JJ, una vita spericolata

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Il romanzo di un uomo contro. Il razzismo, le donne bianche, la bravura sul ring, il Ku Klux Klan, la prigione, la fuga, la tragedia. E’ la storia di Jack Johnson, il primo nero campione del mondo dei pesi massimi.

NATALE 1908. Sammy Jackson, seduto su una vecchia poltrona nella sua casa di Sydney, legge per la quarta volta una lettera. Viene da Atlanta.

«La vita è dura per noi neri in America. Ci linciano perché siamo diversi. Non abbiamo diritto al voto. Chiese, teatri, treni, ristoranti, parchi e addirittura marciapiedi diversi. Siamo considerati inferiori anche alle bestie. La schiavitù è finita da cinquant’anni, ma continuiamo a vivere in case che rischiano di crollare da un momento all’altro. L’unica cosa che abbonda sono le malattie. La criminalità è padrona dei ghetti dove ci hanno segregato. Viviamo nel West End. Nomi diversi, per posti sempre uguali. A New York è San Juan Hill o Harlem, Seventh Ward a Philadelphia, South Side a Chicago. Ora però c’è una speranza. Jack Johnson affronterà Tommy Burns per il titolo, lo batterà e diventerà il primo nero campione del mondo dei pesi massimi. Ti invidio, potrai vederlo vincere per noi.

Tuo cugino Timoty»

TINY è preoccupata. L’il Artha, il terzo dei suoi cinque figli nato nel marzo del 1878 a Galveston in Texas, sembra non voglia crescere. Il papà del piccolo Arturo è un ex schiavo del Maryland che ha praticato la boxe a pugni nudi. Ha sposato Tiny, 19 anni più giovane di lui, quando lei era ancora una bambina. Hanno avuto nove figli.

È povera la famiglia Johnson, come lo sono quasi tutti i neri d’America. L’il Artha appartiene alla prima generazione di neri americani nati liberi. Quando il fisico diventa sufficientemente robusto, decide di scappare di casa. Ha dodici anni ed è già un ribelle. Trova lavoro a Boston, pulisce i cavalli nelle scuderie di un ippodromo. Non si accorge che uno degli animali si è innervosito e quando la bestia lo scalcia non fa in tempo a schivare. Si rompe il femore della gamba sinistra, una cicatrice spessa che parte dalla coscia e arriva fino a metà ginocchio sarà il ricordo per la vita. Viene rispedito a Galveston dove trova lavoro al porto.

Ormai tutti lo chiamano Jack Johnson, ha solo sedici anni ed esordisce al professionismo. Mette ko John Lee al quindicesimo round. Il pugilato dei pionieri non conosce prudenza. Sono gli anni in cui molti Stati considerano illegale la boxe.

Il 3 febbraio 1903 Johnson batte Ed “Denver” Martin ai punti in 20 round e diventa campione dei pesi massimi neri. Il titolo è un’invenzione dei giornalisti californiani. La legge dice che un nero non può misurarsi con un bianco. I confini di quel titolo sono ristretti alla West Coast. Su a New York, o a Chicago, nessuno lo prende in considerazione.

Tommy Burns è il nome con cui combatte Noah Brusso. È un franco-canadese di ventisette anni, ha conquistato il titolo mondiale sconfiggendo Marvin Hart in 20 round.

Johnson insegue Burns sfidandolo in ogni occasione. Ma l’America non vuole un nero come campione dei massimi. In Tennessee, nel 1866, è nato il Ku Klux Klan. Un gruppo razzista che odia i neri fino a ucciderli. I suoi capi si chiamano Gran Dragone, Gran Titano, Gran Ciclope. Sono tutti alle dipendenze di uno Stregone Imperiale. Indossano tuniche e cappucci bianchi, erigono croci fiammeggianti sulle colline, si muovono con spedizioni notturne per picchiare, linciare, assassinare i neri.

Il KKK si schiera decisamente contro il match. Minacciano ritorsioni contro chiunque si azzardi a organizzare la sfida.

Il campionato si fa in Australia. Anche lì le tensioni razziali sono forti, lo sterminio degli aborigeni della Tasmania da parte dei coloni inglesi e le leggi anti-immigrazione hanno creato un clima di conflittualità estrema. I giornali contribuiscono ad aumentare la tensione.

«L’Australia è per gli uomini bianchi», scrive il Bulletin.

Tommy Burns è perfetto per incarnare il ruolo del protagonista. Un piccolo bianco che deve lottare contro il gigante nero corrotto e malato di sesso.

