Oliva, sessantenne di successo. In lotta perenne contro il potere

Patrizio è sempre stato un uomo contro.

Da piccolo era magro, ossuto, con un’enorme massa di capelli ricci a riempire quella testa e aveva un’idea fissa. Diventare campione.

Si metteva davanti allo specchio e mimava quello che aveva visto fare in palestra dal fratello Mario e dagli altri ragazzi della Fulgor, in quello scantinato di via Roma dove regnava l’arte del maestro Geppino Silvestri.

Era poco più di un bambino e già sognava di diventare campione del mondo, addirittura campione del mondo dei superleggeri. Aveva scelto anche la categoria…

C’è riuscito. Ha mantenuto fede all’impegno che aveva preso con se stesso. Era il modo per uscire dal buio, per dimostrare agli altri ma soprattutto alla sua famiglia che fare il pugile non era un vezzo, non era una perdita di tempo. Ma la passione per un lavoro che lui sicuramente sapeva fare bene.

Il pugilato di Patrizio Oliva è sempre stato un insieme di movimenti, gesti, capacità per intenditori. L’apparenza diceva che la sua boxe non era spettacolare. Forse perché non finiva i match sanguinante e senza fiato, forse perché non si immergeva in feroci battaglie nel corso di round che invece si susseguivano muovendosi su un unico tema: lui colpiva, gli altri non riuscivano a colpirlo.

E questo, soprattutto da professionista, era visto come un peccato mortale. I giornalisti, allora ce ne erano tanti che seguivano il pugilato e i loro articoli erano letti da migliaia e migliaia di persone, volevano il sangue, gli scontri feroci.

Oliva non ha mai ceduto, se non quando è stato proprio necessario farlo.

Da dilettante ha costruito un record fenomenale.

Il talento si è visto subito. L’ha intuito Nereo Rocco, l’ha esaltato Nino Benvenuti.

E lui ha vinto gli Europei junior. A sorpresa. Così a sorpresa che la delegazione italiana non aveva neppure portato l’inno.

Gli Europei senior glieli hanno scippati. L’oro in finale è andato a Serik Konakbayev, ma il mondo intero sapeva chi aveva vinto quel tardo pomeriggio a Colonia. Lo sapeva anche Max Schmelling che è andato addirittura a bordo ring a protestare. Lo sapevano gli spettatori che hanno fischiato per dieci minuti il verdetto.

Konakbayev lo ha ritrovato, ancora una volta in finale, a Mosca per l’Olimpiade del 1980. Lo ha battuto, meno chiaramente di come lo avesse battuto in Germania, ma stavolta la giuria ha riconosciuto il napoletano campione olimpico. Ed è tornato dalla Russia con la Coppa Val Barker come miglior pugile dei Giochi. Ha riportato tutto a casa dopo un volo pieno di paura e di turbolenze.

Ma tutto questo non bastava ai denigratori.

Il professionismo è stato una lotta a coltello. Non con gli avversari, superati tutti con ampio margine, ma con la stampa.

Campione italiano, europeo, mondiale dei superleggeri. La sconfitta con Coggi, il ritiro, il ritorno sul ring. Campione europeo dei welter e un tentativo mondiale non andato a buon fine contro Buddy McGirt.

Una sola volta ha raccolto unanimi consensi. Quando ha battuto Ubaldo Sacco ed è diventato il re della Wba. Applausi. Più che per la conquista, per la faccia segnata dalla battaglia. I lividi, l’occhio pesto. Fare la guerra era una necessità. E lui l’aveva fatta.

Con una mano fuori uso per gran parte della carriera, un fisico non falsamente gonfio di muscoli e una struttura ossea a rischio, Patrizio Oliva ha vinto tutto. Eppure ha dovuto combattere per far comprendere che il pugilato non è solo violenza dei colpi. Lui sul ring è stato un artista. Forse le traiettorie dei suoi colpi potevano dare l’impressione di seguire strani sentieri. Erano però gli unici percorribili. Bastava vederli, capirli.

Velocità e precisione hanno scandito il cammino delle sue conquiste.

Ne ho sentiti tanti a bordo ring dire: “Ha una boxe elementare, conosce solo l’uno-due. Vado su e vi faccio vedere chi è il campione.”

Ne ho visti tanti scendere sconfitti, gonfi per i pugni subiti, senza essere mai riusciti a colpirlo.

Un uomo contro come atleta, ma lo è anche come allenatore.

Ha sempre seguito tecniche nuove, ha anticipato la figura del maestro a tutto tondo. Scienza, esperienza, capacità tecniche, intuizioni. E ha una dote rara, quella di riuscire a entrare in empatia con i suoi pugili. Non ha mai preteso che combattessero come lui, errore che molti fanno. Ha scelto sempre la via migliore per loro, quella in cui sapevano esprimersi meglio.

Ha allenato la nazionale, ha scoperto talenti, vinto medaglie.

È diventato ct dopo che, a pochi mesi dall’Olimpiade di Atlanta, Franco Falcinelli aveva lasciato Federazione e nazionale temendo, forse, una debacle olimpica che avrebbe sporcato il suo curriculum.

Ha fatto bene anche in nazionale. Ma qualcuno ha detto che non era l’uomo giusto.

Ancora oggi dicono che non è l’uomo giusto, quando invece la struttura tecnica azzurra avrebbe bisogno proprio di gente così.

Oliva è finito al secondo posto nella classifica mondiale di un corso allenatori Aiba. E la Fpi pensa che non sia all’altezza di guidare il movimento nazionale.

Lo so. Non sono le sue capacità tecniche ad essere messe in discussione, ma quella voglia di essere indipendente, di obbedire solo a quello che crede, di difendere le sue idee e proteggere gli atleti.

Un campione come ne ha avuti pochi l’intera storia del nostro pugilato (nell’ottobre scorso è entrato, assieme a Benvenuti, Maurizio Stecca e Parisi nella Hall of Fame del pugilato italiano, foto in alto). Un tecnico di grandissimo valore. Un uomo contro che anche nella vita è andato a prendersi, con lavoro, professionalità e sacrificio meritati successi. È un attore, un imprenditore, un personaggio di successo.

E forse è proprio questo a spaventare. La sua indipendenza e la capacità di studiare, studiare, studiare fino a quando la materia non si arrende.

Non è perfetto, certo. A volte parla troppo, a volte può sembrare eccessivo. Ma chi lo conosce bene, sa che lo fa perché ha paura di non essere compreso. La lotta che porta avanti da anni gli ha procurato tanti nemici, la chiarezza del pensiero è la sua arma per combatterli. E a volte esagera…

Domani Patrizio Oliva compie sessant’anni.

Ha avuto una vita difficile, una partenza in salita. Ma da tempo, in compagnia della moglie Nilia e dei suoi figli, si è preso quello che merita.

Auguri amico mio. E fregatene di chi non capisce.

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