
Forse solo il silenzio
esiste davvero.
(José Saramago)
Un ring, quattro sacchi, un pavimento triste; odore di sudore, olio per massaggi; manifesti di vecchie riunioni, finestroni che affacciano su cortili deserti, un orologio a scandire il tempo della fatica.
Ne ho visti almeno cento di posti così, ma nessuno mi ha lasciato un segno profondo come la palestra
dei passi perduti.
Un locale vuoto, avvolto nella penombra. Nessun rumore, nessun odore.
Riposano sacchi e palle veloci. Le corde sono stese sul pavimento come vecchi serpenti addormentati.
Un ring enorme, nudo e triste, in attesa di essere calpestato.
Non ci sono pugili ad allenarsi, non ci sono maestri che urlano consigli, neppure un tifoso a gridare improbabili suggerimenti.
È un luogo popolato da fantasmi che raccontano vecchie storie, solo la fantasia (o è la follia?) può aiutarmi ad ascoltare le loro voci.
La desolazione del luogo, stranamente, mi regala eccitazione. Mi aiuta a riflettere sulle contraddizioni della boxe. Quando la incroci la prima volta stai lì a chiederti come si possa amare uno sport che lacera la pelle, quando non va più a fondo e taglia a pezzi l’anima.
Eppure c’è stato un tempo in cui un intero popolo la venerava. Persone perbene e disonesti, eroi e vigliacchi, profittatori e altruisti. Una disciplina dalle profonde contraddizioni come del resto è il percorso delle nostre esistenze. È questo il segreto, il motivo per cui si riesce ad amare il pugilato. Soffrire, peccare, subire, imporsi, gioire. Una storia che prende vita ogni volta che un fighter sale quei gradini che lo portano sul ring.
Non c’è un tempo felice prima del match, solo un crescendo di emozioni e dubbi che ti prendono alla gola fino a sfiorare la paura. L’uomo che riuscirà a gestirla, potrà combattere sperando di vincere. Quello che cederà sotto quel peso, farebbe meglio a dedicarsi ad altro.
Qual è la differenza tra un eroe e un codardo? Non c’è differenza. Dentro sono esattamente uguali, hanno entrambi paura di morire o di restare feriti. Ma è quello che l’eroe fa che lo rende un eroe, ed è quello che l’altro non fa che lo rende un codardo. (Cus D’Amato)
Un signore con un paio di occhiali dalle lenti grandi e spesse, se ne sta seduto su una panca di legno. Indossa vecchi jeans e una maglietta di un avana sbiadito.
Ha un cappelletto giallo sulla testa. Immobile, fissa il nulla. È magro, ha la pelle color caffellatte, capelli corti e bianchi, fronte ampia, zigomi pronunciati, mento sporgente, naso schiacciato. Le rughe riempiono un volto che mostra i segni di mille battaglie. Guarda avanti, in cerca del tempo perduto.
Sono a Miami, South Beach, angolo tra la Quinta e Washington Avenue.
Entro nella 5th St Gym in punta di piedi, temo di rompere l’incantesimo. Nessun odore turba le narici, un tempo il puzzo di pollo era forte, era l’eredità lasciata dal ristorante cinese della precedente gestione. Bagni cadenti, docce che non sempre funzionano. Una piccola lavagna sul lato lungo del locale. Qualcuno, in un tempo non troppo lontano, ha scritto con un gessetto bianco i nomi dei pugili che si stavano allenando.
INGRESSO VIETATO ALLE DONNE.
Recita così un vecchio cartello.
Il pavimento è stato calpestato da piedi nobili. Qui hanno sudato e sofferto Luis Manuel Rodriguez, Willie Pastrano, Ralph Dupas e, soprattutto, Cassius Clay. Tra queste pareti hanno lavorato Rocky Marciano e Roberto Duran.
Foto di Frank Sinatra, Burt Lancaster e dei Beatles sono affisse al muro in ricordo di quei tempi.
Oggi la palestra è in declino, Chris e Angelo Dundee non frequentano più quella che per tanti anni è stata la loro seconda casa.
Cerco Valerio Nati. Sono appena arrivato in Florida per raccontare il suo mondiale contro Antonio Esparragoza. Ma del campione forlivese ho perso le tracce.
Continuo a guardare incantato il locale vuoto e in penombra, respiro un’atmosfera che sa di magia. È un po’ come entrare a teatro prima degli attori, al ristorante quando non sono al lavoro neppure i cuochi, in chiesa in anticipo sul prete che officerà la messa.
Questo posto mi fa sentire piccolo, ma felice.
Presto si riempirà di rumori, voci, odori, urla, sudore e pugni. Non sono così sicuro che tutto questo accadrà, ma faccio ugualmente il pieno di emozioni per custodirne gelosamente il ricordo.
Avanzo timidamente dentro il tempio deserto. Mi sono deciso, chiederò informazioni a quell’omino immobile, anche se mi sembra venga da un’altra dimensione.
Non legge il giornale, non ascolta una radiolina, non parla da solo. È lì, senza muovere un muscolo, in attesa che qualcuno arrivi a riempire il vuoto che lo circonda.
Finalmente mi decido.
Lo guardo ancora una volta, sto per dire qualcosa.
In quel preciso momento arriva l’illuminazione. Aveva ragione Franco Esposito, giornalista innamorato del pugilato e della sua storia, lui non ha avuto mai dubbi fin dal primo sguardo. Sa chi è quell’uomo.
Dario, quello è Beau Jack.
«Ma dai, Franco…».
È lui, credimi.
Azzardo un veloce scambio di battute con l’omino, poche parole. Ho quasi il timore che se insistessi, l’immagine del mito svanirebbe nel nulla. Due passi indietro c’è il compagno di mille avventure, ancora una volta Teo Betti mi spinge a osare. Non ce la faccio a deluderlo.
Vado.
«Scusi, cerchiamo Valerio Nati».
Prego?
«Il pugile italiano che si allena qui per il mondiale. Sa quando arriverà?».
Non oggi.
«E quando allora?».
Non oggi.
Esco.
Ho appena incontrato Beau Jack, una leggenda approdata a Miami al termine di un lungo cammino. Due volte campione mondiale dei pesi leggeri. Vincitore di gente tosta. Sammy Angott, Henry Armstrong, Bob Montgomery, Fritzie Zivic, Juan Zurita, Tippy Larkin.
Se li conoscete, avrete capito quale sia il valore del nostro uomo. Se non li avete mai sentiti nominare, non sapete neppure cosa sia il pugilato.
Guadagnava bene, spendeva tutto.
Si è spostato a Miami dove ha fatto il lustrascarpe al Fontainebleau Hotel, raccogliendo mance generose da Frank Sinatra, Sammy Davis jr, Jerry Lewis e Sid Caesar. Artisti che amano la boxe, personaggi a cui piaceva parlarne con lui.
Poi è approdato qui, a fare un lavoro che sta a mezza via tra il custode, l’uomo immagine e il maestro della 5th St Gym.
Ha 68 anni, portati, mi perdoni campione, un po’ male.
Esco dopo avere fatto il pieno di emozioni.
Se qualcuno mi chiedesse quale delle cento palestre visitate nella mia vita abbia lasciato il segno più profondo, non avrei dubbi. Questa è al primo posto.
Vado via portandomi dietro il ricordo incancellabile di un luogo pieno di fascino, anche se così triste y solitario.
Pieno di storia.
Ma popolato, per quel che ne so, da un unico uomo.

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