Jack Johnson si fa costruire un sacco di allenamento a forma d’uomo e vi dipinge sopra la faccia di Burns, sotto scrive «pig», porco. Questo e altro gli ha insegnato anni prima Joe Choynski, un californiano che dopo averlo sconfitto per ko al terzo round è finito in prigione assieme a lui per avere dato vita a un match tra pugili di razze diverse.

Per il mondiale con Jackson, Burns prende la più alta borsa della sua carriera: 30.000 dollari. Per il match d’esordio, otto anni prima, aveva guadagnato un dollaro e 25 centesimi. Intasca tanto, ma rimedia anche una dura lezione. Per rendere un’idea di come vada, basta leggere i titoli dei giornali il giorno dopo.

«Il massacro di Sydney», è il commeno più tenero.

Burns viene punito da Johnson, che dopo ogni colpo apre la bocca in un ampio sorriso, mostra i suoi quattro denti d’oro e lo sbeffeggia.

«Ehi, Tommy. Pensavo fossi un combattente, un uomo che sapeva dare battaglia. Mi sono sbagliato. Vieni avanti, picchia. Fa’ qualcosa».

Jack tiene in piedi il nemico bianco, colpendo lui punisce un’intera razza. L’incubo per Burns finisce alla quattordicesima ripresa, quando interviene il sovrintendente di polizia Frank Mitchell e dichiara chiuso il combattimento. È il 26 dicembre 1908, Jack Johnson è il nuovo campione dei massimi. Ed è nero.

LA PRIMA signora Johnson è Etta Terry Duryea, ma non è la sola a seguirlo in giro per il Paese. Spesso nella città del combattimento alloggiano anche Etta, Bellie e Hattie. Le tre amanti dell’epoca. Etta muore suicida dopo un anno di matrimonio. Si spara al Café de Champion, il bar che Johnson ha aperto a Chicago.

In quello stesso bar, un mese dopo, Adah Banks spara al campione. E’ la gelosa compagna di Lucille Cameron: la seconda moglie di Jack. Una bella e prosperosa ragazza bianca che lavora in un saloon a Juárez, in Messico, per poi  spostarsi nella “casa” di Fannie Simpson a Minneapolis e infine approda a Chicago. Fa la prostituta e ha solo 18 anni.

La mamma di Lucille fa causa a JJ, lo accusa di esercitare poteri diabolicamente ipnotici sulla figlia. La ragazza, interrogata dalla polizia, protegge il suo uomo.

«Non mi importa se è bianco o nero. Io lo amo».

«Preferisco vedere mia figlia morta, piuttosto che con un negro», replica la mamma.

Quarantamila persone sfilano a Chicago manifestando contro il campione. La commissione dello Stato dell’Illinois si spaventa e proibisce la vendita di alcolici all’interno del “Café de Champion”. È l’inizio della fine.

La polizia interroga Belle Schreiber. È una ragazza bianca che ha viaggiato con Jack attraverso gli States. Anche lei è una prostituta. Johnson viene accusato di avere violato il Mann Act, il trattato che tutela le donne bianche dal pericolo di essere portate in giro e rese schiave. Tratta delle bianche o sfruttamento della prostituzione, l’accusa non è precisa. Ma non importa. Jack Johnson viene condannato a un anno e un giorno di prigione e a una multa di 1.000 dollari. Fa appello, esce e scappa. Rimane fuori degli Stati Uniti per sette anni.

MOLTI dei guai di Johnson nascono tra le lenzuola. E’ un campione ingombrante. L’America vuole toglierlo di mezzo. Comincia la caccia alla “grande speranza bianca”, all’uomo che deve strappargli il titolo.

Il primo a essere sacrificato è Stanley Ketchel. Quando sale sul ring lo chiamano “The Michigan Assassin”. E’ il detentore del mondiale dei medi, un picchiatore terribile.

Salire nei massimi è un azzardo per uno che pesa 78 chili e deve affrontare un rivale che è salito fino a 94. Nelle foto di rito Ketchel indossa un cappotto di tre taglie più grande e calza stivali con tacchi alti 11 centimetri. La differenza sul ring è però evidente.

Al dodicesimo round Ketchel spara un destro all’altezza dell’orecchio di Johnson che va al tappeto. L’illusione di Stanley dura una frazione di secondo. L’arbitro non fa in tempo a contare che Jack scatta come una molla in piedi e colpisce con un devastante montante destro Ketchel. È tale la violenza del colpo che quattro denti del rivale restano sul guantone del campione. Il titolo è salvo.

