E poi c’è la Banda dell’Alfabeto. Vuole relegare la boxe tra le cose perdute (video)

La Banda dell’Alfabeto continua a governare il mondo del pugilato, con la piena consapevolezza del danno provocato. Nessuno cerca di impedirglielo. O forse, nessuno può impedirglielo.
Veloce riassunto.
Quattro Enti principali.
World Boxing Association.
World Boxing Council. 
International Boxing Federation.
World Boxing Organizzation.
Un quinto Ente.
Internazional Boxing Organizzation.
E poi.
Iba
Wbu
Wbf
Ibc
Campione del mondo 
Campione del mondo Silver 
Supercampione del mondo
Campione interim (dal latino, sarebbe ad interim ma…)
Campione Gold 
Campione Global
Campione Unificato
Campione Indiscusso
Campione Lineare

Fino al 1913 esistevano otto categorie di peso: mosca, gallo, piuma, leggeri, welter, medi, mediomassimi e massimi.
I campioni erano facilmente identificabili, quello dei massimi aveva una popolarità pazzesca.
Lentamente, con le scuse più varie (quasi sempre facendo appello alla necessità di offrire maggiore sicurezza alla boxe), siamo arrivati a 17/18 differenti categorie. Si sono aggiunte: paglia, minimosca, supermosca, supergallo, superpiuma, suerleggeri, superwelter, supermedi, massimi leggeri e bridgerweight.
Il risultato è che solo pochissimi conoscono i nomi dei campioni del mondo. La boxe è l’unica, tra le discipline storiche, ad avere più di un detentore per categoria. 

Non contenta, la Banda dell’Alfabeto ha creato i sottotitoli. 
Campionati internazionali, intercontinentali, continentali, del Mediterraneo. E qui troviamo pugili rumeni e serbi, anche se la Romania si bagna sul Mar Nero e la Serbia non è bagnata da alcun mare.
Anche l’Ebu (European Boxing Union) non ha resistito e ha portato a casa una nuova cintura, quella dell’EBU Silver. Così, tanto per complicarci la vita.
La mancata identificazione con il campione ha creato disaffezione. Resistono pochi Paesi che lottano con i soldi delle televisioni (a pagamento, con abbonamento più pay per view) per cercare di andare avanti. HBO e Showtime, emittenti storiche del pugilato mondiale, hanno chiuso con questo sport.
Da noi hanno fatto la stessa Canale 5, Rai 1 e Rai 2.

Il caos è totale. Uscito di scena Muhammad Ali abbiamo dovuto aspettare fino a Mike Tyson passando (ma non con la stessa ampiezza di interesse) da Ray Leonard e Marvin Hagler prima di ritrovare un personaggio universalmente popolare. Poi è toccato a Mayweather e Pacquiao, meno globali degli altri due, ma sufficientemente inseriti nell’animo degli appassionati. 
Il pugilato ha sempre trovato la sua forza nella spinta popolare, nella capacità di stimolare passioni, emozioni. 
Come sempre, se non hai un personaggio con cui identificarti, se gli eroi sportivi non sono universalmente conosciuti, può accadere che la disciplina scivoli lentamente verso l’anonimato.
È cambiato il mondo, è cambiato lo sport. Forse la decadenza è inevitabile, dovremmo rassegnarci.
Eppure ci sono Paesi, pochi, che continuano a conservare un livello accettabile. Sul piano dei valori assoluti, su quello del movimento di denaro, sulla qualità delle riunioni. Cala, e questo purtroppo è un problema che non risparmia nessuno, la spinta della promozione. Ormai solo i media specializzati offrono costantemente informazioni sul mondo pugilistico. Da noi, come in tanti Paesi del mondo, c’è ancora una Tv che trasmette boxe (DAZN), ma lo fa a pagamento. Doppio. Basta il canone per gli eventi di routine, quando arriva il grande match scatta l’obolo per la pay per view.
E allora l’immagine di questo sport diventa per pochi. 

La vendita di un unico evento, è nata nel 1975 con Ali vs Frazier a Manila. Cinque anni dopo Duran vs Leonard ha avuto 150.000 acquirenti che hanno pagato 10 dollari il collegamento. Il primo show di grande successo è stato Tyson vs Spinks del 27 giugno 1988: in 700.000 hanno pagato per vedere i novanta secondi in cui Iron Mike ha distrutto Spinks.
Da quel momento in poi il mondo del pugilato è cambiato.

