Quanto valeva Mike Tyson? Quali i pregi e quali i difetti?


Vorrei parlare di Mike Tyson come pugile. Non per pudore o rispetto, ma perché non conosco a fondo l’uomo. L’ho visto combattere da bordo ring in quindici occasioni, l’ho visto in allenamento, ho parlato con lui da solo o assieme a un gruppo di altri giornalisti, ho fatto domande in trenta conferenze stampa, ho chiacchierato con Jim Jacobs e Bill Cayton, ho intervistato Kevin Rooney. Ma non per questo posso dire di conoscerlo. Sono stati incontri professionali in cui ciascuno interpretava la sua parte. Dell’uomo so quello che ho letto nei libri e sui giornali americani. Le cose che ha detto nelle interviste. Non basta. Eppure, dando uno sguardo ai social sembra che in tanti siano avanti a me. Ne parlano come se fossero amici del cuore.
Mi limiterò a raccontare il Tyson che ho visto nei match ufficiali o in allenamento.
Non era solo un’espressione di potenza, era abile soprattutto sul piano tecnico.
 Fisicamente partiva con l’handicap dell’altezza (1.80). È vero, nel passato due grandi come Rocky Marciano e Joe Frazier misuravano più o meno gli stessi centimetri di Iron Mike. Ma con il passare degli anni la fisicità dei campioni tra i pesi massimi è cresciuta e lui si è trovato ad affrontare quasi sempre avversari più alti. 
Questa situazione gli ha posto due problemi.

Primo, la difficoltà di accorciare la distanza. 
Secondo, la necessità di chiudere l’azione quando riusciva a creare il corpo a corpo.
Li ha risolti entrambi brillantemente.
La capacità di raggiungere l’obiettivo l’ha trovata evitando i colpi con una continua oscillazione del tronco, millimetriche schivate, scelta di tempo e rapidità di esecuzione. Erano il suo marchio. 
Una volta agganciato l’avversario, l’abilità tecnica nel portare i colpi girati (ganci e montanti), da vicino con velocità e precisione, ovvero potenza, faceva il resto.

Ecco, questo secondo me è un concentrato di quello che è stato Tyson sul ring. Forte e bravo nell’applicare le lezioni di Cus D’Amato. 
Fino all’11 febbraio 1990.
Dopo essere diventato il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi (20 anni, cinque mesi, 22 giorni) battendo Trevor Berbick, ha sconfitto James Smith, Pinklon Thomas, Tony Tucker, Tyrrell Biggs, Larry Holmes, Tony Tubbs, Michael Spinks, Frank Bruno, Carl Williams.
Non penso di dire un’eresia se affermo che non mi sembra una schiera di fenomeni. I due più titolati sono Larry Holmes (39 anni all’epoca del match) e Michael Spinks (che veniva dai mediomassimi). Ma erano sicuramente il meglio che i pesi massimi potessero offrire in quel momento.
Poi è arrivato James Buster Douglas e la storia è cambiata.
È vero, l’arbitro Octavio Meyran ha effettuato un conteggio lungo 13 secondi quando Douglas è stato spedito al tappeto da un montante destro di Iron Mike, ma è anche vero che il pugile di Columbus ha comandato il gioco. E, a mio parere, Douglas era uno dei più deboli tra i rivali incontrati da Tyson in un mondiale.
Il problema per Mike è quello che accade tra un match e l’altro (cit. Bill Cayton). Per questo lo facevano combattere in continuazione.
Quindici match nell’anno dell’esordio (1985).
Tredici nella stagione del mondiale (1986).
Se combatteva, quindi si allenava, aveva poco tempo per combinare guai.
Dopo Douglas non è stato più lo stesso, anche se è riuscito a tornare campione del mondo sconfiggendo Frank Bruno e difendendo il titolo contro Seldon.
Umilianti sul piano tecnico le due battute d’arresto prima del limite contro Holyfield, pesante su quello fisico il ko subito da Lewis. Ha chiuso la carriera con tre sconfitte per knock out negli ultimi quattro incontri, perdendo anche con Danny Williams e Kevin McBride.
 Cinque sconfitte su sei in carriera, prima del limite.
Eppure nella testa di molti rimane l’immagine di un giovane campione che stendeva chiunque avesse il coraggio di affrontarlo.
I problemi di concentrazione per le difficoltà della vita, l’incapacità di resistere alle tentazioni per il poco avuto in gioventù, il calo in seguito a uno stop di quattro anni (è stato in carcere per stupro) possono essere valide giustificazioni.
Sono stato a Brownsville e ho capito il perché di alcuni comportamenti. Sono stato in quell’inferno e mi è sembrato di entrare in un antro delle streghe. Solo quando sono uscito da quell’incubo ho rivisto la luce.
A cinque anni Mike è stato testimone di un omicidio. A nove era il boss del quartiere. Rubava nei centri commerciali, aiutava le vecchiette ad attraversare la strada e poi le scippava. 
A 12 anni era già stato arrestato quaranta volte. Sono traumi che ti si attaccano sulla pelle. Ti nutri di rabbia, urleresti e picchieresti il mondo intero.
Ha perso la mamma, il mentore, il manager a cui era legato a doppio filo. È diventato un pugile, l’uomo più solo al mondo.
Ha dovuto superare tutto questo. Ma non possono essere i problemi della vita a influire sul giudizio tecnico e assoluto di un pugile. Il valore è rappresentato da quello che sei stato capace di fare sul ring nell’intera carriera.
Tyson ha sicuramente avuto un’enorme presa popolare.
Ha quasi sempre regalato un’immagine di sfrontatezza. Ha boxato come natura e tecnica gli imponevano, non ha mai misurato con il bilancino energie ed emozioni. Per questo il suo messaggio al pubblico è sempre stato incisivo, senza intermediari, veloce e potente come un diretto ben tirato.
Tutto questo è stato Mike Tyson.
Eppure l’immagine più forte che ho nella memoria è quella di lui all’uscita dal carcere di Plainfield.
Il freddo mi entrava nelle ossa, non sentivo più i piedi, il tempo sembrava non passasse mai.
Era il 25 marzo 1995.
Alle 6:15 eccolo fuori dal cancello principale.
Lo vedo cupo, pensieroso, vestito con un completo nero, una camicia bianca con un grosso bottone d’argento a chiudere il colletto. Sulla testa ha una papalina bianca traforata. È l’annuncio al mondo che la sua fede adesso è islamica.
La sua vita è cambiata.
L’uomo è cambiato.
Col tempo scoprirà che anche il pugile non è più lo stesso dei giorni migliori.


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