Lo strano caso dei due gemelli identici in tutto, tranne che sul ring (video)

Accadrà di nuovo domani, 24 marzo 2017, sul ring del Paramount Theatre di Huntington nello Stato di New York.

Qualcuno si siederà in platea e si domanderà se non siano state troppe le birre bevute prima di entrare nell’arena. Vedrà Burrell battersi contro John Hernandez. Poi vedrà ancora Burrell incrociare i guantoni con Anthony Karperis. Un pugile che sale due volte sul ring a distanza di pochi minuti, nella stessa riunione, contro avversari diversi. Roba che appartiene a una boxe antica, quella dei pionieri. E oggi siamo nel 2017.

Sarà in quel momento che il Neofita chiederà al suo vicino di sedia cosa stia accadendo. Quello lo guarderà con un’aria di commiserazione, come fa sempre l’Esperto quando incontra il Neofita.

Non è lo stesso pugile. Il primo era Dean Burrell, detto Deano Badnewz. Questo è Scott Burrell, detto Scotty Bang Bang”.

Ma sono uguali!” tenterà di obiettare il Neofita.

Certo” replicherà l’Esperto.

Certo che?” insisterà il Neofita.

Sono gemelli omozigoti. Stesso sesso, stessi occhi, stessi capelli, stesso gruppo sanguigno, cioè gli stessi caratteri somatici. Solo lo 0,2% della popolazione mondiale è composta da gemelli monozigoti” chiuderà la discussione, con un misto tra orgoglio e pietà, l’Esperto.

Dean e Scott sono nati nel Queen, New York, l’8/8/88. Lo stesso numero che si ripete quattro volte. Anche questo è strano, ma non fatevi sentire dall’Esperto.

I genitori sono una coppia giamaicana che nel ‘90 si è trasferita con l’intera famiglia a Londra.

A undici anni la mamma ha portato i gemelli in palestra alla Samuel Montagne Boxying Gym di Kidbrook, nella zona a sud della capitale inglese.

Nel 2010 i due ragazzi sono tornati negli Stati Uniti. Volevano fare i pugili e quel Paese gli sembrava il posto migliore per provarci. Prima però avevano dovuto laurearsi alla Roehampton University in Economia e Scienze Motorie, assolvendo così la clausola numero 1 imposta dai genitori per concedere loro il nulla osta all’avventura.

Si sono allenati nella mitica Gleasons Gym di Brooklyn con il maestro Hector Rocha. Dean ha debuttato al professionismo il 12 novembre del 2010, Scott quattro giorni più tardi. Hanno combattuto poco, adesso a 28 anni hanno deciso di accellerare. Hanno firmato con il Marsè Group: un’azienda che ingaggia talenti ed è impegnata nell’intrattenimento e nella comunicazione: una società che opera nella musica e nello sport.

Dopo una discreta carriera dilettantistica (58-11 Scott, 62-10 Dean) sono approdati al professionismo dove finora Scott ha messo assieme 12-2-0 (8 ko) e Dean 11-1-0 (8 ko).

Uguali in tutto tranne nel fatto che il primo combatta in guardia normale tra i leggeri e il secondo sia un mancino che milita nella categoria superiore.

I Burell sono un team che gode di una buona popolarità.

Il complesso inglese dei Rudimental ha dedicato una canzone (Powerless) alla loro storia nell’album Home. Su quel motivo i registi David Edwards e Matthias Königswieser hanno girato un bel video.

Hanno fatto sparring con Frank Ribery, “il gioiello del calcio francese” come lo ha definito Zinedine Zidane, argento ai Mondiali con la nazionale, vincitore di Coppa Campioni e campionati in Francia e Germania. Un combattente sul campo di calcio, spirito tenace anche sul ring.

Fino ad oggi Dean e Scott Burrell sono finiti sui giornali soprattutto perché gemelli omozigoti, ora sperano di andarci per quanto di buono riusciranno a fare nel pugilato. Hanno promesso il mondiale nei prossimi tre anni.

Bene, sono contento” dirà il Neofita.

Con le parole non si è mai vinto nessun titolo” lo ammonirà l’Esperto.

Ma questi due hanno le qualità” ribatterà il Neofita.

Forse” chiuderà la discussione l’Esperto.

Lo sport italiano è nelle mani dei gruppi militari

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Tutti gli ori delll’Olimpiade di Londra 2012 sono andati a tesserati delle Forze Armate. La squadra azzurra schierava 194 militari su un totale di 290 atleti (67% contro il 27% di Barcellona 1992). Viviamo un’anomalia: siamo primi nell’Occidente per “atleti di stato”. In realtà manca una cultura sportiva, un peccato che produce obesità nelle fasce più giovani. La scuola grande imputata.

Lo sport italiano è in mano alle Forze Armate. Calcio escluso, quasi tutte le discipline olimpiche non vivrebbero senza i soldi dei gruppi militari.

Qualche numero.

Ai Giochi di Londra 2012 erano 194 gli atleti militari su un totale di 290 azzurri (quasi il 67%, contro il 27% registrato vent’anni prima, a Barcellona 1992).

