano ancora a Casalvecchio, è emigrata in America. Assieme al papà hanno messo su una piccola azienda edilizia. Goody è stato per venti anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat ha fatto il muratore. Adesso gestiscono una piccola palestra dove Goody fa da maestro, forte di una carriera professionistica che è arrivata fino a 26 incontri, con una sola sconfitta. Una mano rotta, e curata male, non gli ha permesso di andare avanti. Ora si diverte a insegnare ai ragazzi.

Marvin lavorava nel loro cantiere. Tre dollari al giorno per tirare su muri o impastare la calce. Nel 1969, a 15 anni, è entrato per la prima volta nella palestra dei fratelli Petronelli. Nasceva quello che sarebbe diventato famoso nel mondo come “il triangolo”. Marvin Hagler non era ancora meraviglioso, ma aveva appena fatto la scelta che avrebbe cambiato la sua vita.

Due colpi al corpo di Hagler, un gancio destro di Hearns, due ganci sinistri di Hagler, il diretto destro di Hearns. Gli ultimi quaranta secondi del primo round sono stati una guerra. Non c’è posto per l’attesa, si sparano pugni in serie. L’obiettivo è distruggere l’altro, a qualsiasi prezzo. Thomas Hearns sembra abbia scelto di combattere in equilibrio precario, quasi ballando sulle punte. È più alto di dieci centimetri, le sue braccia potrebbero tenere lontano il rivale, creare una ragnatela attraverso la quale sarebbe difficile passare. Ma ha troppa considerazione di se stesso per pensare che Hagler possa avere più potenza di lui. Hearns ha 27 anni, 34 vittorie per ko e sei ai punti. Ha perso un solo match, contro Ray Sugar Leonard. È già stato campione del mondo dei welter battendo Pipino Cuevas, è stato campione dei superwelter superando Wilfredo Benitez. Ha messo ko Roberto “mani di pietra” Duran con un diretto che sembrava una fucilata. Perchè mai dovrebbe temere questo giovanotto che viene da Newark, da Brockton o da dove volete voi. L’unico campione di quelle parti ha un altro nome, si chiama Rocky Marciano, è un peso massimo, ed è morto.

hagler

Alla fine del primo round Goody sta cercando di tamponare una ferita sulla fronte di Marvin. Un taglio, appena sopra l’arcata sopraccigliare destra, che butta molto sangue, può diventare pericoloso. Cotone, pomata, cicatrizzanti.

Goody: “Non preoccuparti, Marvin. Chiudi gli occhi, lasciami lavorare

La soluzione di adrenalina dovrebbe funzionare. Un minuto per occuparsi di quel taglio è poco, ma Goody non è uomo da perdere la calma. Non l’ha mai persa. Ha la faccia di un bonaccione, ma chi lo conosce bene sa che è lui la guida di famiglia. Pat fa il manager, prende contatti con gli organizzatori, gestisce il patrimonio. Ma è Goody a comandare in palestra e sul ring.

«Alla testa Marvin, picchialo alla testa».

Bertha nelle prime file di ring continua a urlare con voce stridula il grido di guerra. È la moglie di Hagler, la madre dei loro cinque figli (Pat Petronelli ha fatto da padrino alla cresima di Chanelle, una delle ragazze). Bertha dondola sulla sua sedia, sembra in trance e continua a ripetere quella che è più un’invocazione che un consiglio.

Secondo round.

Emmanuel Steward strilla.

“Boxa Thommy, boxa”

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Il ritmo è da pazzi. Hearns prova a cambiare guardia per evitare il jab destro del campione mancino. L’altro continua a pressare. Il fisico di Hagler è una scultura perfetta. I muscoli disegnano il suo torace senza un difetto. Anche la sua boxe sembra esente da peccati. Il gancio sinistro con cui scuote due volte il rivale è da manuale. È un colpo che basa la sua potenza sulla rotazione dell’anca e sulla leva fornita dalla spalla. Raggiunge il massimo effetto a corta distanza. Marvin ha il rapporto altezza/peso perfetto per scagliarlo ottenendo il massimo del risultato. Quando suona il gong, Hearns torna all’angolo guardando fisso il campione. Sorridendo, vuole fargli capire che di quei ganci non ne ha sentito neppure uno, non hanno fatto danni. Deve essere l’altro a preoccuparsi. Thomas ha tirato 61 colpi, 26 dei quali sono andati a segno. Ed hanno fatto male al presuntuoso campione. Nessuno dei pugni lanciati da Hagler ha preoccupato lui. Niente può scalfirlo. Questo è il messaggio, ma il volto preoccupato di Emmauel Steward, boss del Kronk Gym di Detroit e padre sportivo di Thomas Hearns, non trasmette lo stesso concetto.

Nello spogliatoio, prima della sfida, tutto era sembrato così semplice. Gli uomini ritmavano il suo nome, poi prendevano a pugni il muro. Thomas Hearns ballava, gli altri alzavano i pugni verso il cielo. Nel camerino accanto, Hagler ascoltava in silenzio, poi finalmente diceva qualcosa.

