C’erano persone che pagavano fino a mille dollari per un biglietto, nella speranza di vedere Floyd Mayweather perdere. Non ne condividevano lo stile di vita, il modo di proporsi, il sistema di interagire con il mondo reale. E, influenzati da questa avversione brutale per il personaggio, denigravano e insultavano il fuoriclasse.
Ed era Floyd Mayweather.
Oggi la tempesta di insulti è finita su Diego Lenzi. In realtà qui siamo davanti a una leggera perturbazione e poco più. Fa rumore solo perché rimbalza nello stretto e angusto monolocale del pugilato italiano.
Il concetto, a mio avviso, è assai semplice.
Non ti piace il modo in cui Lenzi si propone, come cerca di aumentare la sua notorietà, l’uso dei social per acquisire visibilità? Parla di questo. Non è necessario allargare il concetto alla boxe.
Ieri Lenzi non ha perso perché usa i social. Ha perso perché ha fatto un match inguardabile. Non è stato distratto dai likes, dai click sui post, dal mettere insieme un’altra dichiarazione che faccia scalpore.
I social sono spazi aperti con navigazione libera. A volte spari nel mucchio, altre tiri su un obiettivo, altre pensi di avere creato lo slogan degno dei Clio Awards e invece, come dicevo in un precedente articolo, hai messo in piedi una frase degna di chi spaccia lana mortaccina (cit. Alberto Sordi, Ladra lui, ladra lei) per seta.
Ma con la sconfitta di ieri non c’entrano nulla. Diego Lenzi è stato eliminato al secondo turno dei Mondiali di Liverpool 2025 perché ha messo in piedi un incontro senza speranza di vittoria.
Lo riassumo velocemente.
Primo round. Decente, quattro giudici su cinque decidono (giustamente, a mio avviso) di premiarlo: 10-9.
Secondo round. Primo richiamo ufficiale per colpi con l’interno del guantone; cinque richiami non ufficiali per colpi dietro la nuca; secondo richiamo ufficiale per colpi con l’interno del guantone; altri richiami non ufficiali per colpi dietro la nuca. Otto sventole su dieci a vuoto. Round disastro.
Terza ripresa. Disorientato, in clamoroso calo di concentrazione. Altri colpi che mancano clamorosamente il bersaglio. Round perso. Match perso. Eliminato.
I social, le chiacchiere, il raccontare sé stesso come il più forte pugile italiano di sempre, l’ipotizzare una vittoria ai Giochi di Los Angeles 2028 e successivamente la conquista del titolo mondiale, non c’entrano niente. Sono parole nel vento e nulla più. Non incidono sulla prestazione.
Ha perso perché ha tirato fuori una esibizione di pessimo pugilato. Perché ha sparato pugni alla cieca, ha perso di mira l’obiettivo, si è totalmente disunito. È stato tradito dalla sua stessa boxe, non dai social.
Non so cosa farà ora, non so quale possa essere il suo futuro.
Finora ha fatto due match da professionista e li ha vinti entrambi. Contro George Stanisavlijev (0-1-0) e Andrea Pesce (10-27-4).
Da dilettante ha vinto un match all’Olimpiade di Parigi 2024.
Ha vinto un torneo della World Boxing.
Ai Mondiali di Liverpool 2025 è stato battuto da Danabieke Bayikewuzi, un lungagnone alto 1.99, un russo di origini kazake, un pugile lento, timoroso. Insomma, uno che l’emiliano poteva battere, ma non c’è riuscito.
Dovrebbe lasciare la campagna sui social? Forse. Dovrebbe concentrarsi solo sul pugilato? Forse.
Non credo però che il mondo del web abbia interferito con quello del ring. Quando combatti, semplificando al massimo, devi preoccuarti di mettere a segno più pugni dell’altro. Se non ci riesci, perdi.
Tutto qui.



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