SIMONA GALASSI è la più forte pugile donna che l’Italia abbia mai avuto. Tre mondiali da dilettante e due da professionsita la collocano tra le sportive dal medagliere più ricco nel nostro Paese. In agosto tornerà sul ring. A 42 anni continua a inseguire il sogno di un altro mondiale da portare a casa, in Romagna. Non molto tempo fa ho parlato a lungo con la campionessa, ecco cosa ci siamo detti.
Simona Galassi, la tua più brutta sconfitta è stata quella contro la Szebeledi, cosa pensi di quel ko?
“Che non ero io. Mi sono vista così diversa da come sono. Quel match non l’ho proprio voluto fare. Non ho avuto la capacità di reagire alla prima difficoltà, non ho neppure provato a ricominciare daccapo. Non mi sono voluta salvare.”
Come ti sei sentita il giorno dopo?
“Ero veramente amareggiata. Mi ero resa conto che non avevo avuto voglia di sacrificarmi, di accettare la sofferenza. Non me ne importava nulla di vedere dove sarei potuta arrivare. Nello stesso istante in cui sono finita al tappeto, il match era finito. E invece tutti noi sappiamo che da un knock down ci si può risollevare e vincere. Mi ero arresa subito, senza lottare. Non ero riuscita a capire che nella boxe si va anche giù, ma l’importante è rialzarsi e tornare a combattere. Quella arrendevolezza era la cosa che mi aveva fatto più male.”
Dopo quanto tempo hai deciso di andare avanti?
“Ho fatto in fretta. Mi sono presa dieci giorni per riflettere. Ho ascoltato chi per quelle strade aveva già camminato, chi aveva vissuto situazioni simili. E ho deciso di continuare”
Cosa ti ha spinto a farlo?
“Un campione non può chiudere la carriera finendo ko. Volevo riprovarci di nuovo”
Ma non ti è venuto alcun dubbio che stavi facendo la cosa sbagliata?
“Mi sono chiesta: ci credi davvero? Questa è stata la domanda che ha sollevato i maggiori dubbi. In passato mi volevo tranquillizzare e mi dicevo che tutto andava bene, che non avevo problemi. Sbagliavo. Non avevo nessuna intenzione di farlo di nuovo. Per questo ho deciso solo dopo essermi convinta che non stavo mentendo a me stessa.”
Ma è proprio così difficile smettere? Cosa ha la boxe per covincere una donna di 42 anni ad andare ancora avanti?
“Quando cominci, la boxe è un modo per uscire dalle tue insicurezze, per imparare a gestire le emozioni, ti aiuta a controllare la paura. Poi, diventa un lavoro. O meglio, uno stile di vita. Hai delle scadenze da rispettare, devi stare attenta a come, quando e quanto mangi, devi programmare gli allenamenti, non devi perdere la forma fisica, ti carichi in vista di un match. E’ difficile tornare a una vita normale.”
Una volta, un pugile mi ha detto: “Della boxe mi fa paura una sola cosa. Smettere.” E’ così anche per te?
“Direi di si. Mi fa paura cambiare vita, sconvolgerla. Mi sono imposta tante regole, buttarle giù tutte in un colpo mi spaventa. Non mi sento ancora pronta per farlo. Sì, uscire di scena è la cosa che mi spaventa di più.”
Per tornare a combattere hai cambiato metodo e maestro. Quali novità ha portato negli allenamenti?
“I fratelli Duran (nella foto di Renata Romagnoli, Alessandro Duran e Simona) sono stati fra le persone con cui mi sono consultata quando stavo pensando a cosa fare del mio futuro. Sono andata ad allenarmi da Alessandro perché ha saputo trasmettermi quella fiducia di cui avevo bisogno. E mi ha fatto capire che crede davvero che io possa ancora fare bene. E’ di questo che avevo bisogno.”
Simona, perché lo fai?
“Soprattutto per me stessa. L’età è quella che è. Ma non mi sento bruciata. La voglia, il desiderio di fare bene, ancora c’è. Voglio mostrare agli altri quello che c’è ancora di buono in me.”
E in palestra, a Ferrara, cosa hai trovato?
“Un salto nel passato, in senso buono. Lavoriamo alla vecchia maniera. Pugilato dei vecchi tempi. Meno sacco, meno ripetute. Più tecnica, più velocità. Siamo tornati ad una sana dieta di pane e guantoni. Mi mancava il modo con cui oggi mi cura Alessandro. Mi ha regalato una tranquillità che non avevo da tempo. E soprattutto mi ha ridato la gioia di fare questo lavoro. Mi sono stupita nel constatare il ritorno di vecchie emozioni. Ho ritrovato entusiasmo, mi sembra proprio di avere fatto un piacevole viaggio all’indietro nel tempo.”
Ehi Simo, il 27 giugno ne hai festeggiati 42. Fino a quando hai intenzione di andare avanti?