Muammad Ali vs Leon Spinks II e Muhammad Ali vs Larry Holmes hanno avuto (in chiaro, tabella sopra) un’audience globale di 2 miliardi di spettatori. Nella tabella sotto alcuni tra i grandi incassi della PPV degli ultimi cinquant’anni.

Sono cambiati i guadagni dei pugili.
Le stelle, i grandi nomi (negli anni passati si è aggiunto Felipe Canelo Alvarez) producono grandi incassi ai promoter (la PPV può arrivare a costare anche 90 dollari) e si mettono in tasca borse che in passato non si sono mai viste. Gli altri remano a cifre decisamente più basse di un tempo.
Mike Tyson è stato l’ultimo dei campioni universali.
Da noi, sbagliando ma il dato resta, molti credono che la boxe sia finita dopo Giovanni Parisi.
E allora diventa quasi obbligatorio sconfinare dallo sport allo spettacolo puro, alla fiction. 


Il circo è sempre aperto, entrate signori vedrete ballerine piene di cellulite, clown over 70, acrobati con l’artrosi e annunciatori senza voce. Venite sotto il tendone.

Jake Paul è un figlio del suo tempo. Ha un talento innato, coltivato senza limiti etici, usato senza porsi domande. Sa creare l’attesa per eventi improponibili, usa i social in modo egoisticamente esaltante. Ha capito come si fa la promozione, venderebbe frigoriferi agli eschimesi (così si diceva una volta). Ma non ha mai fatto il pugile. È salito sul ring, si è misurato con diverse tipologie di avversari. Ma non ha mai fatto il pugile. Solo chi è disposto a chiudere gli occhi davanti alle sue esibizioni può chiamarlo con un sostantivo che non gli appartiene. Guadagna tanto? Buon per lui e per chi lo affronta. Contro Anthony Joshua, per la prima volta, ha rischiato qualcosa. Dopo quel match il re è davvero nudo. Se voi non lo vedete, mi dispiace ma non posso farci niente.
Parliamo di spettacoli messi su ad arte. Nel wrestling accadeva, non so se sia ancora così, che la sceneggiatura fosse scritta da esperti operatori delle fiction televisive. Ora nel pugilato la scrive un ragazzo con un grande capacità negli affari e zero (o quasi) capacità nel pugilato.
I soldi sono al centro di tutto.
La Banda dell’Alfabeto lo sa.
Se mangi per tanto tempo cibo di media/bassa qualità, non hai più un palato che sia in grado di stabilire quale sia il valore reale di quello che mandi giù. Quale sia l’eccellenza. Insomma, come si dice, sei di bocca buona e ti sembra un campione chiunque salga sul ring.
La mancanza di abitudine al bello azzera la capacità critica.

Mentre la baciavo
con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.
(Edgar Lee Master: Francis Turner, Antologia di Spoon River. Traduzione di Fernanda Pivano)

C’era una volta il cinema muto. Poi è arrivato il sonoro, dal bianco e nero si è passati al colore, al CinemaScope, al 3D, all’Intellingenza Artificiale, alla realtà aumentata. Nonostante tutto questo molti locali sono stati chiusi, sognare è un dono che costa troppo.
Non riesco a pensare che anche il pugilato possa scomparire come hanno già fatto oggetti, luoghi o abitudini che, mi pensavo, mi avrebbero accompagnato per tutta la vita. La guida del telefono, le cabine telefoniche, il controllore sul tram, i turisti che si orientavano con la mappa in mano, gli spazzini, i vigili urbani, le cartoline, le musicassette, la musica swing, il Postal Market, le sale da ballo sabato e domenica pomeriggio, le enciclopedie, i negozi di dischi.
La boxe non è più sport universale, cattura sempre meno la fantasia, ha ristretto gli appassionati in ambiti sempre più angusti. 
Mi sento un vecchio carbonaro che insegue una rivoluzione impossibile. Credo però che la colpa sia mia, ho il vizio di riflettere sui fatti non sulle fantasie.
E poi, perdonatemi. Sono un nostalgico, e oggi mi gira male.


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