Il caso Kimbo Slice, ultima follia della boxe

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IL PROMOTER statunitense Gary Shaw, in collaborazione con il sudafricano Rodney Berman e l’inglese Eddie Hearn titolare di Matchroom, sta pensando di organizzare un tour europeo di Kimbo Slice. I tre starebbero addirittura studiando la possibilità di fargli affrontare Audley Harrison: vicino ai 43 anni, inattivo da diciotto mesi dopo una disastrosa sconfitta per ko1 contro Deontay Wilder.

Ma chi è Kimbo Slice e perché spero proprio che questo progetto non si realizzi?

Kimbo è uno pseudonimo, lui in realtà si chiama Kevin Ferguson: un omone nato a Nassau nelle Bahamas quarant’anni fa. Padre di sei figli, tre maschi e tre femmine, vive a Coral Sping in Florida.

Qualche anno fa ha rappresentato l’ultima scommessa (inevitabilmente persa) della boxe americana. L’estremo tentativo di un pugilato alla continua ricerca di un personaggio che riesca a reggere il cartellone.

Kimbo ha esordito al Buffalo Run Casino di Miami il 13 agosto 2011 ed ha messo ko in diciassette secondi James Wade. I dubbi non nascevano dal fatto che il signor Wade avesse 39 anni e fosse al secondo match della carriera (anche il primo perso per ko, al terzo round contro il debuttante Carlos Torres). I dubbi scaturivano direttamente dalla figura del protagonista.

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Kimbo Slice aveva cercato la sua strada nel Football Americano. Si era guadagnato un posto come difensore nel Miami Palmetto quando studiava al college. Aveva preso una borsa di studio come atleta per l’Università di Miami e aveva provato un’intera estate con i Dolphins. Fallito il tentativo in questo sport, aveva trovato gloria e soldi picchiandosi prima in strada e a mani nude, poi nel circuito delle arti marziali e di Ultimate Fighting.

Internet, in questo caso più esattamente YouTube, l’aveva reso famoso. Ed erano arrivati i soldi. Tanti e puntuali. Per uno che aveva pensato che l’attività più remunerativa che potesse esercitare fosse quella di guardia del corpo prima in uno Strip Club e poi in una casa di produzione di film pornografici, era stata la svolta della vita.

Ma poi era arrivata la sconfitta contro tale Seth Petruzzelli nel match che avrebbe dovuto consacrarlo protagonista assoluto nell’UFC. E così erano finiti knock out sia lui che la società che gli faceva da manager.

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Ultima fermata conosciuta, la boxe.

Per uno alto 1.88 e con un peso di 103 chili la strada che portava al debutto era stata facile.

Kimbo era sicuramente un personaggio.

Nato alle Bahamas, trasferitosi in Florida da bambino con la mamma (Rosemary Clarke, ragazza madre) e i due fratelli, il nostro uomo ha un fisico massiccio. Il viso era ncorniciato da un barbone infinito che si era duvuto tagliare quando era diventato pugile. Poi si era fatta ricrescere barba e baffi, senza che le commissioni locali facessere alcuna obizieione.

Il signor Slice ha una buona reputazione.

“Il re dei combattimenti di strada” così l’ha definito la rivista Rolling Stones.

Kimbo ha avuto un battage pubblicitario degno di una grande stella dello sport o dello spettacolo. Anche perché ha nel suo curriculum numerose partecipazioni televisive, ruoli da attore generico in qualche film, una sceneggiatura già scritta sulla sua vita e un ruolo all’interno di una serie di cartoni animati.

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La categoria dei pesi massimi era alla disperata ricerca di un uomo che potesse attirasse l’attenzione generale. Nessuno ha pensato che affidarsi a un debuttante di 37 anni fosse una scommessa eccessiva anche per la boxe.

Dopo il primo successo, Kimbo ha disputato altri sei match contro dei “signor nessuno”. Li ha (ovviamente) vinti tutti andando una sola volta ai punti.

Non combatte dal gennaio 2013 ed ha quarant’anni suonati. Non basta neppure questo per fermare le menti diaboliche di chi manovra all’interno del boxing mondiale.

Spero che l’ultima minaccia alla credibilità di uno sport dalle nobili e antiche tradizioni non si realizzi. Il pugilato non sente il bisogno di una buffonata. Ne ha già viste abbastanza.

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