Los Angeles, 12 agosto 1984
Spiaggia di Santa Monica.
Al mio fianco Maurizio Stecca, detto Icio. È campione olimpico e ha la medaglia d’oro al collo. Ha vinto il titolo nei pesi gallo. È un fiume in piena, non si ferma un attimo. Parla, racconta, spiega, illustra. La calata romagnola trasforma in musica tutte quelle parole. Ha i capelli tagliati corti, davvero corti. Sembrano quelli di Nino Benvenuti ai Giochi di Roma 1960. Stecca, nato tre anni dopo quell’Olimpiade, in California è salito anche lui sul gradino più alto.
«Dario, ho deciso come sbarcherò a Rimini»
«Icio, quando fai così mi spaventi. Come intendi presentarti a casa?»
«Come John Wayne»
«Cioè?»
«Divisa dell’Italia, cappello da cowboy e sulla spalla una sella da monta»
I cavalli sono una delle sue tante passioni.
Ha già fatto razzia di magliette, le più strane fabbricate a LA le ha in valigia. Dentro ci sono anche jeans, le mascotte dei Giochi e mille altre cose ancora. Spera che all’imbarco non gli facciano pagare un extra per il peso.
Prima di entrare nella sala del ristorante, Icio chiede al gestore il permesso di fare qualche telefonata in Italia.
«Pagherò dopo»
A uno che si presenta con l’oro olimpico al collo non si può dire di no.
Maurizio sveglia mezza Rimini. Lì non sono ancora le sette del mattino. Servono quindici squilli prima che Loris venga a rispondere. Ha perso un paio di mesi fa il Mondiale professionisti, a Portorico, contro Victor Callejas. Sta cercando di smaltire rabbia e cattivi pensieri con lunghe dormite. È contento per l’oro, un’altra puntata nell’epopea degli Stecca è stata appena scritta, ma non credo sia felice per quella sveglia di prima mattina.
Entriamo nel ristorante.
Mentre mangiamo, Icio tocca continuamente la medaglia.
«Meglio quella o gli assegni circolari che sono in arrivo?» gli fa Giovanni Branchini, figlio di Umberto e manager di boxe anche lui.
«I soldi mi piacciono, ma adesso questa conta più di tutto» risponde Maurizio.
Ha vinto un bel torneo, ha combattuto tutti i match ad alto livello. Ho ancora negli occhi la finale contro il diciassettenne messicano Hector Lopez. Gli americani si sono entusiasmati, parole di elogio gli sono arrivate anche dal telecronista Howard Cosell, uno dei più odiati giornalisti del mondo.
«Arrogante, presuntuoso, antipatico, vanitoso, crudele, verboso, esibizionista. Sono stato chiamato in tutti questi modi. Hanno ragione, sono proprio così»
Cosell ha detto di Stecca.
«He’s a very, very strong fighter»
È un pugile davvero davvero forte.
Poi si è sbilanciato ancora di più.
«Il suo gancio sinistro mi ricorda quello di Alexis Arguello»
Boom!
Icio è proprio piaciuto a Cosell.
La Memorial Sport Arena era piena di grandi personaggi.
C’era anche lui, il più grande: Muhammad Ali. E poi Tom Bradley, sindaco di Los Angeles. L’attore Jack Nicholson con quell’inquietante sorriso a mezza via tra “Shining” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”
Si sono tutti innamorati di Stecca.
La boxe di Icio è uno spettacolo. Porta colpi da manuale, lo fa con incredibile ritmo, costanza, velocità. L’altro reagiva, si difendeva, tirava pugni pesanti. Una degna finale olimpica.
Quando mancano cinque secondi alla fine del match, dall’angolo si leva per due volte lo stesso urlo.
«HA VINTO!».
«HA VINTO!».
Il coach non ha voglia di aspettare che leggano il verdetto, grida al mondo la sua gioia. E quando Icio, nervoso e pieno di dubbi, arriva all’angolo passeggiando avanti e indietro come un leone in gabbia, Franco Falcinelli continua a sorridere.
«Hai vinto, Maurizio. Hai vinto, stai tranquillo».
Ma Icio non ha alcuna intenzione di starsene tranquillo, e allora Falcinelli alza la posta.
«Hai vinto. Non ne sei convinto? E allora facciamo una scommessa: se prendi l’oro quella medaglia me la dai, diventa mia. D’accordo?».
Maurizio Stecca non ascolta, in questo momento le parole sono solo rumori, lui vuole sentire la voce dell’annunciatore che legge il verdetto e quando ci sarà da dire il nome del vincitore, spera proprio che quel nome sia il suo.
Hector Lopez se ne va verso l’angolo sfoggiando un enorme sombrero.
Falcinelli ride accanto al suo pugile.
Icio ha lo sguardo carico di tensione, i secondi sembrano ore.
Il momento finalmente arriva.
«The winner on points 4-1, in the blue corner, Maurizio Stecca».
Un peccatore su cinque, ci può stare.
Che la festa cominci.
Questo stiamo festeggiando in un ristorante in cui non si mangia male, ma neppure benissimo. Ma a nessuno di noi importa molto.
Mi faccio fotografare con tutte le medaglie azzurre al collo: l’oro di Icio, l’argento di Francesco Damiani e Salvatore Todisco, il bronzo di Angelo Musone e Luciano Bruno. Mentre siamo tutti un po’ bevuti, come diciamo a Garbatella, Maurizio fa una promessa.
«Farò il bagno nudo davanti al Bagnino 28!»
Si chiude con questo annuncio felliniano la notte italiana
L’Oceano non è Fontana di Trevi, Maurizio Stecca non ricorda neppure lontanamente Anita Ekberg. E, soprattutto, io non ho neppure le sopracciglia di Marcello Mastroianni.
La musica degli Eagles mi entra nella testa, Hotel California non mi abbandona, mi accompagna sul taxi lungo la strada che mi riporta in albergo.
Finalmente Los Angeles, anche se solo per una notte, sembra casa mia.
(tratto dal libro I MIEI GIOCHI, vincitore dell’Italian Sportrait Awards 2017, Miglior Libro Sportivo dell’anno. Prima edizione 2016, nuova edizione 2021. E dal libro LA BOXE DEI GEMELLI DIVERSI. Entrambi scritti per Absolutely Free Editore).


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