Teofilo Stevenson, storia di un mito

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TEOFILO Stevenson sr da giovane aveva fatto il pugile. Era stato un buon peso massimo, ma si era fermato al quinto incontro. Li aveva vinti tutti. Anche l’ultimo, contro un fortissimo rivale. Ma quando era sceso dal ring aveva scoperto che la borsa sarebbe stato soltanto di 10 pesos. Meglio smettere.

Dolores, la mamma, aveva già partorito due bambini. Erano entrambi morti nella prima infanzia a causa della preeclampsia. Quando era nato il terzo, sia lei che il marito temevano che non ce l’avrebbe fatta. Invece Teofilo jr si era dimostrato subito un ragazzino forte e sveglio. A scuola gli insegnanti dicevano che era furbo, intelligente. Ma lui non aveva molta voglia di studiare. Meglio andare in palestra.

Di nascosto dai genitori, si era allenato a lungo. Poi, un giorno aveva affrontato il papà.

“Domani vado a Las Tunas con John Herrera.”

Perché?

“Vado a combattere, faccio  il pugile.”

“Per me va bene, ma devi dirlo a tua madre.

“Diglielo tu.”

Non gli aveva dato il tempo di rispondere, era scappato via. Teofilo sr aveva raccontato così il momento in cui aveva dovuto confessare a Dolores la scelta del loro figliolo.

Sono stato fortunato. Gli allenamenti da giovane pugile mi hanno aiutato a schivare i suoi pugni!

Alla fine quel match Teofilo jr l’aveva fatto, da peso medio contro Luis Enrique. E aveva perso. Aveva 14 anni. Sarebbe stata una delle poche sconfitte di un campione che ha disputato 326 incontri, perdendone 25.

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Una di queste sconfitte evoca negli italiani che amano la boxe piacevoli ricordi. Francesco Damiani se l’era trovato davanti nel primo match dei Mondiali di Monaco. E l’aveva battuto al termine di un grande match. Una notte magica quella del 15 aprile 1982.

Spesso riguardo quel match su YouTube e mi chiedo come sia riuscito a farcela. E’ stato l’incontro che mi ha fatto conoscere al mondo. E’ stata la svolta della mia carriera.

Francesco, cosa ricordi di quella sera magica?

Ricordo tutto, ogni attimo. E’ stato uno dei momenti più esaltanti della mia vita. E ricordo anche i suoi montanti. Nel terzo round, mi ha preso con un serie che mi è sembrata infinita. Al suono del gong sono caduto in ginocchio. In molti hanno pensato che fosse per la gioia. In realtà era per la stanchezza.

Con quale animo sei salito sul ring?

Con la consapevolezza di dovermi misurare con un fenomeno assoluto. Era un pugile completo. Aveva fisico, potenza, tecnica, velocità. Tutti pensavano che fossi una vittima predestinata.

Proprio tutti?

No. Un giornalista italiano aveva scritto un articolo il cui titolo non dimenticherò mai: “Vado, lo batto e torno”. Conservo ancora quella pagina del giornale.

Teofilo Stevenson è stato per tre volte campione olimpico: Monaco 1972, Montreal 1976, Mosca 1980. Tre volte campione del mondo: Avana 1974, Belgrado 1978, Reno 1986. Ultimo titolo, prima del ritiro.

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Sul ring Teofilo  era un fuoriclasse. Aveva una struttura fisica compatta, poggiata su 193 centimetri di altezza. Era veloce, aveva il senso del tempo. Era un pugile potente, rapido, mobile. Il diretto destro era devastante. Quando portava il montante provocava autentici sconquassi. Per velocità, fisico e potenza veniva spesso avvicinato a Muhammad Ali (nella foto di Andrea Barocci, RIPRODUZIONE RISERVATA, l’unica volta che Ali e Stenvenson sono stati sul ring assieme. Era il gennaio del 1996). Teofilo aveva rifiutato numerose offerte per passare professionista, Angelo Dundee aveva provato più volte a convincerlo (a suon di milioni) a fare un viaggio in Florida.

