Damiani, dalla magia contro Stevenson alla maledetta America

L’11 gennaio del 1991 Francesco Damiani perdeva
contro Ray Mercer  il titolo Wbo dei pesi massimi.
Ripropongo un servizio fatto qualche anno fa.

Una vecchia scuola elementare del secolo scorso a San Potito, frazione di Lugo. Lì adesso c’è una palestra di boxe, accanto alle guardie venatorie. Dentro la palestra, il ring. Un ring unico al mondo. E’ rettangolare.

Non c’era spazio, così abbiamo tagliato a metà quello di Bagnacavallo e l’abbiamo messo qui.”

Francesco Damiani ha lo sguardo tranquillo che aveva quando combatteva. Il fisico è un po’ appesantito, ma neppure tanto. Campione europeo e mondiale dei pesi massimi per la Wbo. E’ stato uno che nella sua categoria ha scritto pagine importanti. Ha battuto Teofilo Stevenson ai Mondiali dilettanti dell’82 a Monaco. E’ stato battuto in finale da Tyrrell Biggs e da una giuria di incompetenti. Argento all’Olimpiade di Los Angeles l’anno dopo, una bella carriera da professionista. Uniche tappe amare, quelle al di là dell’Oceano. Negli Stati Uniti.

Francesco, come racconteresti l’America del pugilato?

La mia prima volta a New York, assieme al grande Umberto Branchini. Entriamo in una palestra. Dopo il riscaldamento, è il momento di fare i guanti. Umberto parla con un tizio che subito dopo comincia a strillare. La palestra è piena di pugili, non c’è un metro libero. Quello urla: “Venti dollari per fare i guanti con questo peso massimo italiano, chi ci sta?” Arriva un gigante nero che neppure mi guarda. Casco, guanti e via. Sotto un altro. Lì non c’è bisogno di fare cinque telefonate a cinque differenti palestre per trovare uno sparring. Questa è l’America.”

Cosa altro ti ha colpito della boxe americana?

Il modo in cui presentano gli incontri. Ci sanno fare. Qui a volte non c’è neppure chi annuncia i match. Lì, ogni riunione diventa uno spettacolo. Per fare sfilare la ragazza del cartellone da noi devi avere la fortuna che non ci sia un pretore complessato, altrimenti ti misura ogni centimetro scoperto della pelle e poi fa saltare tutto. Lì ci sono fuochi di artificio, musica, coreografie. E’ un divertimento.”

Ma ci sono anche maestri, manager e organizzatori che non stanno tanto a guardare su come fare un affare. L’importante è farlo.

Da noi non è poi così diverso.”

L’America ha segnato due brutte tappe della tua carriera. Cominciamo dal mancato mondiale con Holyfield ad Atlanta.

Mi sono fatto male in allenamento e il combattimento è saltato. Mi avevano proposto 750.000 dollari e i diritti della televisione americana per farmi partire, quando ho detto sì i dollari sono diventati 700.000 e i diritti televisivi sono scomparsi. Ma il match l’avrei fatto comunque se non mi fossi infortunato alla caviglia. Alcuni americani sono venuti nella mia stanza di albergo a propormi di salire ugualmente sul ring, sarei andato giù al secondo round e avrei preso i soldi. Ho risposto:No. Io queste cose non le faccio“.”

Ray Mercer ad Atlantic City. Un pugno e il mondiale è volato via.

Qui ho qualche colpa. Ero nettamente in vantaggio dopo nove riprese, ho preso un colpo al naso, ho cominciato a perdere sangue. Non ero abituato a trovarmi in situazioni di grande difficoltà, non avevo l’esperienza per superarle. Mi sono sentito perso, non ci ho pensato su molto e ho detto basta. Un errore nato da una situazione per me insolita.”

Oliver McCall a Memphis, l’ultimo incontro della carriera.

Non dovevo neppure accettarlo quel match. Umberto Branchini, che non era più il mio manager, me lo aveva detto per telefono. Non dovevo farlo. Ero ormai completamente demotivato, senza stimoli. Don King mi stava prendendo in giro da un anno. Sono andato lì vuoto, ho perso e sono tornato a casa.”

Quale è il maggiore cambiamento fatto dal pugilato?

Il nostro è uno sport che cambia poco nel tempo. Forse oggi c’è un po’ di velocità in più, ma i fondamentali sono sempre gli stessi. E’ anche qui il bello della boxe: essere uguale nel tempo.”

La gioia più grande della carriera?

La vittoria sul mitico Teofilo Stevenson. Un sogno diventato realtà.”

Quando hai visto per la prima volta Stevenson?

Ho cominciato a boxare nel settembre del 1975 e lui era già il mio idolo. Un esempio da imitare, anche se sapevo benissimo quanto fosse irragiungibile.

Eppure il 15 aprile del 1982 lo hai battuto, nei quarti di finale dei Mondiali che si disputavano a Monaco.

Spesso riguardo quel match su YouTube e mi chiedo come sia riuscito a farcela. E’ stato l’incontro che mi ha fatto conoscere al mondo. E’ stata la svolta della mia carriera.

Cosa ricordi di quella sera magica?

Ricordo tutto, ogni attimo. E’ stato uno dei momenti più esaltanti della mia vita. E ricordo anche i suoi montanti. Nel terzo round, mi ha preso con un serie che mi è sembrata infinita. Al suono del gong sono caduto in ginocchio. In molti hanno pensato che fosse per la gioia. In realtà era per la stanchezza.

Con quale animo sei salito sul ring?

Con la consapevolezza di dovermi misurare con un fenomeno assoluto. Era un pugile completo. Aveva fisico, potenza, tecnica, velocità. Tutti pensavano che fossi una vittima predestinata.

Proprio tutti?

No. Un giornalista aveva scritto un articolo il cui titolo non dimenticherò mai: “Vado, lo batto e torno”. Conservo ancora quella pagina del giornale.

Che cosa ha significato per te la morte di Teofilo Stevenson?

Con lui se ne è andata una parte della mia vita. Non solo di quella pugilistica. L’ho visto di persona per la prima volta alle operazioni di peso dell’Olimpiade di Mosca 1980. Usciva dalla stanza, Franco (Falcinelli, ndr) mi ha scosso il braccio e mi ha detto: “Guarda, quello è Stevenson”. Gli ho risposto: Lo so bene, per me però non è solo un pugile. E’ la boxe.

Molti pugili finiscono la carriera dopo avere guadagnato delle buone borse, tanti soldi. Poi si scopre che non hanno più una lira in banca e che la loro vita è diventata un inferno.

E’ un problema di mentalità. Non devi abituarti ai grandi guadagni, devi sempre pensare che prima o poi finiranno. Devi saperti accontentare. Io le vacanze non le faccio alle Hawaii, vado a Marina Romea. Non mi costruisco una villa da star di Hollywood, mi faccio la casa a Bagnacavallo. Amministrare quello che hai, non sprecare, restare nell’animo quello che eri prima di cominciare a boxare. E non pensare mai che tutti quegli amici che ti girano attorno quando sei famoso, restino al momento in cui le luci si spegneranno.”

Nella vita ti sei mai sentito tradito?

Sì, più volte. Ma quella che mi ha fatto più male è stata la volta che a tradirmi ci ha pensato uno a cui avevo dato tutta la mia fiducia.”

L’uomo a cui senti di dovere soprattutto riconoscenza?

Il mio manager Umberto Branchini. Gli avessi dato più retta, avrei fatto una carriera migliore di quella che ho fatto.”

Il tuo difetto più grande?

Quello di non credere mai fino in fondo nei miei mezzi.”

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