Non può portarseli tutti sul ring. Lassù ci saremo solo noi. Lui ed io”.

E cominciava a ritmare, sottovoce, due parole: “Distruction and distroy”. Le ripeteva come una sorta di mantra mentre il resto dello spogliatoio se ne stava completamente in silenzio. Neppure un grido di incitamento, un consiglio, un’invocazione. Proprio come era accaduto nella vecchia palestra a Main e Charleston street dove Marvin si era allenato nei suoi giorni a Las Vegas. Era lì che aveva fatto le sue sedute di guanti, al Ring Side Gym: il rifugio del mitico Johnny Tocco. Nessuno estraneo aveva accesso in quel buco dove la religione era quella di sempre. Sangue, sudore e lacrime per chi insegue la gloria.

Marvin Hagler ama il suo soprannome, il Meraviglioso. Vuole che che faccia parte di ogni introduzione ai suoi match e quando un commentatore televisivo si è rifiutato di farlo, lui è andato in tribunale ed ha cambiato nome. Ora si chiama a tutti gli effetti Marvin Marvelous Hagler, con una sola “l”. Nessuno può ignorarlo.

Finale di ripresa. Destro-sinistro di Hagler, ancora destro. Hearns è scosso.

Prima del match ha fatto un lungo massaggio alle gambe, ma l’uomo che doveva prendersene cura ha sbagliato qualcosa. Un massaggio forse troppo lungo e adesso le gambe sembrano deboli, incapaci di sostenerlo in quella che è diventata una guerra. In poco più di otto minuti, tireranno 339 colpi. Più di un colpo al secondo. Più della metà dei quali è andata a segno.

Terzo round. Il destro di Hearns scuote Hagler che è alle corde. Richard Steele ferma il match. La ferita si sta aprendo sempre di più, ora rischia di diventare pericolosa.

Steele: “Ehi Marvin, riesci a vedere con tutto quel sangue che viene giù dal taglio?

Hagler: “Perchè, ti sembra che non lo stia riempiendo abbastanza di pugni? Lo sto forse mancando?

L’arbitro chiama il medico, si agitano gli uomini d’angolo del campione. Il dottor Donald Romeo fa segno che, per ora, si può continuare. Ma alla prossima chiamata fermerà il match. Marvin sa di avere poco tempo a disposizione se vuole salvare il titolo.

Tre sinistri in fila del Cobra di Detroit. Poi, la fine.

Il primo destro di Hagler centra Hearns appena dietro l’orecchio sinistro, all’altezza dell’occhio. Thomas perde l’equilibrio, barcolla. Marvin lo insegue. Due passetti rapidi e ancora un destro che fa fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cerca rifugio alle corde. Non fa in tempo ad arrivarci, non riesce a trovare una sponda su cui poggiarsi. Il terzo destro del campione del mondo parte largo. È un gancio che si abbatte come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

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Thomas si affloscia lentamente al tappeto, va giù in una sorta di fuga verso qualsiasi cosa gli restituisca stabilità. Un uomo in croce, con gli occhi aperti per guardare in faccia la paura. Poi prova a rimettersi in piedi, ma cade tra le braccia di Richard Steele che, con un gesto carico di umana pietà, lo aiuta a rimettersi sdraiato sul ring.

Corre Emmanuel Steward, prova a tirarlo su, a togliergli il paradenti per farlo respirare meglio. Corre il fratello dello sfidante, sul volto ha una preoccupazione infinita. Thomas Hearns non è in grado di stare in piedi da solo. Lo portano a braccia verso lo sgabello dell’angolo. Si siede piegandosi come un sacco floscio. Lo sguardo è ancora perso nel vuoto.

Un paio di metri più in là Marvin Marvelous Hagler sorride mentre i fratelli Petronelli lo portano in trionfo. Non è per soldi che si sono legati a quel ragazzo. A bordo ring finalmente Bertha ha smesso di strillare. Se ne sta in silenzio per un istante, poi cerca di salire sul quadrato. Sorride Bob Arum, una risata riempie il faccione di Rodolfo Sabbatini che gli amici chiamano da sempre “capoccione”. E non solo per le mille invenzioni della sua vita.

Gli spettatori finalmente avvertono un senso di pace. La guerra è finita. Sono stati travolti da una frenesia inebriante, pericolosa. Hanno sentito scariche elettriche attraversare i loro corpi. Non è solo violenza allo stato puro quella che i duellanti hanno espresso sul ring. C’erano state anche strategia, sentimento, passione. E in meno di nove minuti tutto questo ha attraversato la grande arena del Caesars Palace, confondendosi fra le migliaia di persone che faticano a libersarsi da quella montagna di emozioni.

La guerra è finita. E Marvin Hagler è sempre più Meraviglioso.

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