Il pugile vagabondo, malato di sesso

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STAVO navigando su Internet, quando ho visto la foto di un pugile la cui storia mi ha sempre affascinato. Me l’aveva raccontata il suo manager italiano in una di quelle chiacchierate senza fine che un tempo si svolgevano al termine delle riunioni di boxe. Ci si ritrovava in un ristorante non troppo lontano dal Palazzetto e si andava avanti fino a notte fonda senza stare lì a farci tante domande nè su che ora fosse, nè su quanto stessimo rivelando di noi stessi. Si raccontavano aneddoti, si raccoglievano notizie e interviste confidenziali. Erano tempi in cui fare il giornalista era davvero un piacere. Ma sto divagando, sterzo e ritorno alla nostra storia.

Angel Garcia, è di lui che vi voglio parlare, era un cubano nato nel ’37. Aveva uno stile elegante. Così qualcuno aveva cominciato a chiamarlo Robinson. Come il mitico Sugar Ray. E quel soprannome gli era rimasto appiccato addoso.

Angel Robinson Garcia era un grande pugile, ma aveva vizi altrettanto grandi. Beveva, fumava e non c’era giorno che non facesse l’amore. Con una o più donne. In carriera ha disputato 237 match, combattendo in ventuno Paesi, in quattro Continenti. Era bravo, ma amava in maniera esagerata il sesso. Prima di salire sul ring, dopo il peso, a fine match, durante gli allenamenti. Sempre.

Il manager genovese Rocco Agostino l’aveva conosciuto a Barcellona. In carcere.

Rino Tommasi voleva a tutti i costi organizzare una sfida tra il cubano e Bruno Arcari. Il manager Caballero aveva chiamato Rocco, dicendogli che il suo pugile poteva uscire di prigione, a patto che il procuratore ligure firmasse un documento con cui si impegnava a farlo tornare in Spagna dopo due giorni.

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Rocco (sopra) aveva accettato ed era andato a prenderlo a Barcellona con l’aereo privato di Massimo Del Prete, che all’epoca dirigeva il Palasport di Genova. Il 28 aprile del ’67 Garcia era salito sul ring e aveva disputato un grande incontro con Arcari perdendo ai punti in 10 round. Era andato così bene che Agostino gli aveva chiesto di venire a combattere per lui una volta uscito di galera.

Un paio di settimane dopo, Angel Robinson Garcia si era trasferito in una pensione di via XX Settembre a Genova. Dormiva lì, per mangiare ci pensava Zeffirino: Luciano Belloni, appassionato di boxe e titolare di uno dei più famosi ristoranti d’Italia.

Garcia si allenava duramente, ma trovarlo dopo le otto di sera era un’impresa disperata. Era capace di andare fino a Verona solo per prendersi un caffè, di viaggiare sino a Milano per passare la notte in una discoteca. Si era fatto amici alcuni agenti della Mobile e molte delle serate le trascorreva con loro. Ma almeno tre volte a settimane erano proprio gli amici poliziotti a doverlo portare in cella.

Angel era un bel ragazzo ed era sessualmente superdotato. Non si stancava mai di mostrare quella che riteneva la sua qualità migliore. Le signorine dell’angiporto facevano a gara per averlo con loro. Ovviamente gratis. E questo non piaceva ai magnaccia che tutte le sere si mettevano a caccia di quel tizio che si divertiva con le loro donne. Il problema era che lo faceva gratis.

Una sera erano riusciti a metterlo alle strette. L’avevano circondato in cinque. Avevano provato ad attaccarlo tutti assieme. Ed erano finiti a terra, tutti stesi ben oltre il conteggio totale. La polizia aveva dovuto prendere Garcia a randellate sulla nuca per riuscire a fermarlo.

Solo in carcere riusciva a fare vita da atleta. Era stato anche per questo che Agostino, nel momento in cui era venuto a mancare l’avversario di Carmelo Bossi, aveva proposto Angel Robinson a Rodolfo Sabbatini.

Ma non è in prigione?”, aveva chiesto il promoter romano.

Appunto…”, aveva risposto il manager.

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Era andato a prenderlo in galera alle 10 del mattino. Era dentro per avere picchiato una prostituta insistente e incontentabile. L’aveva caricato in macchina e portato a Roma. Per più giorni aveva mangiato solo piatti di spaghetti. Senza sale e senza sugo. Ma alla fine era in forma e con Bossi aveva già combattuto, e pareggiato, a Barcellona un anno prima. Per quattro riprese si era difeso alla grande, poi si era dovuto fermare alla quinta per una ferita. Era il 14 luglio del 1967.

Garcia aveva sempre fatto una vita da zingaro. Nulla lo spaventava.

Una volta era stato chiamato per un match contro Chico Morales a Santiago di Cuba. Era arrivato sul luogo del combattimento dopo un viaggio di quattordici ore in pullman. In città stavano festeggiando il Carnevale, il posto era pieno di turisti, gli alberghi non avevano neppure una stanza libera. Così lui e il maestro Richie Riesgo se ne erano andati in giro per teatri, guardando spesso lo stesso film e riuscendo a dormire per pochi minuti in ciascun cinema. Poi si erano messi a riposare su una panchina nel parco. La mattina dopo aveva fatto il peso, mangiato una robusta colazione ed assieme al maestro per riposarsi era tornato in quei teatri dove avevano passato parte della notte. Erano esauti.

Quella sera Angel era stato molto bravo sul ring e aveva battuto chiaramente Morales.

Il match non risulta nel record ufficiale di Garcia, cosa che capitava assai spesso per gli incontri di quei tempi.

Ma Richie Riesgo ha sempre ripetuto la stessa versione.

Questa storia è vera dalla prima all’ultima parola.”

Angel Robinson Garcia era superstizioso. Ne racconto una per tutte. Prima di un match copriva il pavimento della stanza d’albergo di candele votive accese. L’aveva fatto anche alla vigilia dell’incontro di Milano contro Eddie Perkins. Era finita che l’armadio aveva preso fuoco.

Quel match l’aveva perso. E con la borsa aveva dovuto risarcire il proprietario dell’albergo.

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È stato un autentico globetrotter. Ha vissuto per un periodo di tempo a Cuba, Milano, Genova, New York, Las Vegas, Barcellona e Parigi. Ha combattuto ovunque collezionando 135 vittorie (53 per ko), 82 sconfitte (solo tre prima del limite) e venti pari. Ha affrontato quindici campioni del mondo, ha incontrato Roberto Duran, Josè Napoles, Carlos Hernandez, Wilfredo Benitez, Saoul Mamby, Esteban De Jesus, Ken Buchanan. Sempre sul ring, dal 1955 al 1978, oscillando dai leggeri ai welter.

È stato amico di Jean Paul Belmondo e Alain Delon.

Ha vissuto sempre sopra le righe, godendo ogni giorno oltremisura. Alcool e sesso hanno compromesso la sua carriera e la salute. Fegato e reni ne hanno sofferto. Chissà dove sarebbe potuto arrivare se solo avesse dato le priorità a scelte meno pericolose.

Su di lui è stato scritto un libro (“Angel” di Alain Philippe Coltier) e una canzone (“Angel Robinson Garcia” di Francois Thévenou-Philippe Luttun).

È morto povero e solo l’1 giugno del 2000 all’Havana, lì dove era nato sessantré anni prima. Sempre in viaggio, combatteva dovunque ci fosse una borsa che potesse toglierlo per qualche giorno dai guai.

Un vagabondo del ring che non ha mai rimpianto le sue scelte.

 

 

 

 

 

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