Nel carcere di San Quentin con i gemelli Bryan

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Ieri Bob e Mike Bryan hanno avuto la certezza di chiudere la stagione al n.1 del mondo. È la decima volta che guidano il ranking di fine anno, la sesta consecutiva. Per celebrare il momento, ho voluto ricordare una giornata particolare dei mitici gemelli. Una giornata in prigione…

 

Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto.

(Nazim Hikmet, Lettere dal carcere a Munevver)

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UN’INTERVISTA al direttore che aveva appena lasciato l’incarico. Era questo il pezzo scelto come apertura del giornale. Michael R. Harris se ne era andato dopo aver restituito credibilità e importanza alla pubblicazione. Non poteva più gestirla perché cambiava domicilio. Era rimasto lì per quasi 23 anni e mezzo.

Ora tornava libero.

Alle 7 del mattino di un giorno d’autunno che nel resto del Paese scivolava verso l’inverno, ma che laggiù ancora non aveva abbandonato il tepore di fine estate, il grande portone si era chiuso alle sue spalle. Aveva scontato per intero la condanna per tentato omicidio e spaccio di droga. Dietro di lui il carcere e i tristi ricordi di un passato pieno di peccati. Davanti agli occhi la Baia di San Francisco, nel cuore la gioia di poter finalmente programmare le sue giornate.

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Il San Quentin News è uno dei pochi giornali al mondo disegnato, scritto e titolato dai detenuti per i detenuti. Lo fanno con passione, disponibilità. Spesso, anche con disperazione. Nell’ultimo numero riportava le parole di quello che fino al giorno prima era stato il direttore. Ma in quello stesso numero c’era un’altra notizia importante per i prigionieri. Così importante che avevano deciso di metterla di spalla, con grande evidenza. Non per niente sotto il logo della prima pagina c’è scritto: “Il polso di San Quentin”. Non proprio come il New York Times (“All the news that’s fit to print”), ma comunque una forte dignità. Il titolo recitava così: “I gemelli Bryan trionfano sulla squadra di San Quentin”. Il pezzo era stato scritto da Gary Scott, il responsabile dello sport, con la collaborazione di Julian Glenn Padgett.

Una sfida di tennis era diventata, come era facilmente prevedibile, molto di più. Da una parte Robert Charles e Michael Carl Bryan (sopra con papà Wayne davanti al penitenziario), uno dei doppi più forti della storia. Dall’altra dei detenuti che per ingannare le lunghe ore senza far niente, si allenavano e giocavano su un improvvisato campo da tennis.

Mike e Bob erano entrati al mattino presto nel carcere californiano. Quando avevano sentito il rumore del cancello che si chiudeva alle loro spalle, erano stati attraversati da un brivido freddo. San Quentin è il più vecchio luogo di detenzione dello Stato, è stato costruito nel 1852. Ed è anche l’unico penitenziario della California ad avere il braccio della morte, lì alloggiano poco meno di settecento condannati in attesa dell’iniezione letale. La popolazione carceraria è indicata, in caratteri maiuscoli, proprio sotto la testata del giornale: 4.677 detenuti.

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Una cosa è vederlo alla televisione, viverne la spettacolarità all’interno di un cinema, leggerne le storie sulle pagine di un libro. Perché questo è San Quentin, il carcere più famosto degli Stati Uniti. Un’altra è esserci dentro, sul serio. E senza scorta armata.

Il cortile era pieno di gente. Alcuni detenuti facevano i pesi, altri mettevano in mostra ogni serie di tatuaggi, altri ancora giravano calpestando il terreno e gonfiando i muscoli lasciati scoperti da magliette con le maniche tagliate. C’era il sole quel giorno sul’intera baia, carcere compreso.

Il campo da tennis era stato realizzato al centro del cortile. I Bryan erano vestiti di bianco. Come a Wimbledon, anche a San Quentin è l’unica divisa tennistica consentita. Con loro avevano le racchette e i tesserini di riconoscimento. Il mondo esterno era così lontano.

Dopo qualche minuto di imbarazzante silenzio, un carcerato aveva rotto il ghiaccio ed aveva fatto la prima domanda. Classifiche, avversari, vittorie importanti, altri giocatori. Giocare a tennis sì, ma anche parlare di sport, farsi raccontare qualcosa di un mondo che molti dei detenuti non riuscivano neppure a immaginare. Poi, era arrivata con aria di rimprovero anche una battuta, la colpa era quella di aver perso agli US Open. Per la coppia statunitense quella contro Karlovic-Moser era stata una sconfitta dura, ma non drammatica. Per i prigionieri aveva voluto dire molto di più. Sigarette perse nelle scommesse fatte con compagni di detenzione che nei gemelli americani avevano poca fiducia. Niente fumo e sfottò assicurati.

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La prima partita l’avevano disputata contro i migliori del gruppo. Geno Sevacos e Jason Ginnis. I Bryan giocavano ad handicap. Non poteva certo bastare a frenarli, 4-0 il punteggio finale. Era andata avanti così fino a quando Ronnie Mohammed e J.T. Taylor avevano salvato l’onore della squadra carceraria. Sconfitti sì, ma 4-1.

Una mattinata diversa, un momento di pausa nella monotonia della vita quotidiana del carcere. Lo sport aiuta a dimenticare. Come ha detto Bob Bryan: “Questi uomini hanno sicuramente commesso qualcosa di brutto, ma forse ora sono diversi. Hanno capito i loro errori e vogliono cambiare”. Sarebbe bello, se fosse davvero così.

Usciti dal carcere i problemi sono tornati ad essere quelli di sempre.

Negli occhi dei detenuti, quelle ore trascorse con i due campioni di tennis rimarranno impresse a lungo. Anche quando leggeranno sul San Quentin News gli editoriali del nuovo direttore.

Gli uomini passano, ma (quasi sempre) ognuno di noi vive gioie e dolori che ha meritato.

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