N. 3 nell’era dei Fab Four del tennis, il maratoneta discreto si ritira

Non vi è alcuna ragione per cui un uomo
debba mostrare la sua vita al mondo.
Il mondo non capisce
(Oscar Wilde)

 

Cammina lentamente verso il centro del campo, ha la bandana rossa tra le mani, la depone all’incrocio delle righe. In tribuna Marta ha gli occhi umidi, scuote la testa, accarezza Leo. Moglie e figlio, che il 4 maggio compirà il primo anno di vita, stanno accompagnando il loro uomo nel lungo addio al tennis.

David Ferrer è un campione che ha attraversato lo sport senza urlare, senza gesti clamorosi. Facendo semplicemente il suo mestiere.

Profilo basso. È sempre stato convinto che solo il lavoro paghi. E ha ragione di pensarlo, se nel suo conto in banca sono finiti oltre oltre 31 milioni di dollari, se sul suo curriculum ha potuto scrivere: vincitore di 27 tornei, numero 3 del mondo l’8 luglio del 2013, tre Coppe Davis, un bronzo olimpico.

Non ha mai dato grande importanza al gossip, all’immagine, a quello che i giornali scrivevano di lui. Poche copertine per il maratoneta del tennis.

Eppure è arrivato in alto nella classifica. E l’ha fatto nella stagione dei Fab Four: Federer, Nadal, Djokovic, Murray.

“Ha meritato un posto subito dopo di noi” ha detto Nadal. Quel posto tra i Beatles della racchetta il giovanotto di Xabia, o Javea fate voi, l’ha conquistato con mille corse e pochi errori.

Di lui si è parlato poco.

Profilo basso. Non ha avuto il talento sconfinato di Roger Federer, contro cui ha perso tutte e diciassette le volte che ha giocato. Non ha avuto l’estrosità, la capacità di entrare in contatto diretto col pubblico di Novak Djokovic. Né la scontrosità raffinata di uno scozzese come Andy Murray.

Non ha avuto la potenza devastante di Rafa Nadal. Non ha mai vinto uno Slam. E ha giocato per una nazione che ha campioni in quantità industriale.

Ma è arrivato lì, terzo in classifica.

Lo chiamavano “The Wall”, il muro. Come i tifosi della Roma facevano con il difensore centrale Walter Samuel, la roccia che respingeva indietro ogni avversario. Lui rimandava al mittente ogni battuta.

«Era il migliore alla risposta dell’intero circuito», parola di Roger Federer.

Ma era anche silenzioso e sorridente, binomio che mal si sposa con lo star system.

Li vogliamo pazzi, maleducati, stravaganti o perfetti. Siamo pronti a perdonare solo la mostruosità del talento. E Ferrer di questo non ne ha mai avuto in misura abnorme. Lui correva, ribatteva, correva, sparava bordate profonde, correva, tirava negli angoli, correva. E quasi mai usciva dal recinto della normalità di una vita da mediano. Per trovare lo spunto da inserire in una storia, e renderla più interessante, bisogna andare molto indietro nel tempo, tornare al 1999. L’anno della svolta. Poca voglia di tennis, allergia all’allenamento, predisposizione al divertimento.

Ritardi, scarsa applicazione. Sembra impossibile che io stia parlando dello stesso David Ferrer che abbiamo sempre visto correre come un forsennato da una parte all’altra del campo. Eppure è la verità. Situazione estrema, estremi rimedi.

Javier Piles, era il suo tecnico, ma anche l’uomo che aveva chiuso il diciassettenne David nello stanzino dove il club riponeva vecchie racchette e palline. Un locale due metri per due, con le sbarre alla finestra.

Una sorta di prigione, era solo un magazzino. Attraverso quelle sbarre Javier gli passava pane e acqua. E basta.

Dopo tre ore, Piles aveva riaperto la porta.

David era uscito giurando che in quel circolo non l’avrebbero più rivisto.

I genitori del giovanotto erano gente all’antica, dotati di sani principi. Jaime, il papà, faceva il ragioniere. Pilar, la mamma, l’insegnante elementare. Gli avevano fatto un discorso chiaro.

«Se vuoi i soldi per andare a divertirti, per passare le serate in discoteca, devi lavorare».

Stop, fine delle trasmissioni.

Javea era ed è una bella città sul mare novanta chilometri a est di Ibiza. Lì David Ferrer è nato, lì è cresciuto fino a 13 anni.

Poi c’è stata Gaudia e infine Barcellona.

