Un titolo può essere più violento di un pugno

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È uscito un servizio su “la Repubblica.it”.
“Boxe, la brutalità sale sul ring/i teenager prima e dopo i match”, l’occhiello recita: la fotodenuncia.
Da vietare secondo il quotidiano romano non sarebbe solo la pratica del pugilato, ma anche la visione delle foto. Infatti se provate ad aprire il file ecco un annuncio da film dell’orrore.
ATTENZIONE le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità.

Ho affrontato il pericolo, ho guardato le foto. Diciamo che i segni della lotta sono evidenti in cinque delle 36 immagini proposte (sotto pubblichiamo una delle foto del danese Nicolai Howalt pubblicate da la Repubblica.it: a sinistra un ragazzo prima del match, a destra dopo). Si parla di pugili da undici anni a diciassette anni.
Ricordo che in Italia è vietato ogni combattimento sotto i 14 anni e fino a 19 anni c’è l’obbligo del caschetto protettivo.
Detto questo mi sembra giusto sottolineare come il servizio sia stato presentato in mondo scandalistico. Attenzione, ecco i mostri! E poco conta che poi nelle cinque righe che accompagnano la prima immagine il tono sia più soft. Resta la violenza, questa sì, del richiamo in prima pagina.
Impressione che ha trovato ampia conferma quando sono andato a curiosare nel sito del fotografo/pugile danese e ho trovato il testo che accompagna quelle foto.
“Nel corso degli anni 2000-03 l’artista Nicolai Howalt ha seguito giovani pugili danesi in Danimarca e all’estero. Il risultato è racchiuso nel libro “Boxer”. Le immagini ritraggono una serie di giovani pugili. L’intento di Howalt è quello di catturare il momento prima e dopo il match. Un senso di spiritualità, emozioni, aspettative ed energia caratterizzano le fotografie. I doppi ritratti trasmettono i sogni dell’infanzia, della pubertà e dell’identità. L’incontro di boxe per Howalt mette in scena una piattaforma che si astiene dal descrivere le preoccupazioni interne della boxe o degli elementi di competitività di questo sport. La boxe diventa un simbolo nella sfida tra la paura e il coraggio, il sogno contro la realtà. È anche il momento che divide un ragazzo prima di diventare un uomo e racconta la sensazione di essere da soli per la prima volta. Da adolescente Howalt ha boxato e e di conseguenza ha capito che i momenti appena prima e dopo l’incontro sono i più interessanti.”
Non era certo di brutalità del pugilato che intendeva parlare l’artista.
Già in passato mi sono trovato davanti a situazioni simili. Anche stavolta cercherò attraverso un ragionamento che poggi su convinzioni personali e non di esporre le mie idee. Per questo motivo mi sembra opportuno riproporre quanto ho scritto qualche tempo fa in una situazione ancora più “pesante” di questa.

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UN MEDICO inglese, John Hardy dell’University College di Londra, ha pubblicato sulla rivista New Scientist un duro atto d’accusa contro il pugilato chiedendo che sia vietato nel mondo. Un amico mi ha chiesto cosa ne pensassi.

Ho provato a rispondergli. Ho cercato di farlo tralasciando i rituali raffronti con altri sport. Football americano e hockey su ghiaccio, ad esempio. Discipline di contatto che fanno dello scontro fisico il momento principale e hanno nelle statistiche degli infortuni numeri inquietanti. Più della boxe. Ho provato a rispondere guardando dentro di me e cercando di essere il più sincero possibile.

Per prima cosa, gli ho detto, posso offrirti le parole della scrittrice americana Joyce Carol Oates: “Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a conannarla pienamente negli altri… Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…”

Poi, ho continuato, posso risponderti meno nobilmente con le parole che ho usato nel mio libro “E chiamavano me assassino”: “Sul ring la sofferenza è solo per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto soltanto il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato.”

Sono successivamente sceso su un piano più pratico.

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Nel pugilato moderno il coefficiente di rischio è stato ridotto al minimo nella maggior parte dei Paesi del mondo. Ma resta. Ed è con quel “minimo” che devono confrontarsi gli uomini di coscienza.

Il pugilato ha salvato tanti ragazzi. Non solo con la sicurezza economica che ha accompagnato il successo. Ma anche con alcuni fondamentali insegnamenti di vita.

