Iron Raonic, il Tyson buono del tennis

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Milos Raonic ha sconfitto anche Marcel Granollers. Per la prima volta un canadese è nei quarti di finale del Roland Garros. Ora affronterà Djokovic.

 

MILOS ha la faccia da pitbull, un pitbull buono. E poi c’è quel fisico da gigante, 1.96 per 90 chili, che un po’ ti intimidisce. Ma Milos Iron Raonic è cattivo solo sul campo. Un bomber che spara servizi costantemente superiori ai 225kmh, uno che è stato anche capace di toccare i 241kmh!

Un bombardiere, un uomo in grado di risolvere velocemente qualsiasi sfida, è da sempre un soggetto affascinante. Il pugile che ha nelle sue mani il pugno da knock out sollecita la fantasia, cattura l’attenzione. Ha la strada più facile verso la celebrità. Uno di loro, Mike Tyson, con la forza dei pugni ha costruito una fortuna. Per poi buttarla via assieme agli anni migliori della sua vita.

A Milos questo non accadrà, lui ha una diversa cultura e soprattutto una diversa famiglia alle spalle. Ma come Tyson (che studiava i vecchi campioni come Joe Louis, Jack Dempsey o Sonny Liston) anche Raonic passa qualche ora davanti al video facendo scorrere le immagini degli eroi del passato. Chiedetegli di Jack Kramer o Pancho Gonzalez, le sue risposte vi sorprenderanno.

Come Iron Mike su un ring di pugilato, Milos picchia su un campo da tennis. Ha la più alta percentuale di punti fatti con la prima di servizio e il numero degli ace aumenta a doppia cifra partita dopo partita. Battuta dopo battuta ha scalato velocemente la classifica. Era 425 nel marzo 2010, un anno dopo era già 35 (avendo cominciato la stagione da 156!). Oggi è 9 del mondo. Mai nessun canadese si era spinto fin lassù.

Un canadese acquisito. Raonic è nato il 27 dicembre del 1990 a Podgorica, che all’epoca si chiamava Titograd, in Montenegro. Una città dolce, bagnata da sei fiumi. Le acque della Moracia e della Ribuiza la attraversano; quelle di Zeta, Situiza, Mareza e Zilvna le passano molto vicino. Ma l’uomo è capace di rovinare anche il quadro più bello.

Una guerra etnica spietata, crudele, tragica, aveva appena cominciato a dilaniare la Jugoslavia. Il fratello uccideva il fratello. Si faticava a capire come tanto dolore avrebbe potuto essere un giorno dimenticato.

“Ok ok lo so che capisci
ma sono io che non capisco cosa dici
Troppo sangue qua e là sotto i cieli di lucide stelle
Nei silenzi dell’immensità
Ma chissà se cambierà
oh non so se in questo futuro nero buio
Forse c’è qualcosa che ci cambierà
Io credo che il dolore
è il dolore che ci cambierà
Oh ma oh il dolore che ci cambierà”
(Henna, Lucio Dalla)

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I genitori di Milos, Dusan e Vesna, in Montenegro lavoravano come ingegneri nucleari. Avevano subito capito che il futuro avrebbero dovuto costruirlo altrove. Erano così volati in Canada, erano andati a vivere con tutta la famiglia in Ontario, alla periferia di Toronto. Comincia così la storia di un ragazzo che, per necessità o scelta, è diventato cittadino del mondo.

Nato in Montenegro, cresciuto in Canada, studente negli Stati Uniti (ha avuto una borsa di studio dall’Università della Virginia), tennista professionista in Spagna, residente a Montecarlo.

Aveva tre anni quando lasciava il Montenegro. A 8 dopo cominciava a giocare a tennis. A 12 lo faceva già con discreta costanza. Doveva allenarsi molte ore al giorno e soldi da sprecare non ce ne erano. Toccava al papà trovare la soluzione migliore. Così Dusan aveva preso in affitto, al Blackmore Tennis Club di Richmond Hill, una macchina sparapalle. Per spendere meno dei 24 dollari l’ora dei momenti di maggiore richiesta, se l’era fatta dare nello spazio in cui il flusso dei soci era praticamente inesistente. Alle 6 del mattino e dopo le 9 di sera. Il problema era risolto. E aveva un vantaggio da non sottovalutare. Figlio e papà sarebbero stati assieme. Dusan era con lui sul campo al caldo o al freddo, ma sempre rispettoso dei ruoli. Da papà intelligente sapeva che era responsabile dell’educazione del ragazzo e doveva vigilare sui suoi studi, ma sapeva anche che era compito del maestro di allora (Casey Curtis) gestire il giovanotto come tennista. Non aveva mai invaso gli spazi altrui.

Un incoveniente era però stato impossibile cancellare. Visti gli orari, Milos si trovava spesso ad allenarsi da solo, una situazione che lo costringeva a provare l’unica cosa che potesse fare senza avere un compagno con cui confrontarsi. Migliorare il servizio.

Oggi picchia sulla pallina con classe e potenza. Nella finale contro Andy Roddick, a Memphis 2011, ha sparato una battuta a 150 miglia orarie, in quella stessa partita ha messo a segno 32 ace, 129 in tutto il torneo.

“E’ stato eccitante vedere un talento come lui, non mi accadeva da parecchio tempo. Non mi sorprenderei se entrasse presto tra i migliori dieci del mondo”, parola di Andy Roddick, uno che se ne intende.

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“Fight, run and hit the ball”. Combatti, corri e picchia la palla. Marat Safin diceva che i suoi comandamenti erano tutti qui e tu avevi la tentazione di credergli. Come il russo, anche Raonic è entrato come una palla da bowling nel mondo del tennis. Come lui combatte, corre e picchia la pallina. Ha meno talento naturale, minore solidità e gioca peggio sulla terra battuta. Ma sul piano della tenuta mentale mi sembra che gli sia già superiore.

Il mondo della racchetta si chiede ormai da tre anni, dal suo exploit agli Australian Open 2011 (ottavi di finale, arrivando dalle qualificazioni, dove era entrato come testa di serie numero 26!), fin dove possa spingersi il giovanotto. Sul veloce è una garanzia, sulla terra deve migliorare molto. Limitata l’efficacia del servizio e la forza devastante del diritto, deve impegnarsi a trovare soluzioni diverse se vuole continuare a crescere.

Il giovanotto ha fatto scoprire il tennis a un Paese che sembrava appassionarsi solo all’hockey su ghiaccio o, al limite, al basket. Milos è uno che rispetta la tradizione della nazione che lo ha visto crescere, per questo tifa Toronto Raptors e Toronto Maple Leafs, ma è lo sport che si gioca con racchetta e pallina ad entusiasmarlo. Una passione che, assieme ai risultati (cinque titoli Atp e altrettante finali; il raggiungimento, per la seconda volta nella storia canadese, della semifinale di Coppa Davis), ha fatto lievitare l’interesse di questo bel Paese che sa regalare calore ai suoi eroi.

E’ uno che non si tira indietro. Il punto va a cercarlo, non aspetta che il rivale sbagli. E’ un tipo tosto, un giovane che a ventitrè anni ha già raccolto esperienze in ogni parte del mondo. E adesso guida un movimento, quello canadese, in continuo sviluppo. Lui e Eugenie Bouchard hanno tracciato la strada, altri li seguiranno.

 

 

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