Addio Minchillo, guerriero senza paura. Ha sfidato i migliori

Se ne è andato via per sempre Luigi Minchillo. Aveva 68 anni. È stato campione italiano ed europeo dei superwelter, due volte si è battuto per il mondiale. Ha chiuso la carriera con un record importante: 55-5-0 (31 ko). È stato un campione. Sul ring ha ignorato cosa fosse la paura, non ha mai schivato un avversario, ha affrontato con dignità fenomeni e ottimi pugili. Un guerriero nel pieno senso della parola.

Luigi Minchillo ha battuto gente come Marijan Benes, Louis Acaries e Maurice Hope. Ha affrontato Roberto Duran e Mike McCallum. Ma c’è un match che racconta meglio di altri il guerriero di San Paolo Civitate. Quello contro Hearns a Detroit. Una dimostrazione di forza atletica, coraggio, alta soglia del dolore, intelligenza tattica e determinazione. Era fatto così il pugile Luigi Minchillo. Ecco un ricordo di quei giorni.

Trentanove anni fa l’ho visto battersi alla Joe Louis Arena contro Thomas Hearns, il Cobra. Eravamo arrivati laggiù portandoci un po’ di paura dall’Italia. La sfida era terribile. L’altro aveva perso una sola volta in carriera, contro Sugar Ray Leonard. Aveva sconfitto Esteban, Cuevas e Benitez. Picchiava come un assassino e si batteva in casa.
Anche Detroit faceva paura.
Mettete i soldi in cassetta di sicurezza e spostatevi solo in macchina. Non uscite mai la sera.
Prima di salutarci l’italiano che era venuto a prenderci all’aeroporto aveva ritenuto opportuno darci questo consiglio.
La parte ovest di Detroit è lontana dal Paradiso.”
Così mi aveva detto un collega americano. Un ottimista, aveva salvato l’altra metà.
Spacciatori, ladri e stupratori erano tra le professioni con il più alto tasso di crescita. La gente fuggiva in periferia, lasciando il centro in mano alla criminalità.