Erano militari tutti i vincitori delle medaglie d’oro: cinque per le prove individuali e undici per quelle a squadre. Nella foto: Elisa Di Francisca (Fiamme Oro), Arianna Errigo (Carabinieri), Valentina Vezzali (Fiamme Oro) e Ilaria Salvatori (Aeronautica).

L’89% del medagliere italiano apparteneva alle Forze Armate.

Agli ultimi campionati del mondo dilettanti di pugilato nel 2013 l’intera squadra azzurra (dieci elementi) era tesserata per i gruppi militari.

Nella sola scherma si contano novantadue atleti che operano sotto questo controllo.

GDF_Generale_Capolupo_e_Atleti_Fiamme_GialleIn totale ci sono circa 2500 atleti, dirigenti e maestri legati alle Forze Armate.

Vengono arruolati dopo un concorso per titoli e prendono, al primo incarico, uno stipendio che va dai mille ai millequattrocento euro al mese. A cui si sommano premi, diarie e bonus per risultati particolarmente importanti.

Il contratto è per volontari in ferma provvisoria ed ha valore quadriennale, rinnovabile ogni due anni. Se al momento del rinnovo non si hanno i requisiti per andare avanti (in altre parole non ci sono più i risutati a sostenere la candidatura) si può lasciare il corpo o ottenere un altro incarico al suo interno, cosa che fanno praticamente tutti.

La Legge 31 marzo 2000, numero 78, ha riconosciuto la possibilità per i corpi armati e le forze di polizia di arruolare atleti con risultati di livello nazionale.

001Ci sono dentro tutti. Di Francisca, Vezzali, Cagnotto, Scozzoli, Russo, Cammarelle e tanti altri ancora. La quasi totalità dell’elite italiana.

Carabinieri, Esercito, Polizia, Finanza, Forestale, Aeronautica, Polizia Penitenziaria, Marina, Vigili del Fuoco. Non c’è arma che non vada a caccia del campione. Alla vigilia di Londra 2012 si è scatenata addirittura una sorta di rincorsa all’ingaggio che ha visto tra gli altri Clemente Russo e Aldo Montano diventare oggetto di una accesa trattativa che ha visto prevalere le Fiamme Azzurre. La disputa è stata così eclatante da richiedere il deciso intervento di un’alta carica delle Forze Armate che si è impegnata per fare tornare la tranquillità.

Siamo il primo Paese occidentale per i cosiddetti “atleti di stato”. Eppure la gestione dello sport italiano è nelle mani del Coni, un Ente pubblico che dipende dal Governo.

Si lamentano le società dilettantistiche che vedono perdere i loro potenziali campioncini che scelgono la certezza economica, pensione compresa, dei gruppi militari piuttosto che l’incerto futuro legato ai risultati.

Dovremmo però anche chiederci perché lo sport sia ridotto in queste condizioni. Il Coni dovrebbe essere deputato alla selezione e alla preparazione degli atleti da inviare alle Olimpiadi, ma in realtà gestisce la materia come se fosse un vero e proprio Ministero dello Sport e questo va a vantaggio quasi esclusivo dello sport finalizzato alla selezione e alla prestazione di eccellenza, a scapito di qualsiasi altra forma di sport: da quello scolastico a quello di semplice fruizione del tempo libero.

Ma evidentemente non basta. Per fare attività ad alto livello l’intervento dei Gruppi Militari è diventato l’unica ancora di salvezza.

Viviamo in una nazione che nel 2012 ha investito la miseria di cinque milioni di euro nel progetto di alfabetizzazione motoria per la scuola primaria. Siamo in un Paese che ha il 23% di obesi nella fascia di età che va dai 6 agli 11 anni. In Italia solo il 38% dei giovani tra i 15 e i 24 anni fa sport, contro il 70% della Spagna e il 65% di Germania e Francia.

La scuola non fa nulla per aumentare la cultura sportiva, né tantomeno la pratica. I giovani atleti, sembra che il tempo si sia fermato in questo settore, vengono visti come elementi da punire anziché da capire. Niente crediti sportivi, niente orari flessibili in concomitanza con le gare, niente possibilità di studio a casa in particolari periodi e successiva verifica scolastica.

In Italia si ignora addirittura il concetto che una politica che stimoli l’attività motoria possa far risparmiare soldi in medicine, fisioterapia, evitare pericolose malattie. L’obesità è in crescita, non ci si può preoccupare esclusivamente dell’alimentazione. E’ una visione miope del problema.

Fino a quando in Italia vedremo lo sport solo dalle tribune degli stadi non diventeremo mai un Paese moderno che gestisce il sociale preoccupandosi di ogni suo aspetto. Importiamo qualsiasi cosa dagli Stati Uniti, anche le più orrende tendenze in fatto di moda o stili di vita. Perché mai non potremmo importare almeno un aspetto positivo, tipo la gestione dello sport in età scolare?

Detto questo, mi sembra singolare il fatto che le Forze Armate siano padrone dello sport di casa nostra. Ma in un mondo dove l’eccezione è diventata la regola, ci si abitua a tutto. Anche perché nel momento in cui i Gruppi Militari per qualche misteriosa ragione dovessero decidere di smettere, il crollo sarebbe devastante.