
Incrocio per la prima volta Ubaldo Sacco un pomeriggio di marzo dell’86. È appena arrivato dall’Argentina, si allena in una palestra di Montecarlo. Ha una faccia da schiaffi. Piccolo, ma pieno di voglia di vivere. Scherza, gioca, finge di allenarsi. Poi spara battute e insulti contro Patrizio Oliva.
Una settimana dopo, improvvisamente, lo sbruffone lascia il posto a un uomo silenzioso. Dopo aver fatto il guascone per sette intere giornate, l’argentino scopre la paura. Non di Oliva, ma del futuro. Sa che, in caso di sconfitta, non avrà una seconda occasione.
Ho conosciuto il napoletano nel 1978 a Fiuggi, nel ritiro della nazionale azzurra. L’ho seguito lungo tutta la carriera. Siamo diventati amici.
Lui vince e gli altri scrivono che vale poco. Diventa campione italiano e scrivono che non ha fatto niente. Conquista la corona europea e raccontano di come in fondo non abbia battuto nessuno.
È in quei giorni che mi fa una promessa.
«Dario, io il campionato del mondo lo vinco. Te lo prometto. E dopo, quando tutti se ne saranno andati, ci faremo una foto. Tu, io e la cintura mondiale. Alla faccia di quelli che non hanno mai creduto in me.»
La notte del 16 marzo 1986 il rito si compie.
Oliva sconfigge Sacco in un match drammatico, di grande spessore emotivo.
Piangono tutti, non conoscono altro modo per festeggiare. Anche il campione napoletano piange, ha aspettato questo momento per sei anni. Anzi, per una vita intera.
Rocco, il papà, salta sul ring. Neppure la furia dei gendarmi monegaschi riesce a fermarlo. Patrizio urla il nome di Ciro. Quello di suo figlio, ma anche quello del fratello morto quando era ancora un ragazzo. Urla mamma Catena a bordo ring. Ha urlato per tutto il match e ora può sfogare la gioia. Giovanna, la sorella, non ha resistito. La crisi è arrivata al secondo round. È scappata fuori, aveva bisogno di prendere aria. È tornata e ha ripreso a piangere, sino alla fine. Quando Patrizio è portato in trionfo, lei sviene. Un leggero collasso, per fortuna niente di grave.
È una cavalcata trionfale per dieci riprese. Ad eccezione di un paio di round, persi, gli altri li vince chiaramente o di misura. Il sinistro del napoletano scatta preciso e veloce. Sacco se lo trova davanti ogni volta che abbozza un attacco. Affronta un campione vero, uno che accetta gli scambi, prende colpi duri e riparte. Patrizio gli regala una lezione di boxe. È un professore che picchia, indietreggia, rientra.
All’undicesimo round però, tutto quel lavoro chiede una pausa. È a quel punto che esce fuori Sacco, il pugile che in tanti hanno descritto come un atleta incapace di reggere la distanza. Il giorno dopo qualcuno parlerà di un campione a ritmo ridotto, di uno che ha difeso il titolo solo a metà. Pietose bugie.
Nel finale del match Oliva tira fuori anche il cuore. All’angolo Rocco Agostino per scuoterlo grida parole terribili. Bruno Arcari gli dice, semplicemente, che il campione è lui e che quella corona non può lasciarla all’argentino. Il napoletano stringe i denti, pensa al fratello e torna al centro del ring.
Nella seconda parte della quattordicesima ripresa, quando sembra che la rimonta di Sacco sia inarrestabile, Oliva, con il magico sinistro, riprende a martellare di colpi la faccia del gringo. Quel jab il buon Sacco lo sognerà per parecchie notti. Sarà un incubo che lo accompagnerà per molto tempo.
Finalmente, il verdetto.
Forse in Arkansas il pugilato si giudica al contrario. Vince chi incassa più colpi. È l’unica spiegazione per il folle cartellino del giudice Bill McKonkey che vede Sacco avanti di cinque punti.
Gelo in sala.
Dopo dopo una pausa che sembra infinita, Mario Mattioli, ring announcer di quella notte, legge gli altri due cartellini: Yong Sung Chung 147-144, Rodolfo Hill 145-141.
Dannazione, ma in favore di chi?
«Per il nuovo campione del mondo dei superleggeri per la World Boxing Association… Patrizio Oliva!»
Festa, urla, lacrime.
E poi risate, applausi, abbracci.
Adesso c’è solo silenzio. Lo Stade Louis II è vuoto.
Trasmesso il servizio al Corriere dello Sport, mi incammino verso lo spogliatoio.
Il rumore dei miei passi rimbomba nei corridoi deserti dello stadio, arrivato davanti allo spogliatoio spingo lentamente la porta.
Patrizio, detto lo Sparviero (copyright Franco Esposito), mi aspetta seduto su una panca. Indossa ancora gli abiti da combattimento coperti da un accappatoio color oro. Con lui c’è Nilia Sole, la compagna della vita. Oliva le dà un bacio, poi mi guarda sorridendo.
«Finalmente, pensavo non arrivassi più. Temevo ti fossi dimenticato della promessa.»
Ha un occhio nero, gli zigomi segnati dai colpi dell’argentino, chiazze rosse attorno all’occhio destro.
È felice.
Alza in alto la cintura e chiede a Nilia di farci una fotografia.
«Io la promessa l’ho mantenuta. Peccato per chi non ci ha creduto.»

Lo trovate su AMAZON.IT nelle versioni Kindle, cartacea, copertina rigida.

Lascia un commento