Dieli, anche chi perde ha una storia da raccontare

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GIORNALI, Tv, blog e siti Internet dedicano spazio solo al vincitore. Sono sempre stato convinto che anche nell’animo del perdente possa nascondersi una buona storia. È per questo che ho fatto una lunga intervista a Davide Dieli, 34enne pugile romano che il 4 ottobre scorso a Leeds è stato sconfitto per kot 4 nell’europeo contro il pugile di casa Josh Warrington. Ho cercato di scoprire quali siano stati i suoi sogni prima, cosa sia passato nella sua testa durante e come si senta adesso, a due settimane della notte più brutta della carriera.

Davide Dieli, quando hai saputo che avresti disputato il titolo europeo?

“Prima dell’estate.”

E cosa hai pensato?

“Come faccio ad allenarmi ad agosto con la palestra chiusa e il maestro in ferie?”

Cosa ti sei risposto?

“Che il maestro aveva ragione. Un pugile può riposarsi quando vuole, il maestro no.”

E come hai risolto il problema?

“La palestra era chiusa dal 9 al 19 agosto. Dovevo trovare un posto dove allenarmi. Prima di andare con la mia compagna Daniela Gentili a Lavinio, dove erano in vacanza i suoi genitori, ho cercato un posto dove prepararmi. Ho trovato una palestra che per sei euro al giorno mi avrebbe permesso di fare sacco e ginnastica. Ma non mi bastava. Ne ho trovata un’altra ad Anzio ed era perfetta. Locali e attrezzatura giusti, un maestro comprensivo e gentile. Fabrizio Falconetti mi ha dato tutta l’assistenza che mi serviva.”

Tutto qui?

“No. Il maestro D’Elia mi ha assistito anche per il periodo in cui Eugenio Agnuzzi, il tecnico a cui sono legato da quattro anni, non è rientrato dalle ferie. E poi ho avuto l’aiuto del preparatore atletico Flavio Macrì. Ad aiutarmi ci ha pensato anche il dottor Carmine Orlandi, il mio dietologo. Insomma, è andata bene.”

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Cosa era per te il titolo europeo?

“Il sogno di una vita. Continuavo a pensare sempre la stessa cosa. Se lo vinco ho realizzato il massimo. Era una cosa davvero grossa. Non sono un pugile talentuoso, non sono uno di quelli che li vedi e dici: Quanto è bravo! Sono un atleta che ha raggiunto tutti i risultati grazie a quella che a Roma chiamiamo tigna: costanza, volontà, spirito di sacrificio. Sono il primo a entrare il palesta e per farmi uscire il maestro deve tirarmi per la maglietta. Per me l’europeo era come un mondiale.”

Vivi di pugilato?

“No, come potrei? Lavoro come addetto alla vigilanza.”

Come è programmata la tua giornata?

“Sveglia alle 5. Mezzora dopo esco di casa. Prima delle sei sono al lavoro. Devo andare da Cinecittà dove abito ad Acilia dove lavoro. Finisco alle 14, trenta minuti e sono di nuovo a casa. Un riposino e alle 15:45 esco per andare in palestra. Dalle 16:30 alle 18:30 mi alleno. Poi torno a casa, cena e a letto presto. Lavoro a giorni alterni, in quello di riposo ne approfitto per fare doppio allenamento.”

Pochi soldi e tanti sacrifici. Perché fai il pugile?

“Perché la boxe è come una droga, ti entra dentro e non te ne liberi più. Ma è anche un grande amore, qualcosa per cui ti senti pronto a fare qualsiasi follia. Quando ho cominciato, in casa è successo il finimondo. Sono andato avanti due anni senza che nessuno mi parlasse. Andavo in palestra, tornavo con il borsone carico, magari mi ero fatto a piedi quindici minuti sotto la pioggia. Aprivo la porta e trovavo la pasta sul tavolo, ma non c’era nessuno in famiglia che volesse capire perché avessi scelto uno sport così. Le sorelle più grandi prendevano di petto mamma, le dicevano che se lei non avesse fatto qualcosa sarei diventato un violento. Era così che vedevano il pugilato.”

E invece cosa è?

