Adriano Panatta racconta Federer

French Open tennis tournament at Roland Garros

ROGER Federer sta inseguendo a Ginevra l’ultimo sogno tennistico che non ha ancora realizzato: vincere la Coppa Davis. Per approdare in finale dovrà eliminare l’Italia, battendo oggi Fabio Fognini e garantendo alla Svizzera il punto decisivo. È l’ultimo tassello che manca alla carriera di un mito: 17 Slam, 80 titoli, 237 settimane consecutive e 302 in totale da numero 1 del mondo, 6 Master, l’argento olimpico in singolo e l’oro in doppio. A 33 anni, con oltre 90 milioni di dollari di prize money e la Davis in tasca, potrebbe anche salutare e godersi la doppia coppia di gemelli avuti con Mirka.

Qualche tempo fa ho parlato con uno dei due più grandi tennisti italiani di sempre assieme a Nicola Pietrangeli. Gli ho chiesto cosa abbia avuto Roger Federer per esser così speciale.

Adriano Panatta ha molto del romano disincantato. Smorza gli entusiasmi con una risata, ridimensiona le situazioni con una battuta. È uno che da giocatore ha vinto nello stesso anno Internazionali di Roma, Roland Garros e Coppa Davis. Un indimenticabile 1976.

Durante quella nostra chiacchierata Adriano non aveva frenato. Il suo ritratto di Federer era stato quasi da tifoso. Ma attenzione, da tifoso competente e capace di ricondurre a parametri tecnici qualsiasi affermazione.

Adriano, cosa ti piace di Federer?

«Sa giocare a tennis. Non vorrei essere frainteso: sono pochi quelli capaci di esprimere un tennis di simile talento. Dico Lendl e Sampras tra tutti quelli che ho visto.»

Come si manifesta sul campo il talento dello svizzero?

«Dal modo in cui colpisce la palla, dal cambio di ritmo, dalle soluzioni tecniche e tattiche che decide di adottare. Colpisce la palla con violenza, ma lo fa sempre nella maniera giusta. In un modo classico, ma nello stesso tempo moderno. Si è parlato a sproposito della scuola svedese, di quella spagnola. Federer è svizzero, viene dunque da una nazione che non ha una tradizione alle spalle. Lui gioca divinamente, come si deve fare: la palla davanti al corpo, non dietro come avviene spesso oggi. Gioca in lift, in back. Sa come e dove tirare da ogni parte del campo. E’ un grande campione

Altri riferimenti per spiegare meglio quali sono quelli che a tuo giudizio sanno ”giocare a tennis”?

«Dico Laver, Sampras, ma anche Agassi. Insomma è questo il modo di conquistare la gente. Io, tranne nelle occasioni in cui lo faccio per lavoro, mi siedo davanti alla televisione solo se c’è lui in campo. Ho ancora negli occhi la partita contro Hewitt agli US Open del 2004. Non ho mai visto giocare così, è quasi impossibile farlo.»

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Il colpo migliore?

«Fa bene tutto. Certo, il rovescio è straordinario. Ma vogliamo parlare del diritto? Ha una forza di polso eccezionale, riesce a dare angolazioni inaspettate anche in avanzamento. E’ uno spettacolo in assoluto. E’ bello da vedere.»

Cosa avrebbe fatto contro i miti del passato?

«Credo che avrebbe potuto essere il numero 1 in ogni epoca

Anche giocando con la racchetta di legno?

«Lì sarebbe stato un mostro imbattibile

Cosa hai pensato quando Federer ha scelto di non farsi guidare da un allenatore?

«Che mi piaceva ancora di più. Cosa poteva insegnare un coach a Federer? Poteva forse spiegargli il tennis? Io vedo l’allenatore come uno che deve dare un supporto tecnico e tattico al giocatore, uno che lo aiuta a leggere la partita. Credo che Federer non ne abbia bisogno da molto tempo

La capacità di vincere partite in cui è sotto presssione, l’abilità con cui risolve situazioni difficili, fanno pensare ad un uomo di grande personalità.

«Ha sicurezza. Gli viene dalla consapevolezza di poter risolvere in qualsiasi momento la partita

Tutto merito del talento?

«Solo con il talento non si diventa fenomeni. Dietro c’è del lavoro, la serietà di un giocatore che si allena duramente. E soprattutto che sa programmare la sua stagione, senza le esasperazioni di alcuni.»

Per lungo ha avuto un solo neo: per essere perfetto gli mancava una vittoria al Roland Garros. Poi ce l’ha fatta. Ti ha sorpreso?

«Per niente. Ha l’attitudine alla terra rossa. Più di altri campioni che lì hanno fallito, come Becker o McEnroe. E poi, era ora che qualcuno che sapesse giocare a tennis vincesse a Parigi. Erano tanti anni che non accadeva

Quale è il campione del passato che ti ricorda?

«Lew Hoad, per il modo in cui colpisce la palla. Per il resto, è unico

Tra quelli che hanno giocato nella sua era, se dovessi fare un nome, chi avresti indicato come rivale in grado di creargli grossi problemi in ogni partita anche nel periodo d’oro?

«Marat Safin, se solo avesse cambiato la testa.»

Un miracolo che sarebbe stato possibile?

«Credo proprio di no

 

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