
Vincenzo La Femina è di Pagani, nel salernitano.
Aveva 12 anni la prima volta che è entrato in una palestra di pugilato. Oggi, che di anni ne ha 28, è campione dell’Unione Europea dei supergallo. Ha conquistato il titolo in Belgio, il 17 giugno scorso, battendo per kot 8 Gerom Eloyan (foto sotto).
L’EBU ha designato il francese Florian Montels come sfidante ufficiale.
La Opi Since 82 della famiglia Cherchi, che lo amministra, sta organizzando la prossima sfida. Il 24 novembre La Femina sosterrà una difesa volontaria al Palazzetto dello Sport di Scafati, meno di dieci chilometri da Pagani. È un prospetto su cui la boxe italiana può puntare. Ho parlato con lui, gli ho chiesto di raccontarmi tutto su Vincenzo La Femina…

Perché Winchester?
“È un soprannome che mi ha dato un maestro ucraino quando ho cominciato a fare pugilato. Diceva che ero esplosivo come un colpo di fucile. Da Vincenzo sono così diventato Winchester”.
Sei nato a Pagani o a Scafati?
“Io sono di Pagani, sono nato a Scafati alle 1:15 di notte perché lì c’era l’ospedale. Ma sono paganese DOC”.
Tifi anche per la Paganese.
“Tifo solo Paganese. Non ho altre squadre, neppure in serie A.”
È stata una decisione solo tua, quella di diventare pugile?
“Fin da bambino avevo un sogno. Se tu mi avessi chiesto: Cosa vuoi fare da grande? Ti avrei risposto: Voglio diventare un pugile professionista come Rocky, fare tanti soldi come lui, avere la villa come lui, avere la fama e la gloria come lui. Non ho tanta fama e tanta gloria, non ho tanti soldi, ma sono un pugile professionista. Il sogno si sta realizzando, la strada è quella giusta”.
Anche nel resto della famiglia la boxe è popolare?
“Mio papà Raffaele è un commercialista, ha uno studio a Nocera Inferiore. Ma è anche vice presidente regionale della FPI. Abbiamo una palestra: la Thunder Boxing Club. Mio fratello Martin ha quasi 26 anni, ha fatto e ogni tanto fa ancora il pugile. È laureato in Economia e Commercio, aiuta papà nello studio. Mamma si chiama Antonella. Agli inizi era preoccupata, ora se non meno sul ring mi dice: Stavi forse dormendo?”.
Cosa ti piace di più della boxe?
“Il fatto che il pugile sia un sognatore. Non smette mai di sognare, il momento in cui accadesse la sua storia potrebbe considerarsi conclusa. E poi mi piace il rispetto che i due avversari provano l’uno per l’altro. Senza rispetto non potrei combattere, senza rispetto non potrei vincere”.
E cosa ti piace di meno?
“Per vivere bene devo trovare altre soluzioni. Eppure sono consapevole di essere un’eccezione nel panorama italiano. Sono uno che ha preso buone borse. Il Signore mi perdonerà se dico questo: non voglio una vita semplice, voglio una buona qualità della vita. Pane e cepolle core felice, dicono. Io non voglio pane e cipolle. Voglio tanto dalla vita. Nel pugilato ci sono degli sportivi capace di creare spettacolo, sul ring e con le parole. Ma vengono sistematicamente ignorati”.
Cambio repetino di argomento. Come vivi l’avvicinamento al match?
“Non vedo l’ora che arrivi il combattimento. Provo sensazioni forti, ma vivo tutto con grande sicurezza e autostima. So che sono sensazioni che non tutti i pugili provano e questo mi carica in un modo esagerato. Da piccolo volevo fare il pugile professionista, stare in televisione. Cercavo un superpotere, l’ho trovato. E questo mi affascina. I giorni prima del match li vivo in modo semplice. Li vivo con un po’ di quel sano fanatismo che mi appartiene. Il pugile deve essere fanatico, quando smette di esserlo smette anche di sognare.”
Nella boxe, cosa è la paura?”
“Una volta pensavo: la paura si trasforma in fuoco. Ho capito che è solo un giro di parole. Credo che un pugile non abbia paura. Vuole manifestare solo la superiorità su un’altra persona, ovviamente nel rispetto delle regole. La paura la puoi lasciare agli altri. O magari, ragionando in modo diverso, la paura che facciamo finta di non sentire è quella che ci dà una sensazione di sicurezza. Un giro di parole, appunto. Il pugile vuole solo dimostrare a sé stesso e agli altri che è il più forte”.