“Chi non lo conosce non lo capisce. Ti entra nella testa e solo a quel punto scopri che è uno sport che non è solo scontro fisico, ma richiede anche un lavoro psicologico. E’ uno sport di tattica, di tecnica.”

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Quando qualcuno ti chiede se odi il tuo avversario, come rispondi?

“Perché dovrei odiarlo se neppure lo conosco? Io voglio solo batterlo, fargli vedere che sono più bravo di lui.”

In famiglia come è finita?

“Ora sono tutti miei grandi tifosi. È il più bel risultato della carriera sportiva. Sono contento di questo. Il pugilato ce l’ho nelle vene assieme al sangue. Sono un professionista. Prima li vedevo in televisione e non pensavo che avrei mai potuto essere uno di loro. Alla fine ha vinto l’amore .”

Quando ti hanno proposto l’europeo con Josh Warrington, hai subito accettato?

“No.”

Pensavi fosse troppo forte?

“Pensavo che non era giusto. Io ero sfidante ufficiale e meritavo quella sfida, lui era numero 7 della classifica e ci arrivava solo perché l’organizzatore era potente.”

Conoscevi il suo valore?

“Avevo visto il video di un suo match. Non mi sembrava eccezionale.”

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Quale è stato l’ostacolo più duro da superare durante la fase della preparazione?

“Il confronto con me stesso. Dovevo sconfiggere tutte le paure che derivavano da una preparazione che non mi sembrava adeguata. Sono un tipo meticoloso, uno che pensa siano indispensabili almeno due mesi per sentirsi pronto. Non era questo il programma e la cosa mi preoccupava.”

È stato davvero un approccio lacunoso?

“No. Ero preparato eccezionalmente bene. Avevo dentro la dinamite, mi sentivo una bomba pronta ad esplodere. Perfetto il lavoro con il preparatore, con D’Elia e i quasi quaranta giorni con Agnuzzi.”

Poi siete arrivati a Leeds. Qualcosa è andato male? Avete avuto delle complicazioni?

“È andato tutto bene. Alloggiavamo in uno splendido albergo, ci hanno dato assistenza. Ero pronto, non aspettavo altro che salire sul ring. Stavo benissimo sino al giorno prima del match. È stato a quel punto che ho cominciato a sentire un po’ di tensione, ma è una cosa normale. Dunque no, nessun problema.”

Siamo nello spogliatoio della First Direct Arena. Hai fatto qualcosa di diverso rispetto agli altri incontri?

“No. Le solite cose. Una sola novità. Quasi sempre il maestro Agnuzzi, a cui piace scherzare, porta una radio e spara musica a palla mentre mi fa le mani. Qualche volte mi vergogno…”

Non gli hai mai chiesto perché lo fa?

“Certo. Mi ha risposto che il bendaggio è la fase in cui un pugile pensa di più al match, sente salire la tensione, nella testa si fa tante domande e realizza che ormai è lì e nun se pò scappà. È vero. La musica serve a distrarti, a deviare la tua attenzione, a non far diventare l’incontro un pensiero fisso. A Leeds la musica non c’era. È stata questa l’unica cosa diversa rispetto agli altri combattimenti.”

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Quando sei uscito dallo spogliatoio ti sei trovato dentro l’inferno con migliaia di tifosi inglesi scatenati. Ti ha fatto impressione quell’atmosfera?

“No, sono sincero. C’era il delirio. Mi insultavano, mi facevano buu-buu, allungavano le mani per toccarmi. CI sono volute tre guardie del corpo per proteggermi. Ma non mi sentivo scosso.”

Sul ring la calma è rimasta tale?

“Sì. Pensa che quando lui è salito nell’aria c’era qualcosa simile a una canzone, parlavano e avevano un sottofondo musicale. Lui è salito, ha guardato i tifosi e ha cantato con loro una strofa. Mi sono girato e ho detto al maestro Agnuzzi: Ammazza che bello, meglio che allo stadio! Sì, ero proprio tranquillo.”

Poi è cominciato l’europeo e lui è sembrato nettamente superiore. Perché?

