E’ difficile raccontare il calcio sui giornali

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I GIORNALISTI sportivi hanno un rapporto difficile con il mondo del calcio, quasi conflittuale.

Prendiamo ad esempio il giorno della partita. Dimenticatevi le interviste. La società manda in conferenza stampa l’allenatore e un giocatore. Uno scelto dai dirigenti, non dai giornalisti.

Tizio ha fatto tre gol, una prestazione fantastica, insultato tutti prima di uscire dal campo? La società può mandare Caio che ha giocato quaranta minuti e la palla non l’ha mai toccata.

Se i giornalisti dei quotidiani vogliono sentire cosa ha da dire Tizio hanno due soluzioni.

Mettersi davanti al televisore e sentire quello che dice nelle interviste ai microfoni di SkySport o Mediaset. Oppure lanciarsi nella giungla della zona mista. Cento colleghi e un calciatore che ha poca voglia di parlare e quasi mai si ferma. Anche perché lo ha già fatto con almeno tre televisioni (alle due già nominate si aggiunge la Rai) e con alcune radio.

Il giorno dell’evento, quello più interessante dell’intera settimana, i quotidiani sono esclusi dal grande giro dell’informazione. Vivono di notizie riflesse, di frasi riportate.

Non è che negli altri giorni le cose cambino molto. L’intervista, quella vera, viene concessa raramente. E i quotidiani sono costretti a remare per mettere assieme qualcosa da offrire ai lettori.

Ma a volte anche i canali nati da un normale rapporto civile e professionale vengono chiusi. Ci sono presidenti che vietano l’accesso al ritiro delle squadre a giornalisti che non sono graditi, altri che negano l’ingresso stampa allo stadio a alcuni di quelli che hanno criticato la loro gestione.

Il calo costante di incassi da stadio e il debole rapporto che c’è tra giornalisti dei quotidiani e il mondo del calcio, ci sta trasportando verso la trasformazione di questo sport in un gioco da salotto. Se lo giocheranno tra di loro, davanti a cinquanta telecamere che non solo inquadreranno gli spogliatoi per poi proporre immagini registrate e asettiche, ma saranno messe in azione anche a sorpresa. Niente più censure, tutto in diretta. Basterà pagare un consistente canone di abbonamento.

Perché mai uno dovrebbe andare allo stadio? Meglio starsene sul divano di casa. Perché dovrebbe comprare un quotidiano sportivo fatto di interviste che hanno già ascoltato alla tv o alla radio?

Una volta i giornali erano il punto di riferimento per informazione e analisi tecnica. I direttori erano rispettati, addirittura temuti dal mondo del calcio. Parlo di Palumbo, Ghirelli (foto sotto), Brera, Tosatti, Cannavò fino ad arrivare a Sconcerti e Vocalelli. I giornali riuscivano a conservare un rapporto paritario con giocatori e allenatori. Oggi non è più così.

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Il calciatore è un professionista che guadagna sia dall’ingaggio che dalla pubblicità. Le società hanno quotazioni di mercato che dipendono dai risultati e dall’immagine che riescono ad offrire all’esterno. E allora la televisione è meglio dei quotidiani. Meno rischi, meno difficoltà, più certezze.

Non a caso le pagelle sono l’ultima spiaggia su cui le due professioni riescono a incontrarsi. C’era un tempo in cui famosi giocatori telefonavano la domenica sera in redazione per chiedere il voto che il giornalista incaricato del servizio aveva loro assegnato. Ce ne erano altri che chiedevano addirittura di alzare quel voto. Non so se accada ancora oggi, certo per una pagella bassa si rischia di interrompere un rapporto. Perché tutto poggia ormai su una bilancia squilibrata.

Finita la possibilità di intervistarli nel dopo partita. Restano poche occasioni, offerte dopo lunghi corteggiamenti, di un botta e risposta in esclusiva. Mi dispiace dirlo, ma spesso da quegli incontri escono articoli non esaltanti, tutti uguali come i capelli dei calciatori.

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“Vinceremo lo scudetto”

“Segnerò 15 gol”

“Qui mi sento a casa”

“I tifosi sono splendidi”

Una volta, tanti anni fa, lavoravo al Corriere dello Sport quando ne divenne direttore Mario Gismondi. Una delle battaglie più dure che fece fu quella contro i luoghi comuni, le frasi fatte.

Era ancora l’epoca di “fare la barba al palo”, “risultato ad occhiali”, “il pur bravo portiere”, “toglie le ragnatele dall’incrocio dei pali” e così via…

Mi sembra di avere fatto un triplo salto all’indietro nel tempo. Oggi, in televisione e sui giornali, sento e leggo una grande quantità di frasi fatte. Purtroppo a queste si sono aggiunti gli articoli in ciclostile. Tutti uguali, senza anima.

I giornali hanno perso non solo copie, ma anche autorevolezza. E, credetemi, la seconda non è conseguenza della prima. Si può vendere poco ed essere autorevoli.

Il problema è che si sta scivolando verso il gossip, convinti che questo voglia il mercato. Non ponendosi neppure la domanda se sia o meno buon giornalismo. Non avendo più la possibilità di un confronto con i calciatori, si costruiscono intere paginate su mezze frasi. E questo non aiuta né la credibilità, né la tranquillità dei rapporti.

I giornalisti sono visti dai giocatori come la controparte. I lettori hanno perso fiducia nel loro giornale di riferimento.

Per un lungo periodo editori e direttori si sono convinti che avere in organico un giornalista specializzato fosse un peccato da cancellare.

“Tutti devono sapere fare tutto”

Era il grido di battaglia che si avvertiva in redazione. Sono d’accordo in linea generale, lo sono assai meno se questo diventa soltanto un paravento dietro cui nascondere i tagli all’organico, l’allontamento dalle proprie competenze, l’appiattimento generale.

Se il lettore giudica competente, gradevole nella scrittura, informato, indipendente un giornalista, finisce con l’affezionarsi alla sua firma. Ammetterlo però vorrebbe dire restituire potere al singolo reporter. Non sarà anche questa la ragione per cui si è cercato per un lunghissimo periodo di combattere la specializzazione?

Il calcio è stato il primo ad esaltare il distacco tra protagonisti e narratori delle loro imprese. Quando anche gli altri sport lo seguiranno sino in fondo, per i giornali uscire dal tunnel sarà quasi impossibile.

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