Jack London ha 33 anni e ha appena pubblicato il suo capolavoro, “Martin Eden”. Anche lui non sopporta l’idea che un nero sia campione del mondo. Va a casa di James J. Jeffries e gli chiede aiuto.

«Cancella questa vergogna».

James Jackson Jeffries ha 35 anni. È stato campione dei massimi dal 1899 al 1904, poi si è ritirato. Soldi ne ha fatti abbastanza, meglio godersi la vita. Per sei anni rimane lontano dal ring, poi arriva la grande occasione.

Per il match tra lui e Johnson si apre un’asta con 36 promoter e un’offerta globale di tre milioni di dollari. Tex Rickard mette sulla scrivania un sacchetto di pelle.

«Questo parla per me, io non porto chiacchiere ma contanti».

Dentro ci sono 120.000 dollari in oro.

L’affare è siglato.

Il match si dovrebbe fare a San Francisco, ma i disordini razziali, l’intervento del Ku Klux Klan e quello del governatore della California lo impediscono. Il 4 luglio 1910 è Reno, nel Nevada, a ospitare la sfida.

Tex Rickard piazza 250 poliziotti e 150 agenti a cavallo a guardia dell’arena. Non vuole disordini. Fa confiscare pistole, coltelli, addirittura alcune accette.

La sfida è impari. Jeffries, assente da sei anni dal pugilato, ha cominciato gli allenamenti a 125 chili. Ne ha persi venti in preparazione all’incontro.

Johnson lo umilia.

Secondo round.

«Perché non ci provi, Mr Jim?»

Terzo round.

«Ti è piaciuto questo colpo al corpo, Jim? Avanti, aiutati, colpisci anche tu qualche volta

Ottavo round.

«Ehi Jim, l’hai sentito questo?»

Quindicesimo round, l’ultimo.

«Occhio Jim, arriva la fine.»

James Jeffries è ko.

JACK Johnson scappa dall’America razzista, fugge in Canada nascosto tra i giocatori di basket dei Black Giants. Sbarca in Europa. Compra cavalli da corsa che ricopre con gualdrappe di seta. Si fa seguire da un’orchestra jazz in cui lui suona la viola. Combatte a Parigi. Poi va in Argentina e disputa quattro match.

Il 5 aprile 1915 è a L’Avana. Lo aspetta la difesa mondiale contro Jess Willard.

Cuba è la meta preferita dei miliardari che arrivano dalla Florida e dal Texas. Vanno a spendere soldi al riparo dall’FBI. E poi a Cuba ci si può ubriacare senza problemi. L’ippodromo di Manano è a otto chilometri dalla capitale. Un fiume di gente si mette in marcia fin dal mattino. Ci sono ventimila persone attorno al ring, altre cinquemila sono arrampicate sulle colline.

Jess Willard è l’ultima grande speranza bianca. Ha 33 anni, quattro in meno di Johnson, ed è un autentico gigante di due metri per 111 chili. Jack ha accettato la sfida per 30.000 dollari di borsa ufficiale e per altri 50.000 versati come pagamento per la sconfitta. Il match è programmato sulla distanza delle 45 riprese.

Dopo il gong del 25º round, Lucille Cameron lascia l’arena. Nella 26ª un diretto destro di Willard centra Jack alla mascella. Il campione va al tappeto, è knock out. Alza il braccio, lo piega all’altezza della fronte, come a coprirsi gli occhi dal sole cocente dell’Avana. Una foto immortala quella curiosa immagine. La confessione del campione aprirà le porte ai dubbi.

Il 20 luglio del 1920 Jack Johnson si costituisce alla polizia degli Stati Uniti. Sconta la condanna a un anno e un giorno nella prigione di Leavenworth. Quando esce ha solo cinque dollari in tasca. Continua a salire sul ring fino a 60 anni, si esibisce al circo, sui palcoscenici di provincia. Una pelle di leopardo copre quel corpo che per anni ha spaventato l’America dei bianchi.

Il 10 giugno del 1946 torna a casa a bordo di una Lincoln Zephyr. Perde il controllo dell’auto, taglia dritto una curva e chiude a Raleigh, nel North Carolina, la sua avventura.

Ha vissuto da re, da campione, da spaccone e da arrogante, comunque sempre da protagonista. Nessun nero prima di lui era stato campione dei massimi. Solo 22 anni dopo un altro afro americano, il mitico Joe Louis, riuscirà a imitarlo. Ma questa è un’altra storia.

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