“Non penso che sia così tanto più forte di me. Una sola cosa mi ha sorpreso e mi ha fatto capire che è davvero bravo. Ha una velocità eccezionale. Ma non solo di braccia, è esplosivo anche con le gambe. Ti faccio un esempio. C’è stata qualche fase del combattimento in cui ero in quella che si potrebbe chiamare distanza di sicurezza. In una zona cioè in cui sentivo che anche allungando le braccia non mi avrebbe potuto raggiungere. In una frazione di secondo lui invece era lì davanti a me, scaricava i colpi e quando io provavo a reagire non lo trovavo più.”

Pensi di avere sbagliato qualcosa?

“Agnuzzi mi diceva di non accettare la battaglia, di aspettare che fosse lui a venire avanti. Ma il mio pugilato è quello. È negli scambi da vicino che mi trovo meglio. E qualcosa l’ho ottenuto, soprattutto nel terzo round. I suoi allenatori a fine match mi hanno detto che l’avevo toccato duro, che gli avevano suggerito di boxare a media distanza per non rischiare. Magari se l’incontro fosse andato avanti sino alla fine sarebbe finito in modo diverso. Non dico che avrei vinto, ma avrei sicuramente fatto una figura migliore. Con i se ed i ma però non si fa la storia. Ho perso e basta.”

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È finita con un kot dopo 1:42 della quarta ripresa. Come ti sei sentito?

“Tanto triste. Deluso. Arrabbiato no. Era il match più importante della mia vita, non doveva andare così. Ho avuto la grande occasione e l’ho buttata nel cestino. Ho il rammarico di non essermela potuta giocare sino in fondo. Non ho espresso tutto il lavoro fatto in allenamento. Mi sento giù per avere deluso tutti quelli che mi sono stati vicini. Sento una profonda amarezza. Il pugilato mi ha dato tanto, mi ha cambiato la vita. Ero un bambino fragile, a scuola i compagni mi prendevano in giro. La boxe mi ha regalato sicurezza e oggi sono più forte anche nella vita. Pensa che ora sono io che do consigli ai miei genitori. Non ho saputo ripagare questi doni. Sì, sono profondamente deluso.”

Hai ricevuto tanti attestati di stima, molte pacche sulle spalle, messaggi di solidarietà. Ti hanno aiutato?

“Tantissimo. Ero ancora in Inghilterra e già su Facebook, WhatsApp e sul telefonino continuavano ad arrivare le parole di chi mi vuole bene. È stata una cosa bellissima. Ma era anche un motivo in più per sentirmi triste, avevo deluso tutte queste persone. Tra chi ti manda messaggi ci sono persone che ti vogliono bene. Poi c’è qualcuno, pochi in verità, che credevano in me e pensavano che avrei potuto vincere. E io invece ho fatto davvero una brutta figura. Non sono arrivato per caso al titolo europeo, ero sfidante ufficiale. Ma per come è andata mi sto convincendo di non esserne stato assolutamente all’altezza.”

C’è stato anche chi ti ha insultato sul web. “Ma che ci è andato a fare in Inghilterra?” “Ha preso solo colpi e rimediato una figuraccia, poteva restarsene a casa.” A questi come rispondi?

“La gente sulla Rete a volte è di una violenza verbale inaudita. Daniela, la mia compagna, dice che se voglio essere un personaggio pubblico devo abituarmi ad essere giudicato. Nel bene e nel male. Ma a chi spara insulti di quel tipo dico solo che dovrebbero provare almeno una volta a salire sul ring per capire.”

Quando tornerai in palestra?

“Mi sono preso una pausa più lunga del solito. Ormai siamo arrivati a due settimane, ancora qualche giorno e riprendo. Nel frattempo spero che questo tarlo che ho nella testa se ne vada. Vivo a fasi alterne: un po’ giù, un po’ su. Il ricordo del match non riesco a togliermelo dalla mente e fatico a prendere sonno.”

Cosa chiedi e cosa prometti al pugilato?

“Le mie doti sono caparbietà, costanza e capacità di sacrificarsi. Con queste armi spero di crearmi un futuro migliore. Non chiedo nulla, ma prometto che farò di tutto per riconquistarmi un’occasione europea nella speranza/certezza che finisca in un’altra maniera.”

Non mi ero sbagliato, anche chi perde ha una storia interessante da raccontare.

 

 

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