Gli era stata prospettata anche una sfida al “più grande”, aveva rifiutato.

“Quando diventerai professionista?”

Mai.

“Perché?”

Un professionista smette di essere uno sportivo.

“Non credi che cinque milioni di dollari siano tanti da rifiutare?”

Cosa sono cinque milioni di dollari davanti all’amore di otto milioni di cubani?

Il suo momento magico era legato al primo oro olimpico. Il successo a Monaco 1972 era stato il risultato più esaltante della carriera. Ai Giochi aveva vinto facilmente, soffrendo soltanto nel primo round contro Duane Bobick, che lo aveva sconfitto l’anno prima. Era al meglio della condizione atletica, carico di motivazioni e forte dell’esuberanza dei sui venti anni.

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“Battere l’americano” era ancora il sogno di ogni cubano. I pugili pregavano che il sorteggio li opponesse a uno di quei capitalisti. Fidel Castro aveva cancellato il professionismo nel 1961 e aveva riservato ogni investimento  allo sport dilettantistico. A fine carriera anche Teofilo avrebbe avuto la sua ricompensa: una casa. Ma non sarebbe mai riuscito a godersi sino in fondo l’amore che la gente aveva per lui, quello che lui aveva per il popolo che ne aveva fatto un idolo.

Numerose le disavventure (uso un eufemismo) di Stevenson. Momenti bui in cui a pagare erano state quasi sempre altre persone. Non era riuscito a venire fuori dalla boxe senza portarsi dietro i ricordi dei tempi gloriosi. Aveva faticato a inserirsi nella vita, non aveva capito che anche un campione doveva rispettare le regole. L’alcool era stato un nemico più pericoloso di qualsiasi rivale sul ring.

È stato un grandissimo del pugilato. Ha vinto tanto, ha marcato un’epoca. L’ha fatto con una tecnica essenziale che nascondeva in ogni colpo qualcosa di assai vicino alla perfezione (per conoscerlo meglio, guardate Teofilo Stevenson Tribute)

Non tradiva emozioni. Il suo volto era una maschera da cui non filtrava nulla. Si avvicinava al ring come un sacerdote si incammina verso l’altare. E una volta salito su, eseguiva la cerimonia del sacrificio, mettendo ko l’avversario di turno. Il diretto destro era un’arma micidiale. Carico, spinto da gamba e spalla, finiva per essere una pallottola che troncava ogni tentativo di resistenza del rivale. Olimpiadi o Mondiali non facevano differenza. Molti dei suoi nemici erano finiti giù e quando avevano provato a rialzarsi avevano inscenato tragici balletti, come se qualcuno avesse tagliato i fili e loro si fossero ritrovati al tappeto senza avere più nulla a cui aggrapparsi.

Questo è stato Teofilo Stevenson. Non so cosa avrebbe potuto fare da professionista.

Avrebbe potuto sconfiggere qualsiasi rivale gli fosse stato messo davanti”. Cito Fidel Castro.

Ma non posso essere d’accordo con il Líder máximo. Anche se fosse andata in porto la sfida con Ali, come avrebbero potuto affrontarsi i due? Sui tre round? Sui 15? Molto sarebbe dipeso dalla distanza. Probabilmente sarebbe stato quacosa di assai più vicino a un’esibizione che a un match vero e proprio. Più che un pronostico, chiunque si avventuri in una previsione del genere si rende complice di un gioco di simulazione che non ha appigli con la realtà. Ma serve comunque a confermare la grandezza del mito Stevenson.

L’11 giugno 2012 è morto un pugile che è con pieno merito tra i protagonisti assoluti della storia della boxe. Anche senza essere mai passato professionista. E questo lo rende davvero unico.

2 risposte a “Teofilo Stevenson, storia di un mito”

  1. 11/05/1982 non 15/04/1982…

    1. E dire che c’ero…

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