Dolgopolov, il pifferaio magico del tennis

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C’E’ FAME di talenti nel tennis. La noia è il nemico più grande da battere. C’è una caccia spietata a ogni atleta che sappia regalare emozioni. L’inseguimento al Pifferaio Magico è aperta. In un tennis in cui quasi tutti giocano suonando lo stesso spartito, Alexandr Dolgopolov è merce rara, va tutelato. E in onore del talento si perdona tutto.

Cosa volete che contino i cali di tensione, gli errori gratuiti, i periodi di buio totale davanti alla genialità dei suoi colpi?

Vive e gioca fuori dagli schemi, anche per questo Dolgopolov ha un’anima difficile da capire. Per un lasso di tempo non c’è riuscito neppure il papà, Olexandr. Lo portava in giro per i campi quando il piccoletto aveva solo tre anni e lo lasciava palleggiare con Medvedev, Becker o Agassi.

“Sento dire in giro che Alexandr ha cominciato a giocare quando aveva tre anni, in realtà vive di tennis da quando stava nel passeggino. Non camminava e già si divertiva con racchetta e pallina” racconta la mamma.

Vedeva quei campioni in continuazione.

Avrà pensato che fosse quello l’unico modo di giocare.

Non erano esempi da seguire, erano amici che rendevano felice un bambino scambiando con lui qualche colpo. Poi li rivedeva in campo per una partita vera e credeva che quello strano gioco con una racchetta e la pallina si potesse fare soltanto così.

padre

In casa aveva due esempi che spingevano verso la concretezza estrema. La mamma Elena Devetyarova era stata una ginnasta di successo, per due volte sul podio agli Europei: oro e argento. E si sa quanta fatica, sudore e lacrime richieda quello sport. Il papà Olexandr era stato un discreto tennista e ora faceva il maestro.

Il bambino diventato ragazzo aveva imparato ad amare il gioco. Amava il tennis che si era costruito nella mente. Il padre era diventato il suo coach. Un tecnico che pretendeva applicazione, allenamenti rigidi, rispetto assoluto della strategia studiata a tavolino. Erano andati avanti così tra sorrisi e discussioni fino al 2008, quando era scoppiata l’ennesima lite. Per sei mesi non si erano parlati. Quando avevano ripreso a farlo, il distacco era diventato ufficiale.

Il giovane Dolgopovic nel tempo di un anno non era più Junior. Aveva un altro nome, nato Olexandr era diventato Alexandr. Ma soprattutto aveva trovato un altro allenatore. A 22 anni senti di avere il mondo in mano, soprattutto se pensi di poterti guadagnare da vivere facendo il tennista. Il ragazzo era convinto che il mondo andasse affrontato con la giusta filosofia. Niente pressione, rilassamento totale nei modi e nei gesti. Si era fatto crescere la coda di cavallo, aveva un atteggiamento quasi irriverente in campo. Il suo sorriso sfrontato dopo ogni punto aveva fatto scrivere a qualcuno (mi scuso, ma non mi ricordo dove l’ho letto): “E’ un freddo che non si entusiasma per un punto, ma quando lo porta a casa mostra al suo avversario quel sorriso da gatto che ha appena mangiato il canarino.”

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Il nuovo tecnico veniva da Adelaide, era un australiano che i giornalisti avevano dipinto come uno che girava con stecche di sigarette e cassette di birra al seguito. Capelli lunghi, ricci e biondi e faccia tagliata dal sole. Uno che lo faceva allenare mettendolo su una tavola da surf, lo faceva preparare facendo arrampicate sulle rocce, nuoto, lo assecondava nelle follie preferite: dodici di ore al volante di una Subaru per andare da Kiev a Mosca dove si giocava un torneo. E sì perché le macchine sono la seconda passione di Dolgopolov. Se non avesse fatto il tennista, il sogno nel cassetto era quello di diventare pilota di rally.

Tutto questo Jack Reader lo sapeva. Era anche il suo modo di concepire la vita. Aveva lasciato l’Australia e si era trasferito in Europa. Aveva giocato in Germania e in Italia. Gli amici lo descrivevano come uno che amava più vivere che giocare.

“Sembrava che in campo fosse perennemente con una mano sulla racchetta e l’altra sulla schiena di una ragazza.”

Due gaudenti che avevano avuto la fortuna di incrociare le loro strade. Folli al punto da non porsi limiti.