Minchillo era sbarcato a Detroit con il manager Giovanni Branchini, il maestro Elio Ghelfi ed uno spicchio della sua famiglia: il fratello Guerino, papà Paolo e la moglie Enza.
Eravamo andati tutti assieme alla Joe Louis Arena per vedere giocare i Red Wings, campionato NHL. Hockey ghiaccio.C’erano solo bianchi nell’arena. L’unico nero era Mudimbi, sparring di Luigi.
La sera del match la percentuale degli afroamericani era salita al 90%.
Avevo incontrato Thomas Hearns alla Cobo Hall. Il ring era al centro di un enorme salone. Indossava un accappatoio bianco e i suoi occhi ti scrutavano l’anima.
Era gentile, disponibile, corretto.
Avevamo parlato a lungo. Mi aveva raccontato di come amasse l’Italia, del rispetto che aveva per Minchillo, del forte legame che accomunava lui e la città.
Dietro di lui un grande cartellone con il disegno stilizzato dei grattacieli in vetrocemento e una scritta “Do it in Detroit”. Fallo a Detroit. Poco più in là sfilavano in passerella le ragazze che ambivano al ruolo di Ring Girl nella notte del mondiale. E sì, perché in palio c’era il titolo Wbc dei superwelter.
Luigi Minchillo quella chance se l’era meritata. Sapeva che era un compito rischioso, ma era orgoglioso di giocarsela fino in fondo. Nel gelo della città, nella neve che copriva le strade, nel ghiaccio che avvolgeva ogni cosa, il guerriero di San Paolo Civitate si sentiva caldo per la sfida.
La notte del mondiale, Minchillo interpretava alla perfezione il ruolo. Non indietreggiava, ma andava incontro al dolore. Non aveva paura, non ne aveva mai avuta. A un certo punto Hearns voltava le spalle e dava l’impressione di volersi ritirare, l’italiano esultava. Ma era solo un’impressione. Forse aveva capito male un gesto dell’arbitro, o gli era sembrato di sentire il suono che chiudeva il round. 
Il campione torturava di colpi il volto e il corpo dell’italiano, la sua vittoria era netta, sacrosanta.
Luigi Minchillo non sapeva cosa significasse paura. Aveva sfidato il migliore, aveva perso, tornava a casa con l’orgoglio di avere fatto il suo dovere sino in fondo. Sul volo che lo riportava a Milano l’avevano riconosciuto, gli avevano fatto i complimenti. Lui nascondeva gli occhi pesti dietro un paio di occhialoni da sole. Ma era solo per pudore, non voleva esporre le sue ferite.
Avevo raccolto le sue dichiarazioni, parole appena sussurrate ma piene di dignità.
Luigi se ne stava disteso sul lettino,nella penombra dello spogliatoio. Aveva gli occhi gonfi, il corpo dolorante. Faticava a respirare, stringeva al petto le fotografie dei figli: Stefania e Paolo. Baciava la foto dei bambini, stringeva la mano della moglie. Piangeva.
A cosa stai pensando, Luigi?
“Dovevo nascere più fortunato. Ma non è questo il momento per lamentarmi. Mi dispiace solo che per farmi apprezzare io sia dovuto venire all’estero”.
Pensi di dover dire qualcosa a chi ti ha spesso criticato?
“Mi dispiace di non essermi potuto prendere una rivincita nei confronti di alcuni grandi campioni. Penso a chi ha detto: Dopo di noi, l’Italia non avrà più campioni del mondo. Non si sono comportati bene. Non dico tanto per me, quanto per Loris Stecca e Patrizio Oliva, due giovani che sono da mondiale. Mi dispiace di non poter dire a quei campioni del passato: Eccolo qui il titolo, ecco la cintura! Lo vedi che hai detto una fesseria?”.
Cosa racconterai ai tuoi figli di questa notte mondiale?
“Gli farò vedere il filmato del match, si dovranno rendere conto da soli di cosa sia stato questo incontro. E poi, quando leggeranno i libri e vedranno chi sono stati Hope, Duran, Hearns e Acaries, capiranno il resto. Ma non voglio che i miei figli mi giudichino per quello che ho fatto nello sport. Spero che ne siano orgogliosi, ma credo sia giusto sperare che mi giudichino come padre, non come pugile”.
Torniamo al match. Quale è la ripresa in cui hai sofferto di più?
“L’ultima. È stata terribile”.
Pensavi che il match sarebbe stato più o meno duro di quanto in realtà è stato?
“Non pensavo a niente. Quindi, niente mi meraviglia”.
Sembri deluso. Eppure, fuori da questo spogliatoio, tutti parlano bene di te.
“Ho una mentalità vincente, quando scendo dal ring voglio farlo da vincitore. Non mi importa chi sia l’avversario che mi sta davanti. Stavolta ho perso, non posso sentirmi soddisfatto. Anche se chi mi ha sconfitto si chiama Thomas Hearns. Non riesco proprio ad essere contento, non ce l’ho fatta”.
Hai incassato colpi terribili e subito dopo hai replicato con coraggio e aggressività. Come hai fatto?
“Fa parte della mia personalità. Se prendo un colpo, so che devo reagire, altrimenti lascio all’altro tempo e spazio per sovrastarmi. È dopo che sono stato nei guai che riesco a esprimere il meglio di me”.
Che valore dai alla prova che sei stato capace di offrire qui a Detroit?
“Un anno fa mi ero ritirato. Stanotte ho fatto soffrire Hearns, giudicate voi”.
Hai pensato di dire: Basta, abbandono?
“Mai!”
E adesso? Una settimana di vacanza in America?
“No, torno a casa. La mia America è in Italia”.
Accanto a lui Elio Ghelfi. Il maestro ha vissuto momenti di grande tensione. Era decisamente soddisfatto della prova del suo pugile.
Elio, come valuti il rendimento di Minchillo?
“Minchillo ha compiuto un capolavoro, è riuscito a cambiare tattica sul ring dimostrando grande intelligenza. Non è stato solo un fighter, ha fatto vedere anche una grande abilità tecnica. Qualcuno ne sarà rimasto sorpreso, non io”.
Era l’11 febbraio 1984.
Stanotte Luigi se ne è andato via per sempre.
Lascia la moglie Cristina, i figli Stefania, Paolo e Sabina.


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