Il mondo di Monfils, il francese volante

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NON SO SE quando leggerete questa storia lui sarà ancora in corsa, ma so che mentre scrivo Gaël Monfils è a pieno diritto nel cuore degli US Open. E questo mi basta, perché del francese sono tifoso.

Mi piace la sua follia, l’insofferenza, l’incapacità di rispettare le regole. E mi piace questa voglia di sbagliare da solo. A 28 anni, compiuti lunedì 1 settembre, si può prendere qualsiasi decisione senza avere per forza qualcuno che lo faccia per te.

Monfils gioca da oltre un anno senza allenatore.

In realtà qualcuno che riesce a farsi rispettare da questo lungagnone c’è, si chiama Rufin ed è il papà.

“Quando è stata l’ultima volta che hai incontrato il tuo idolo dell’infanzia?”

Lo incontro quando voglio, è mio padre.”

Ma Rufin non è più il suo coach da molto tempo. Viene dalla Guadalupe e oggi lavora come agente della Telecom France. Mamma Sylvette è un’infermiera e arriva dalla Martinica. Eccolo qui il rifugio dove andare quando le cose si fanno difficili. Gaël non è dunque così solo come in tanti vorrebbero farci credere.

Resta comunque una variabile impazzita.

In un mondo che ha rigidi codici di comportamento lui veste i panni dell’anticonformista. E soprattutto non riesce ad accettare i continui richiami a quanto avrebbe potuto fare di più e non ha fatto per colpa di una testa che spesso non accompagna il gioco.

Glielo hanno ricordato anche durante questi US Open.

“Sei più concentrato sull’obiettivo di quanto non lo sia stato in passato?”

Perché?

“Arrivi al punto senza crearti tutte quelle complicazioni che accompagnano il tuo gioco.”

Non sono diverso. Sono felice.”

Il tennis è anche passione non solo tecnica. Questo è il messaggio del ragazzone che arriva dal West Side di Parigi, dalle banlieue, dalla lotta per imporsi senza avere tutto già pronto. Lo mostra con la spettacolarità dei colpi, anche se a volta sembra una ricerca quasi ossessiva: il comportamento di un eterno Peter Pan a cui piace più giocare che vincere. Lo mostra con l’esultanza quando uno di qui colpi gli riesce. Il pubblico applaude, i giornalisti criticano.

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Un aiuto l’ha certamente avuto. Quel fisico lì, 1.98 per 80 chili, non lo trovi facilmente in giro. Muscolatura elastica, struttura resistente, buona reattività.

Un dritto esplosivo, poi il lento ritorno in posizione. Un’andatura ciondolante, anche dopo il migliore dei colpi. Una scrollatina di spalle anche dopo il peggiore degli errori.

È un ottimo colpitore da fondocampo e questo lo ha portato a esagerare. Si piazza lì ad inizio partita, poi comincia ad indietreggiare e quando il gioco si fa duro lo trovi a tre metri oltre la linea dove ha bisogno di tutta la sua prestanza atletica per tenere l’altro sotto pressione.

Probabilmente non ha mai creduto che quel modo di soffocare il rivale che ha fatto di Novak Djokovic il numero 1 sia il comportamento giusto. O almeno non fa per lui. Gli basta un servizio potente, un dritto devastante, e l’uso dello slice quando serve, per ottenere risultati.

E sì perché continuano a dipingerlo come un incompiuto, dimenticando forse che è stato numero 7 del mondo. Un mondo popolato da Federer, Nadal, Djokovic e Murray. Insomma un tennis che non lascia molto spazio agli altri.

Quello che non trova in campo, Monfils lo cerca fuori. Estroverso fino ai limiti estremi è stato spesso criticato per i suoi atteggiamenti fuori dal tennis.

Non ha una profonda fiducia in se stesso, per questo scappa dalla realtà imbarcandosi in tutte le follie che riesce a mettere assieme.”

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È stato tormentato dagli infortuni. Ne ha avuti in ogni parte del corpo: ginocchio, schiena, caviglia, polso. Non sempre ha avuto la forza per superarli. Il fatto è che li prendeva come se fossero una congiura del mondo intero contro di lui. Unico perseguitato dalla sfortuna nell’universo tennistico. Non era ovviamente così, ma Gaël non la pensava a questo modo. Le motivazioni se ne andavano, la voglia di lottare scompariva e immancabilmente doveva ricominciare daccapo.

Difficile stare dietro a uno così.

Intervistato da Christopher Clarey del New York Times, Jim Courier ha dipinto il sette parole il giovanotto di Parigi.
“Se fossi l’allenatore di Gaël Monfils, cosa proveresti a cambiare?”
Amo Gaël, ma non vorrei certo allenarlo.

Ricordo quello che mi aveva detto un collega francese durante l’ultimo Roland Garros. Gli avevo chiesto come si fosse preparato il giovanotto per un appuntamento così importante.

Ha detto di avere fatto un duro lavoro, anche sei ore al giorno. Ha poi aggiunto che erano equamente divise tra tennis, basket e breakdance…

Ci hanno provato in tanti. Richard Warmoes, Thierry Champion, Tarik Bemhabiles, Roger Rasheed, Patrick Chamagne, Eric Winogradsy. Si sono dovuti arrendere.

Che fare davanti a uno che durante l’ultimo French Open rinvia l’appuntamento con il massaggiatore fino all’1:30 della notte perché deve cercare un posto dove mangiare un buon kebab?

La Francia lo ama. Come non volergli bene? Muscoli elastici, prestazioni atletiche da acrobata. Il suo dritto con entrambi i piedi che non toccano terra è diventato una clip tra le più viste di questi US Open. Showman capace di incantare chiunque.

E le spaccate, i recuperi impossibili.

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Ma a conquistare i francesi è anche la capacità di illudere per poi precipitare nella disperazione in modo melodrammatico. Perché non si fatica a regalare affetto a un tipo che ti fa sognare, anche se poi spesso ti delude.

“Come ha fatto a rimontare da due set sotto a due pari?”

Perché è Monfils.”

“Come ha fatto a perdere a zero il quinto set e la partita?”

Perché è Monfils.

Aveva ragione Patrice Dominguez. Nella sconfitta contro Andy Murray nei quarti di finale dell’ultimo Roland Garros c’era l’intera vita tennistica di Gaël Sebastien Monfils, parigino di nascita e di cuore.

Dramma, esplosività, reazione, esaltazione.

Poi, alle 21:40 di un mercoledì umido e ventoso, l’avventura era stata interrotta da Andy Murray: lo scozzese non si era fatto intenerire dalle urla di una folla in delirio per il suo campione.

Ancora una volta l’incapacità a reggere la tensione nel momento chiave era stata fatale al francese.

Ma gli perdono tutto, anche perché quel suo modo di stare in campo mi riporta indietro nel tempo, me lo rende simpatico. Ha la capacità di muoversi come fosse uno degli eroi di cartone della mia infanzia: si chiamava Tiramolla, figlio del caucciù e della colla, ed era capace di arrivare ovunque allungandosi senza problemi.

È ancora in corsa Monfils e i francesi continuano a sognare. Da troppi anni aspettano qualcuno che ripeta le gesta di Yannick Noah. Conosco bene questa sensazione, so come ci si senta a tifare per il passato. Nicola Pietrangeli prima e Adriano Pantta poi sono stati gli unici a farci sorridere nel mondo del tennis maschile. E sono passati quasi quarant’anni.

Gaël Monfils ci ha provato più volte, la notte ha sempre inghiottito i suoi tentativi. Chissà come finirà stavolta…

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