Residenza a parte, l’unica cosa chiara era che avrebbe dovuto trovarsi in fretta un lavoro. Muratore, ma sì andava bene anche quello. Una settimana a mettere mattoni su una carriola e a scaricarli di qua e di là per il cantiere. Alla fine i soldi in tasca era stati qualcosa di assai vicino ai 40 euro di oggi.

All’ottavo giorno, alle 9 del mattino, puntuale come una cambiale, David Ferrer si era ripresentato al campo di allenamento e aveva giurato a Piles che non avrebbe mai più fatto un minuto di ritardo. Ha mantenuto la promessa. Per tredici anni hanno lavorato assieme.

Marta Tornel è una bella ragazza, figlia di un signore che a Benifaiò aveva un negozio di ottica molto ben avviato. Lei è elegante, discreta, poco disposta a mettersi in mostra. Basso profilo, insomma. Quasi sempre. Meno che a Parigi quando nel 2012, ebbro di felicità per il primo Master 1000 vinto, David aveva saltato la gradinata ed era andato in tribuna ad abbracciare Piles, poi Rafael Garcia (il fisioterapista), Albert Molina (il manager) e infine a baciare la sua ragazza. Click, foto, prima pagina anche per loro.

Vincere non basta, a fare scattare la passione, soprattutto se non sei Federer. E poi David è un tipo davvero strano. Ama leggere, glielo ha insegnato la mamma. Una passione non proprio comune tra i campioni dello sport.

E lui legge, anche negli spogliatoi. In tre giorni è stato capace di divorare “I pilastri della Terra” di Ken Follett, 1300 pagine! Filosofia, mistero, autobiografie. È onnivoro. Divora qualsiasi cosa possa fargli scoprire nuovi mondi, aprirgli la conoscenza. Anche di se stesso.

Stravaganze, non ne ricordo. Se non quella di un legame al limite del feticismo con il suo asciugamano. Un legame così forte che lo ha convinto a inserire su Twitter la foto di loro due. Lui e l’asciugamano.

Vizi? Ne aveva uno, il fumo, ma ora appartiene ai ricordi anche quello.

Il ragazzo che tifa Valencia nel calcio (ma l’unica richiesta di autografo nella sua vita l’ha fatta a Pedrag “Peda” Mijatovic, il genio del Real Madrid), ha applaudito Safin/Ferrero/Hewitt nel tennis, ama il basket, non frequenta la vita guidando in corsia di sorpasso.

Si gode quotidianamente quello che ha. E continua a pensare che l’unica cosa che paghi sia il lavoro.

Picchia da fondocampo, è determinato, veloce, ma non ha un colpo decisivo. Come un pugile senza il pugno da ko, doveva sfiancare il rivale. Lavorarlo ai fianchi, costringerlo ad andare in affanno per poi piazzare la botta risolutrice. Ma doveva anche spendere meno dal punto di vista tecnico e mentale. E ogni volta per portare a casa il risultato era costretto a inseguire la partita perfetta.

Giocava da fondocampo, quello intorno alla rete è sempre stato un terreno sconosciuto.

Dritto e rovescio. Con questi due colpi è riuscito a fare tutto. Il resto lo ha mostrato solo in rarissime occasioni. Forse è per questo che è riuscito a reggere i ritmi massacranti che gli sono stati indispensabile per superare qualsiasi rivale. Ha conquistato titoli sul veloce, sulla terra e sull’erba.

È approdato in finale al Roland Garros, in semi agli Australian Open e agli US Open, a Wimbledon si è fermato ai quarti.

Ha vinto tre volte la Davis: 2008, 2009 e 2011. Ha messo in fila una serie incredibile di momenti positivi, fino a giungere sul podio della classifica, dopo sette stagioni da Top 20.

Profilo basso. È vero, ma navigando sottovento è arrivato quasi in cima alla vetta.

David Ferrer è un giocatore concreto.

Un uomo concreto.

Ossequioso dei consigli della mamma, una moglie che non ha nulla delle figliole che appaiono nelle foto e scompaiono nella vita. L’unica cosa che lega Marta al mondo dei ricchi campioni è la bellezza, ma anche questa senza esibizionismi, senza urla. Come il suo ragazzo.

Il Muro respingeva al mittente ogni pallina.

Correva come un maratoneta e picchiava forte.

Non ha avuto una moltitudine di fan, ma credete che a lui interessasse?

David Ferrer ha imparato una cosa molto importante dalla sua famiglia, la discrezione.

Una rarità nel mondo di oggi.

Soprattutto tra i baciati dalla fortuna e dai guadagni.

Il 5 maggio comincia il Master 1000 di Madrid.

Sarà il suo ultimo torneo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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