Ha fatto il giro del mondo del tennis la storia del loro trasferimento da Nizza a Parigi, dove Dolgopolov avrebbe giocato il Roland Garros del 2011.

Aeroporto della Costa Azzurra, al bancone di una compagnia aerea.

Hostess di terra: “Avete delle prove che siete una coppia?”

Jack: “Certamente.”

Aveva comprato su Internet un biglietto con il massimo dello sconto. Era un’offerta valida solo per coppie gay…

Stranezze a parte, il talento di Alexandr era sbocciato e nel 2012 lo aveva portato alla sua migliore classifica: numero 13 dell’Atp. C’era un nuovo ragazzo in città, uno per cui valeva la pena tifare.

Una straordinaria sensibilità di mano gli permette di cercare soluzioni che ad altri sembrano impossibili. Ha un gioco imprevedibile, dritto e rovescio di prima qualità, servizio di grande consistenza e soprattutto è uno dei pochi a possedere per intero la magia del drop shot, la smorzata.

Scherzando, Jack Reader diceva che era indispensabile allenare anche le dita del suo allievo. Bisognava, insisteva, abituarlo a suonare tutte le note dello sport che pratica. Gli altri usano un solo tono, con qualche eccezione.

Ma anche il rapporto con questo signore nato in Inghilterra, emigrato in Australia, trasferitosi a vent’anni sul Lago di Garda e poi a Caldaro (ha un figlio nato a Rovereto) è finito. The Dog, Dolgo, Alexandr Dolgopolov, chiamatelo come volete, è ancora alla ricerca della terra promessa.

E’ un luogo difficile da trovare. Lui ama giocare spensierato, ma per raccogliere risultati ha bisogno di maggiore continuità. A volte sembra che l’estrosità gli si rivolti contro sino a sconfinare nella follia. Sembra che non sappia cosa stia facendo in campo, come se fosse posseduto da un demone maligno.

In realtà l’unica a possedere il suo cuore per ora è Masha Fakina, la splendida fidanzata.

masha

Un talento ancora parzialmente espresso. E questo potrebbe essere un bene, se non si temesse che quello che si è visto finira non sia migliorabile.

Per colpa di qualche cedimento fisico? Potrebbe essere, visto che il giovanotto soffre della sindrome di Gilbert: un malattia ereditaria del fegato che produce stanchezza, debolezza improvvisa e dolori addominali. Ma anche a causa di una mancanza di continuità nel rendimento, anche all’interno della stessa partita.

Ucraino di nascita, anche se da tempo ha la residenza a Montecarlo, non ha mai voluto commentare la difficile situazione del suo Paese. Ma nei giorni degli scontri di piazza, ha giocato con una coccarda nera per onorare la memoria delle decine di morti che avevano macchiato di sangue le strade della sua città. Poi è tornato a parlare di tennis.

Lasciato Reader a fine 2012 si è rivolto per un brevissimo periodo di tempo rivolgersi a Fabrice Santoro, The Magician, l’illusionista. E’ durata lo spazio di un torneo, quello di Doha a inizio stagione. Poi è finito tutto.

A quel punto che è arrivato il colpo di scena. E’ tornato Olexandr, il papà. Forse proprio quello che ci voleva per dare un po’ d’ordine al talento.

Il grafico dei risultati è lì in attesa di capire dove possa arrivare il folletto di Kiev. Exploit nel 2011, migliore classifica nel 2012, calo nel 2013. Poi quest’anno finale a Rio de Janeiro dopo avere sconfitto Ferrer e semifinale a Indian Wells dove ha eliminato tre Top 15 (Nadal, Raonic e il nostro Fognini), nuovamente tra i Top 25. Non può essere certo un traguardo per lui.

Il Pifferaio Magico attrae nuovi adepti nel clan con il suono delle corde di una racchetta da cui può uscire un proiettile o una palla corta che si adagia sul campo appena dopo le righe. Imprevedibile come il tempo di di quest’anno, ha ripreso a incantare. Se il ritorno accanto al papà riuscirà a dargli maggiore solidità lo vedremo finalmente schizzare in alto dove il suo tennis merita. Altrimenti resterà prigioniero del talento. Appagato di qualche bella giocata o dagli sguardi estasiasi di un popolo che lo segue incantato, ma pur sempre ancorato alla bellezza del gesto come obiettivo massimo. Non credo si siano sbagliati quelli che lo hanno finora esaltato, a 26 anni è però arrivato il tempo di dimostrare che avevano ragione.

 

 

 

 

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