Chiude Atlantic City, città triste della boxe

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ATLANTIC CITY sta chiudendo. Come in un vecchio e triste film, i Casinò serrano le porte uno ad uno. Prima il Revel, poi il Trump Plaza e lo Showboat. Sono in perdita, non ce l’hanno fatta a superare la crisi. Ora che l’economia americana si sta riprendendo, loro pagano il conto di mille errori. Solo un miracolo, o (ancora iù difficile) un saggio piano finanziario, potrebbero salvarla.

Nelle arene di quei mega alberghi hanno combattuto i migliori. Mike Tyson, Evander Holyfield, George Foreman. Da tempo gli high roller, scommettitori da cinquemila dollari a puntata, non passano più da quelle parti.

Non mi è mai piaciuta Atlantic City, mi ha sempre messo tristezza.

Ricordo una mattina presto, appena dopo l’alba. Camminavo sulla boardwalk, la passeggiata in legno che costeggia il mare per dieci interminabili chilometri. Mi ero fermato davanti a Ocean One, un edificio costrutito come se fosse una vecchia nave poggiata su palafitte di cemento che andavano direttamente a incastrarsi nella sabbia sotto l’Oceano. Un grande magazzino, un posto come ce ne sono migliaia in America, uno di quelli in cui puoi trovare di tutto.

Quattro agenti si muovevano lentamente accanto alle palafitte. Alcuni gabbiani volavano disegnando centri concentrici attorno a qualcosa che non riuscivo a vedere. Sentivo che avrei fatto meglio ad andare via, invece la curiosità mi aveva spinto nella direzione opposta. Pochi passi e avevo capito quale fosse il problema.

Aveva meno di trent’anni. L’avevano ucciso con 24 coltellate. Il volto sfigurato, la maglietta inzuppata di un sangue scuro, più nero che rosso. Le gambe erano in una posizione innaturale, come se cadendo avesse provato ad accavallarle. Schizzi di sangue macchiavano la spiaggia.

Da quel giorno la prima cosa che mi viene in mente quando sento nominare Altantic City è quel corpo privo di vita.

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Ero lì per la sfida di Carl Williams a Mike Tyson per il mondiale dei pesi massimi. Carl lo chiamavano “La Verità”. Sul ring avrebbe conosciuto l’uomo che era convinto di avere la verità nei pugni. Iron Mike la notte del 21 luglio 1989 lo aveva messo via in 93 secondi, due in più di quanti ne aveva impiegati il 27 giugno dell’88 per quello che era stato presentato come il match del secolo e si era risolto in 1:31. Non aveva resistito di più Michael Spinks (foto), presentatosi sul ring imbattuto dopo 31 incontri.

Tyson quelle due sfide le aveva disputate alla Convention Hall, ma combatteva anche al Resort International, all’Atlantis Hotel, e soprattutto al Trump Plaza: all’epoca 1700 slot machines e 100 tavoli da gioco. Il proprietario di quel complesso un po’ kitsch e molto moderno era un personaggio popolare: Donald Trump, un miliardario che possedeva un intero palazzo sulla Quinta Strada a New York e vendeva gli appartamenti che avevano la vista su Central Park a sei miliardi l’uno. Sto parlando della fine degli anni Ottanta.

Le riunioni di boxe del biondo Donald avevano come teatro il Convention Center, un Palasport da 18.000 posti collegato attraverso un tunnel coperto al Casinò del Trump Plaza. In pochi minuti gli spettatori si trasformavano in giocatori e l’affare era fatto.

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Alla Convention Hall il 16 ottobre del 1987 Tyson aveva letteralmente distrutto anche Tyrell Biggs (foto), colpevole di avergli tolto la gloria di un oro olimpico nella carriera dilettantistica e di avere pronunciato parole che il campione aveva giudicato offensive.

Lui non ha mai affrontato nessuno come me, qualcuno che può metterlo al tappeto con un solo colpo e non sta lì solo per sopravvivere. Sono pronto a chiudergli la bocca.

Iron Mike l’aveva tenuto su per sette round prima di decidersi a metterlo ko. Ho ancora negli occhi la faccia di Biggs, o quel che ne restava. Era disegnata da tagli profondi, gonfiori, bozzi. Uno spettacolo pietoso.

La concorrenza di Las Vegas era forte. Ricordo ancora un enorme cartellone pubblicitario all’ingresso della città del New Jersey.

Noi siamo a Las Vegas e voi siete qui. Ah, ah, ah!

Già attorno ai primi anni Novanta si avvertivano i segnali della crisi. Gli incassi faticavano a coprire le spese e il dissesto economico era dietro l’angolo.

I tempi d’oro erano stati quelli del proibizionismo. Gli anni Venti, quelli che avevano regalato alla passeggiata a mare l’etichetta di “lungomare del vizio”. Belle ragazze, gangster, politici corrotti e tanta musica. In uno dei teatri della città si era esibita nel suo primo show da solista Bessie Smith. Ma non era certo il jazz la prima ragione di un viaggio ad Atlantic Ciity.

Liquori illegali, gioco d’azzardo e prostituzione erano le offerte sul bancone del vizio. Il gusto del proibito era soddisfatto.

La boxe aveva avuto il suo momento magico negli anni Ottanta e, in piccola parte, anche negli anni Novanta.

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Il 19 aprile del ’91 non c’era una stanza libera negli hotel della città. Tutto esaurito. George Foreman, 42 anni, affrontava Evander Holyfield per il mondiale dei massimi. Venti milioni di dollari al campione, dodici e mezzo allo sfidante. Un milione e 450.000 persone avevano pagato 37,50 $ per vedere il match in pay per view. C’era grande eccitazione e i commercianti facevano affari d’oro.