Il rispetto delle regole e degli altri, cosa assai rara in una società moderna che perdona qualsiasi scorciatoia se finalizzata al raggiungimento del traguardo.

Il rispetto per il proprio corpo, consci che sul ring non si può bluffare.

La cultura del sacrificio, consapevoli che solo facendolo diventare parte della propria esistenza si possano realizzare i sogni.

La capacità di incanalare la forza fisica attraverso un percorso strategico che richiede intelligenza e autocontrollo.

La certezza che la paura va affrontata. La boxe è uno dei rari momenti della vita in cui vai incontro al dolore, anziché fuggirne, perché sai che è l’unico modo per riuscire a farcela.

Ma tutto questo non mi impedisce di chiedere alcuni accorgimenti a un mondo che amo, certo del fatto che le storture non siano nell’anima del pugilato quanto nei comportamenti delle persone che ne fanno parte.

Bisognerebbe togliersi dalla testa l’equazione pugilato = machismo. La boxe forma l’uomo, non lo trasforma in “macho” vocabolo che, riportando la definizione della Treccani, significa: “un uomo che tenda a esibire una virilità esagerata e appariscente, assumendo in generale atteggiamenti tali da esprimere sicurezza, forza, aggressività.

Se facessimo nostro questo punto di partenza, riusciremmo più facilmente ad accettare l’idea che spingersi oltre il limite non sia un atto di coraggio, ma un errore. Il pugile in sofferenza palese va fermato e questo possono farlo soprattutto l’arbitro ed il suo angolo.

Non mi sono mai scagliato contro uno stop anticipato.

Prendiamo il clan del pugile. Un ragazzo affida nelle mani del maestro tutto se stesso. Perché nel corso del match spesso non ha sufficiente serenità per giudicare le sue condizioni fisiche (il 90% dei pugili a cui, durante un incontro, si chiede: te la senti di andare avanti?, risponde “sì”). Tocca al maestro capire esattamente la situazione, imporre tempi di combattimento, ma anche fermare la sfida quando pensa sia diventata troppo pericolosa. Molte delle tragedie del ring sarebbero state evitate se gli uomini d’angolo fossero stati sufficientemente accorti.

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L’arbitro è l’altra persona a cui è affidato il compito di bloccare il combattimento nel caso in cui i rischi superino il lecito. Quante volte abbiamo visto un pugile subire una punizione drammatica senza che il terzo uomo sul ring intervenisse?

Riducete poi la pretesa di trovarvi ogni volta davanti a una guerra. Non sto dicendo di trasformare la boxe in un match di scherma. Dico solo che non mi sembra necessario portare fino all’estremo un match, non è lecito accusare di codardia un atleta che chiede di essere fermato se non se la sente più di andare avanti. La boxe ha la sua forza nel rispetto che insegna. Per  l’avversario, per gli altri, per se stessi. Il coraggio un pugile lo dimostra già salendo sul ring. Tifosi e addetti ai lavori dovrebbero sempre ricordarlo. Un pugile che vince prendendo pochi colpi non è da fischiare, è da applaudire.

Infine voglio parlare dei cosiddetti “collaudatori”. Lo so, sono indispensabili nella crescita di un atleta che abbia qualità e ambizioni per arrivare in alto. Ma anche qui bisognerebbe fissare dei limiti. Girano l’Europa, il mondo, pugili che hanno una collezione infinita di sconfitte. In molti giustificano la loro presenza sul ring con il fatto che siano “bravi perdenti”, gente che cede quasi sempre ai punti. Non penso sia una giustificazione, sono invece certo sia un’aggravante. Ma credete davvero che continuare a prendere colpi match dopo match, per l’intero arco dell’incontro, sia un fatto positivo? La somma dei pugni raccolti durante 30, 40, 50 sconfitte produce quasi sempre un risultato terribile. Trasforma le statistiche in un elemento a favore di chi vorrebbe condannare alla scomparsa questo sport. E, soprattutto, rovina degli uomini. Ricordiamolo.

Il pugilato con il passare degli anni ha fatto passi da gigante nella tutela degli atleti. Resta però quel minimo coefficiente di rischio (minimo, non perché lo dica io, lo testimoniano le cifre). E allora ognuno di noi dovrebbe chiedersi se sia giusto o meno affrontarlo per avere in cambio i benefici che ho sopra esposto.

Per quanto mi riguarda ho deciso. Io sto con la boxe.

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