Soli, violenti. E i bambini ci guardano…

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PERCHE’ a Roma tanta gente cammina in mezzo alla strada?

Perché nei semafori della capitale il verde diventa giallo dopo dieci secondi e tale rimane per un minuto?

Perché i marciapiedi diventano sempre più grandi e le strade sempre più piccole?

Non sono queste le grandi domande della vita, ma se ne conoscessi le risposte sarei più tranquillo.

Mi raccontava l’altra sera il mio amico Alessandro.

“Ero in una piccola città della Germania. Stavo attraversando a piedi la strada, quando mi sono sentito riprendere da un signore.

– Non vede che sta passando con il rosso?

– Ma non c’è nessuna macchina nel raggio di duecento metri.

– Sì ma c’è un bambino. Se la vedrà passare con il rosso come potrà mai crescere nel rispetto delle regole?

Mi sono vergognato come mai…”

Ecco, dovremmo sempre tenere presente quegli occhi di bambino che ci guardano.

Dovrebbero farlo anche i motociclisti che ci puntano contromano su qualsiasi via urbana, quelli che parcheggiano sui passaggi riservati alle carrozzine, gli automobilisti che rendono l’attraversamente pedonale una sorta di rischiossima ruota della fortuna. Può andarti bene, può andarti male.

Leggevo giorni fa le proteste inviate dai lettori all’edizione romana del Corriere della Sera. La mia città sta diventando sempre meno vivibile.

Il traffico è sinonimo di caos.

Ieri c’era lo sciopero dei vigili urbani, sabato scorso c’era una manifestazione a favore del consumo della marijuana, prima c’erano stati cortei di protesta, corse ciclistiche, maratone. E se ci fermassimo qui, ci andrebbe di lusso.

Perché poi ti capita la finale di Coppa Italia e allora si sprofonda in un clima da guerriglia urbana con tanto di feriti gravi, contusi e arresti.

E non parliamo dei cortei in cui sfilano personaggi con passamontagna, bastoni, manganelli, bombe carta e spranghe. Pronti a sfasciare tutto in ogni momento.

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Viviamo in un clima di violenza. Verbale e fisica. Una violenza percepibile ogni giorno, ogni minuto. Ed è forse per fuggire da questa violenza che siamo portati ad isolarci. Ci stiamo rassegnando a non comunicare.

La svolta negativa della società ci ha portato alla convinzione che ascoltare sia inutile. E allora, per evitare qualsiasi pericolo, non comunichiamo di persona, meglio farlo attraverso telefonia mobile o computer. Così, se qualcuno risponde al messaggio, ci sentiamo liberi di fingere di non averlo letto.

Ci stiamo trasformando in alieni che rifiutano il contatto diretto, quasi avessimo paura di una contaminazione.

Sono state azzerate molte relazioni interpersonali, si hanno sempre meno amici, ma si hanno anche sempre meno parole a disposizione. Accade così che siano sostituite dalle parolacce. Il turpiloquio è diventato linguaggio comune.

Non si leggono i giornali. Per favore non venitemi a raccontare che la colpa è di Internet che offre tutto gratis. Ma fatemi il piacere! Su Internet la stragrande maggioranza va per altri motivi. Non sono io a dirlo, ma le statistiche sulla lettura gratuita dei quotidiani o dei siti di informazione online. L’interesse è sempre più ristretto sino ad arrivare ad un unico tema, ci si chiude nel proprio ghetto culturale. E si guarda con schifo tutto quello che rimane fuori.

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Ho letto che qualche tempo fa WhatsApp avrebbe registrato il record di scambi di testo, video, foto: 64 miliardi al giorno! Lo ha comunicato l’amministratore delegato dell’azienda, che ha aggiunto un altro dato: 42,5 miliardi in uscita, 21,5 in entrata. A questo punto ho cominciato a farmi qualche domanda.

Perché se sono stati spediti 42,5 miliardi di messaggi ne sono arrivati solo la metà? Dove finiscono gli altri?

E ancora. Se ai 64 miliardi di messaggi tramite WhatsApp aggiungiamo i 23 di SMS se ne deduce che quotidianiamente nel mondo vengono spediti almeno 87 miliardi di comunicazioni brevi attraverso la telefonia mobile. Dal momento che la popolazione globale è di poco superiore ai sette miliardi di individui, escludendo dal conteggio le fascie di età 0/5 anni e 90/100 e oltre mi piacerebbe sapere cosa ci sarà mai nei 15/20 messaggi che ogni santo giorno vengono spediti da ogni singolo abitante di questo pianeta.

L’Italia nel campo non è seconda a nessuno. Possediamo 110 cellulari ogni 100 abitanti. Il 10% della popolazione ne ha due. E ogni minuto che passa ne diventiamo sempre più schiavi. In macchina, a passeggio, al ristorante, sul treno, in chiesa, al cinema. Ovunque, anche dove è vietato, trasmettiamo SMS, WhatsApp, Twitter, e-mail e duettiamo su Facebook.

Senza Internet non si vive più. Anche in una cena romantica il telefonino è lì sul tavolo, come se fossimo in attesa di una comunicazione di importanza vitale. Perché spegnerlo? Magari Obama ha bisogno di noi per risollevare l’economia americana, Putin potrebbe chiederci soluzioni per la crisi in Ucraina, il Papa mandarci l’ultimo discorso per le necessarie correzioni prima di proporlo ai fedeli.

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Per non parlare di quelli che per tutta la cena continuano a rispondere a messaggi e chiamate, come se fossero lì da soli. Per quale maledetto motivo siamo andati assieme al ristorante se preferisci parlare con altri?

Non riuscire a telefonare fa entrare nel panico.

Quante tacche hai? Il mio non prende e il tuo?

Si fatica a comunicare, è sempre più difficile trovare una persona capace di ascoltare. Eppure continuiamo a trasmettere messaggi. Messaggiare no, mi rifiuto di scriverlo.

Per la maggior parte sono banalità allo stato puro. Per il resto ovvietà senza speranza.

Che fai?

Chiedimelo quando ci incontriamo, telefonami, scrivimi una lettera.

Sui cellulari trasferiamo il linguaggio dei social network, degli sms.

Trascrivo da “E mo t’ammazzo”, un mio libro.

«Amò, se deve esse rotto er telefonino».

«Perché Ugo, che succede?»

«M’è arivato un messaggino, ma sò tutte consonanti e nun posso manco comprà ‘na vocale».

«Magari ti ha scritto er Varechina».

«No, lui è più chiaro».

«Ma dai…»

«Nun me piacciono ‘sti esemesse».

«Perché?»

«’na vorta se parlavamo. Mo la gente sta sempre a smanettà sur telefonino. Anche quanno magna, smanetta. Dico io, se pò?»

Con Facebook, Twitter, WhatsApp, Sms ormai ci si parla con frasi sincopate, parole tronche, più simboli che vocaboli. E il vocabolario si impoverisce.

Si lanciano messaggi dentro la bottiglia dell’etere e il più delle volte sono rivolti a una sola persona (non specificata) ma vengono offerti alla visione comune.

“Stavolta non ai fato la cosa giusta, mesa che finisce male”

Chi? Cosa? E soprattutto, a noi cosa interessa?

Seguono venti commenti in cui “amici” di FB si uniscono alla minaccia dell’illetterata/o.

Comunicare oggi è davvero difficile.

Presto azzereremo qualsiasi contaminazione e finiremo per parlare solo con noi stessi. Togliendoci anche il gusto di litigare.

 

 

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