Nella boxe molti hanno difficoltà a dire smetto. La tua carriera è ancora in evoluzione. Pensi che quando arriverai a quel momento, saprai fermarti? O, anche per te, l’ultimo match sa sempre il prossimo?
“Il pugilato è una malattia, fare a cazzotti è un fuoco che non si può spegnere da un momento all’altro. A volte quando sono distante dal ring, quando non faccio sparring per un po’ di tempo, sento forte il bisogno di tornare a quella vita, al rituale della palestra. Sì, penso proprio che anch’io dirò: Questo è l’ultimo, questo è l’ultimo. E quell’ultimo match sarà sempre il prossimo”.
Matteo Signani mi ha detto: Quando entro in palestra mi sento un bambino felice. E tu?
“Io sono nato in palestra. Resto lì cinque o sei ore ogni volta che vado. La palestra è la casa. Come Lo sono tutte quelle palestre vissute intensamente, quelle familiari, quelle in cui dici un fatto ad alta voce e lo sanno tutti. Torno bambino e sono felice, perché sono me stesso”.
Perché uno decide di fare il pugile, quando sa bene che, anche quando vince, i pugni li prenderà comunque?
“Il pugilato non è un gioco, non è uno sport per tutti. Un pugile tiene ‘e file ‘mbrugliate ‘ncape, cito il maestro Mario Collino. Il pugile ha i fili intrecciati nella testa. La realtà è che la boxe è una magia, un fuoco che ti brucia dentro. Ho trovato il modo di farlo ardere sul ring, produce cose buone”.
Nell’ultimo match hai dimostrato personalità, sicurezza e fame di vittorie. È difficile mettere insieme queste tre qualità quando combatti all’estero, chiunque sia il tuo avversario. Mi è piaciuto anche il modo in cui hai boxato a corta distanza, ganci, qualche montante. Anche se in quella fase ci sono state alcune sbavature pericolose. Mi è piaciuto meno il sinistro basso, i colpi presi in faccia. E poi, pochi colpi dritti. Hai un buon sinistro, ma mi sembra che lo usi poco.
“Vero. Il mio jab è un come un diretto. Sulle sbavature sono d’accordo con te. Devo migliorare. In Belgio le sbavature si sono notate un po’ di più perché ci hanno trattato davvero male. Alla fine dei giochi sono comunque stato contento perché ho fatto una grande esperienza, mi ha aiutato crescere”.
Trattato male in che senso?
“Mi hanno fatto pesare alle 18:30, doveva essere alle 17:00 e sarebbe già stato tardi in un match per il titolo. Lui si è pesato alle 19:00. Ho dovuto fare un chilometro a piedi per arrivare alle operazioni di peso. C’era un’atmosfera ostile. Il manager del mio avversario, un algerino belga, girava per l’albergo facendo la faccia cattiva. La strada mi ha insegnato a decifrare i comportamenti. Sono cresciuto in un’ottima famiglia, ma ho vissuto anche la strada, non sono un principe. Mi sono fatto rispettare, altrimenti ci avrebbero trattato peggio”.
Combattevi all’estero, ma erano in tanti a tifare per te.
“Devo ringraziare chi ci ha aiutato all’interno di una situazione ostile. Parlo dell’apporto dei Green Boys 2005, gli Ultras de La Lauvière. Sono un ultras anche io, con gli Street Urchins tifiamo per la Paganese. C’è amicizia tra i due gruppi. Il loro capo è venuto con gli amici Ultras a sostenerci, è stata una grande protezione per noi. Non era un ambiente facile. Domani prenderete il volo con gli schiaffi, mi ha detto uno tra la folla. Un po’ cattivelli. Cose già viste. Non me le aspettavo in un titolo di quel livello. Ma, come dice il nome del mio gruppo, io sono un monello di strada…”.
Cosa hai provato quando lo speaker ha detto: Vince per kot 8 ed è il nuovo campione dell’Unione Europea dei pesi supergallo Vincenzo La Femmina?
“Ho capito che quello era il momento della verità. Perché in palestra si lavora. Sul ring vai a ritirare le medaglie. Solo lì saprai se sei stato bravo, se hai davvero la testa vincente, se sei uno con la mentalità che porta al successo. È la verità come solo la boxe riesce a raccontarla”.

LA SCHEDA
Nome: Vincenzo
Cognome: La Femina
Soprannome: Winchester
Nato a: Pagani
Il: 3 settembre 1994
Altezza: 1.72
Categoria: supergallo
Record: 13-0
Vittorie per ko: 7
Percentuale: 53.85%
Debutto: 20 aprile 2019
Ultimo match: 17 giugno 2023
Titoli: campione italiano, campione dell’Unione Europea

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