
È una calda giornata di giugno, l’anno è il 2013.
Lo speaker annuncia i loro nomi.
John McEnroe, Adriano Panatta.
Davanti ai miei occhi, come per magia, appare un tennis diverso, lontano nel tempo. Non so se fosse uno sport più bello, ma sicuramente era avvolto in un’atmosfera meno seriosa, più allegra.
Sono teso.
Ho paura che quello che vedrò possa in qualche modo annacquare il ricordo. Non voglio scivolare nel patetico, non ce la faccio a sentirmi triste in una Parigi finalmente baciata dal sole.
Mac è in forma impressionante. Tirato, reattivo, elastico nella muscolatura. Serve con quello stile unico, caricando il colpo, piegandosi come una molla. Corre, recupera, tira su palle che sembrano destinate a bucare la terra rossa, trasforma in un vincente una pallina che aveva già fatto esultare McNamara-Stich, gli avversari.
Aa-dria-no, Aa-dria-no, Aa-dria-no.
Dalla tribuna si leva il grido di battaglia del Foro Italico versione anni Settanta. Panatta risponde con un gesto dettato dalla tipica ironia romana. Con la mano destra indica i quattro coristi, quindi alza e abbassa la stessa mano invitandoli a uscire dal Suzanne Lenglen. Ma poi sorride e comincia a giocare. Divertendosi e divertendo.
Mette dentro più di una volée vincente, ne piazza una da applausi nel secondo set. Un colpo di rovescio che va a infilare McNamara togliendogli il sorriso dalle labbra.
A chiusura del primo set riesco a fare una domanda ad Adriano.
Come ti senti?
“Sò tutto rotto.”
Fine partita. Stessa domanda, diversa risposta.
Come ti senti?
“Mo me ricoverano.”
Hanno vinto Panatta e McEnroe, hanno vinto al maxi tie break. Ma soprattutto non hanno mai scatenato alcuna tristezza canaglia.
Tra un mese Adriano festeggerà i 63 anni. Il regalo se lo è già fatto. Doppio. Prima questo rientro a Parigi, poi una corsa in moto sulla catena montuosa dell’Atlante. Sette giorni sulle piste del Marocco.
McEnroe ha fatto percorso netto. Servizio affascinante, recuperi impossibili, grande reattività, insulti al giudice di sedia, racchetta a terra, lamentele varie. Non ha dimenticato nulla.
Panatta ha sorriso, ma non ha fatto ridere. Ha tenuto il campo molto meglio di quanto età e assenza dai campi di gioco facessero temere.
Adriano da quando non giocavi un torneo?
“Da quando mi sono ritirato trent’anni fa!”
Il torneo è quello delle Leggende, categoria over 45. Da una parte però c’erano Michael Stich, che il limite di età lo ha superato solo da otto mesi, e Peter McNamara 57 anni. Dall’altra John McEnroe, 54 all’anagrafe, e un ragazzo che i 60 li ha passati da quasi tre anni.
Li ho visti lì sul campo, con i capelli bianchi o il fisico appesantito. Li ho applauditi. Mi hanno fatto ricordare quando il tennis era popolato da uomini che sapevano scatenare passioni sincere, che poi è quello che allo sport tutti noi chiediamo.
Adriano saluta il pubblico del Suzanne Lenglen che lo applaude. Scambia complimenti con John McEnroe che l’ha voluto con lui in doppio. Fa caldo a Parigi, ma il volto rosso e sudato di Panatta non è la rappresentazione della sofferenza. È felicità pura. Il sapore della terra rossa avrà sempre un fascino irresistibile su questo ragazzo che ha incantato un’intera generazione di italiani.
Ma adesso è tempo di pensare al futuro. Ci sono Gomez e Woodforde al prossimo turno. E poi, magari, la finale. Trentasette anni dopo.
“You cannot be serious, man!”
Hai ragione Mac. Non sono serio, non ce la faccio. Vedervi assieme mi ha tolto qualsiasi pudore.


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