Ero arrivato in albergo in piena notte e quando avevo dato il mio nome all’impiegato, quello mi aveva pregato di attendere un attimo. Mi aveva fatto accomodare nella sala Vip e aveva chiamato il direttore.

C’era qualcosa che non andava, meglio chiarire subito.

Il direttore però non mi aveva fatto neppure parlare. Mi aveva consegnato personalmente la chiave della stanza e mi aveva accompagnato. Era una suite. Sul tavolino del salotto c’era un depliant che riportava i prezzi. Il mio appartamento costava mille dollari a notte. Terrorizzato, mi ero precipitato alla reception e il portiere mi aveva gentilmente spiegato che avrei pagato la tariffa concordata al momento della prenotazione: 140 dollari. Il cambio a favore della suite era un omaggio dell’hotel.

Non ho mai saputo perché.

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Per colpa del jet lag mi ero svegliato molto presto. Per un po’ avevo litigato con le coperte fino a legarmi come un involtino. Poi, muovendomi lentamente, mi ero avvicinato al tavolino che avevo accanto. L’orologio indicava le 5:30. Inutile cercare di riprendere sonno.

Pochi secondi e lanciavo un urlo. Sul soffitto un enorme specchio rifletteva la mia immagine. Avevo cercato l’interruttore della luce e avevo spinto. Il letto, tondo, aveva cominciato a girare. Solo al terzo giro ero riuscito a fermarlo. Ormai avevo capito: era al centro di un incubo.

Foreman e Holyfield avevano dato vita ad un combattimento emozionante. Scambi violenti, boxe tra campioni. Il pubblico era tutto per Big George, l’urlo che accompagnava le sue azioni mi aveva riportato indietro nel tempo quando Nino Benvenuti faceva impazzire il pubblico del Palazzone all’Eur.

Il titolo era rimasto al campione, ma Foreman era piaciuto. Prima del verdetto la gente era salita sul ring. Ce n’era troppa. I poliziotti da quelle parti non hanno mai fatto tanti complimenti. Erano saliti su anche loro e avevano cominciato a lanciare la gente in platea. Uno spettatore era atterrato sulla postazione di Rino Tommasi che stava trasmettendo per Canale 5. Il giornalista si era lasciato scappare un “Deficiente!” urlato a microfono aperto in diretta. Poi si era scusato, era ampiamente giustificato.

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La città aveva vissuto anche sfide che avevano coinvolto pugili italiani.

L’11 gennaio del ’91 Francesco Damiani aveva perso per ko 9 contro Ray Mercer il titolo Wbo dei massimi disputato all’interno del Trump Taj Mahal. Un match incredibile con il romagnolo nettamente avanti sino al momento in cui non aveva preso un colpo al naso. Mancavano tredici secondi alla fine della ripresa, ma non era voluto andare avanti. Avevamo passato la serata in un caotico ospedale della città. Avevo dovuto faticare per convincere il medico del pronto soccorso che stava visitando il colosso di Bagnacavallo che quel naso pieno di curve era così fin dalla nascita e non doveva essere rimesso a posto da un’operazione. Alla fine ce l’avevo fatta.

Al Trump Castle, il 15 luglio dell’89, Gianfranco Rosi (foto) batteva a sorpresa Darrin Van Horn e conquistava il titolo Ibf dei superwelter. Ricordo la festa del dopo match, un gruppo di italiani, guidati dal promoter Renzo Spagnoli, cantava la loro gioia mentre Benedetto Montella, giudice e agente di viaggio, suonava melodie che appartenevano al repertorio del vecchio Frank Sinatra.

L’ultimo italiano a combattere per un titolo da quelle parti era stato Gianluca Branco, sconfitto ai punti dal mitico Arturo Gatti il 24 gennaio 2004 per il titolo Wbc dei superleggeri. Una grande prestazione quella del pugile di Civitavecchia che era riuscito a tenere in perfetto equilibrio l’incontro sino al decimo round quando era finito knock down. La lontananza dal ring, non combatteva da quattordici mesi, aveva avuto il suo peso nel cedimento finale. Peccato.

Atlantic City chiude, salvarla sarà davvero difficile.

Sono molto triste per i seimila lavoratori che perderanno il posto. Ma quella città non l’ho mai amata. Me la ricordo con l’acqua sporca dell’Oceano che riversava sulla spiaggia i suoi rifiuti. La gente che passeggiava pigra, senza fretta in un posto che diventava bello solo quando la nebbia lo avvolgeva completamente regalandogli un tocco di mistero e coprendo le bruttezze di una città che oltre ai suoi Casinò non era riuscita a costruire altro.

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La linea degli alberghi copriva le vergogne del ghetto nero. Case buttate giù, abitazioni decadenti, finestre spaccate, barboni e senzatetto in strada.

Il gioco era l’unico pozzo dove attingere per sopravvivere.

Gli scommettitori importanti arrivavano da New York in aereo e le spese erano pagate dai Casinò. Quarantacinque minuti su un aeroplanino a elica, due motori, carrello fisso. L’unica scommessa che potevi sperare di vincere era quella con il tuo stomaco.

Il dissesto economico era già dietro l’angolo. Ma fingevano di non accorgersene.

Il tempo della grande boxe era finito.

Atlantic City chiude e i due ricordi più belli che mi lascia sono un film di Louis Malle e una canzone di Bruce Springsteen. Entrambi di una tristezza infinita, come la città che sta fallendo.

2 risposte a “Chiude Atlantic City, città triste della boxe”

  1. Avatar Demetrio
    Demetrio

    GRAZIE per tutte le meravigliose storie che ci racconti
    demetrio – milano

    1. grazie a te per le belle parole
      dario

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