Demolita la palestra di Louis e Robinson

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LO BUTTANO giù. Prima che quest’anno finisca non resterà più niente del Brewster Wheeler Recreation Center di Detroit. È stato il campo dei miracoli della boxe e sembra ormai destinato a finire come i miti che l’hanno frequentato. Due su tutti. Il primo aveva vissuto la giovinezza da quelle parti, poi assieme alla mamma aveva provato a cercare fortuna altrove.

Era nato Walker Smith jr nel quartiere Black Bottom di Detroit. Una zona malfamata. Papà muratore dedito all’alcool. Il divorzio dei genitori aveva portato la mamma, e lui, a New York dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr portava soldi a casa. Vendeva la legna da fuoco che prima rubava in un magazzino sotto la West Side Highway. Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai piccoli amici. Prendevano la metropolitana, uscivano nelle fermate accanto ai teatri e cominciavano ad esibirsi. Un piattino davanti ai piedi serviva per raccogliere le offerte. Nei fine settimana faceva il lucidascarpe.

La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era subito diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre. Walker jr era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni. Il pugile che non si era presentato si chiamava Raymond Robinson.

Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera l’avrebbe fatta come Ray Robinson, poi una signora ed un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome: Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

Joe Louis era dunque suo amico. Anche lui era di quelle parti.

buona 17.56.07

L’illuminazione a Detroit in quei giorni veniva dal kerosene, non certo dall’elettricità. L’acqua era quella dei pozzi, il bagno era in campagna. Per i neri non c’era neppure l’istruzione. Lo Stato spendeva per loro un decimo degli investimenti pubblici. E li obbligava a cinquanta giorni in meno di scuola, con insegnanti di seconda categoria. Dopo sette anni, tutti a casa. Le scuole superiori erano solo per i bianchi.
A Detroit, dove i Barrow erano andati a cercare un posto fisso, Joe lavorava fin da bambino. Trasportava blocchi di ghiaccio da venticinque chili, aiutava un falegname, spingeva enormi camion nelle officine della Ford.
Scopriva la boxe e perdeva il primo match da dilettante contro un tale Johnny Miller, nato Miletich, che gli infliggeva sette atterramenti!
Più che un match si era trattato di uno scandalo: Miller era un dilettante esperto che aveva rappresentato gli Stati Uniti all’Olimpiade di Los Angeles di quell’anno, Louis era un novizio all’esordio. Joe si riprendeva e chiudeva la carriera dilettantistica con 50 vittorie e 4 sconfitte. Poi, nel luglio del ’34, scopriva il professionismo. E il mondo scopriva Joe Louis: il più grande peso massimo di sempre.
Quell’esordio datato 1932 si era svolto all’interno del Brewster Center.
Di quell’edificio a due piani in mattoni rossi tirato su nel 1929 da tempo non c’è quasi più nulla.
Il periodo d’oro è durato l’arco di trent’anni: dal 1929 al 1959, poi la Crysler Freeway ha attraversato il quartiere e le cose sono cambiate.
Tutto quello che era in mano alla gente di colore è sparito. Case, negozi, jazz club, teatri. Spariti. Tutta l’area oggi è l’immagine del degrado.

palestra distrutta
Al Brewster Center, a cui era stato aggiunto nel tempo il nome Wheeler in ricordo del primo nero a lavorare nel centro ricreazionale, ha cantato Diana Ross. A due passi da lì viveva la famiglia di Steve Wonder. Lì dentro hanno combattuto anche Eddie Futch, Delmar Williams e Dave Clark.
Si giocava a basket, a baseball, si tiravano pugni, si nuotava, danzava e cantava. Dall’inizio degli anni Duemila il Centro ha chiuso. Ora in quel luogo un tempo pieno di vita, c’è solo silenzio.
Le pareti della piscina sono scrostate, su una c’è un’enorme macchia di sangue. Rifiuti ovunque, sporcizia, finestre e porte rotte. Le panche dove una volta sedevano spettatori urlanti sono divelte. Il tabellone da basket è integro, ma non funzionante. Graffiti, scritte oscene. E ancora calcinacci, mura pericolanti, immondizia.
Joe Louis pagava 25 cent al mese per allenarsi lì. Picchiava per un’ora il sacco senza fermarsi quasi mai. Quando finiva su quel sacco c’era il ricordo dei suoi pugni. Arrivava con una custodia da violino dove aveva nascosto i guantoni, la mamma non doveva sapere che stava diventando un pugile. E quando andava via era felice perché aveva già capito che quel luogo era diventato una seconda casa.
Da questo autunno, a meno di un generoso finanziatore dell’ultimora,  il Brewster Wheeler Recreation Center non esisterà più. Un’enorme palla d’acciaio lo butterà giù. Finirà anche lui ko dopo una vita di splendori. Mi ricorda in un lampo la triste fine di Louis e Sugar Ray Robinson, i suoi più illustri frequentatori.
È un messaggio o solo una triste coincidenza?

 

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