(ride) “Sono una mezza matta. Sto cercando di capire cosa voglio fare da grande.”
E dopo la boxe, cosa potrebbe esserci?
“Per ora penso in maniera egoistica. Cioè, penso solo a me stessa. Ma col tempo, l’esperienza accumulata potrei cercare di trasferirla sugli altri. Vedrò cosa fare quando verrà il momento.”
Qual è il tuo vizio capitale?
“La gola. Vado pazza per la cioccolata e non posso farne a meno. Un pezzetto al giorno rientra in ogni mia dieta.”
Quali sono stati i momenti più felici della tua carriera?
“Da dilettante, quando ho vinto il primo mondiale (Scranton, 2001, ndr) negli Stati Uniti. Mi sembrava di vivere all’interno di un film americano e la protagonista ero io. Pronostici ribaltati, oro e miglior pugile dei campionati. Un sogno. Da professionista, il primo match disputato a Bertinoro (11 maggio 2007, vittoria per ko 10 contro Bettina Voelker nell’europeo mosca, ndr), tra la gente che mi vuole bene. E’ stato più emozionante della vittoria nel mondiale”..
Cosa ti ha dato più fastidio in tutti questi anni di attività?
“Da professionista, pur avendo avuto molte occasioni, non mi sento di essere stata quello che avrei potuto essere. A parte un bellissimo 2008, il resto è stato un continuo rinvio, un rincorrersi di sofferenze, un adeguamento al ritmo che il pugilato italiano sta vivendo ormai da troppo tempo”.
Simona, dopo la riconquista dell’europeo eri felice come una bambina. Cosa ti ha reso così euforica?
“La fiducia ritrovata.”
Spiegati meglio.
“Ho attraversato un momento duro, ho subito tanto. La sconfitta mi aveva lasciato dentro tanta amarezza. Volevo dimostrare soprattutto a me stessa che non ero finita. Non potevo chiudere la carriera con un ko, non mi sembrava giusto”
Non hai mai temuto potesse tornare durante l’europeo contro la Jah?
“Ero preparata per quella sfida. Mi sentivo pronta fisicamente. Sapevo che le cose sarebbero anche potute non andare come avevo sperato. Ma ero certa che stavolta il match l’avrei fatto, avrei combattuto ogni istante che sarei riuscita a rimanere in piedi sul ring. Era il mio primo obiettivo. Non arrendermi, dimostrare a me stessa che un episodio non poteva trasformarsi in regola. Ecco, questa era la sfida più importante”
Era un passo decisivo in questo finale di carriera. Immagino che tu abbia vissuto una vigilia carica di tensioni. Sei riuscita a dormire la sera prima del titolo?
“La sera prima sì. Ma dopo quella notte ho faticato a ritrovare il sonno. Ero talmente carica di adrenalina, talmente euforica, che facevo fatica ad addormentarmi”
Prima dunque, nessuna agitazione?
“Mi sentivo fin troppo tranquilla. Al punto che nello spogliatoio avevo detto a me stessa: Simona devi trovare un po’ di cattiveria, ti serve per vincere.”
Da cosa veniva tutta questa serenità?
“Dalla consapevolezza di essermi preparata come mai avevo fatto in passato. Ero pronta per la battaglia.”
Quale è stato il regalo più bello che hai ricevuto per la vittoria?
“Una crostata fatta dalle mie nipotine (nella foto Viola, Gaia e… la crostata)”
A che ora comincia la tua giornata tipo?
“Sveglia alle 7 e 22”
Alle 7 e 22?
“Sì lo so, sono un po’ strana. Non metto mai la sveglia a orari precisi: le 7, le 7 e 30 o le 8. Mi piacciono le 7 e 22, così ho la sensazione di dormire due minuti di più.”
Quali sono state le differenze maggiori rispetto al passato?
“Con Ale (Duran) ho fatto tante sessioni di guanti, quasi tutti i giorni. Ho imparato a difendermi meglio con la mano sinistra, a boxare con più intensità a corta distanza. Con l’andare dei giorni ho visto che prendevo meno colpi, che quelli che arrivavano finivano sui guantoni, erano pugni sporchi. Mi sono sentita più sicura. E poi…”
E poi?
“Per la prima volta ho avuto un maestro a tempo pieno. Con Valerio (Nati) mi trovavo bene, ma lui era spesso fuori per altri lavori. Con Ale (Duran) ho scoperto quanto sia importante avere un allenatore che ti segue passo dopo passo. Ogni giorno. Quando fai i guanti, quando sei alla pera, alla palla francese. E poi ho lavorato di più sulla tecnica. Con il preparatore atletico Carli di Rimini ho costruito la base fisica. Insomma, ho fatto la professionista”
Una campionessa come te, vive di boxe?
“Direi proprio di no. Ci ho provato, ma ho presto scoperto che non era possibile. Ho dovuto sempre lavorare per conservare un minimo di tranquillità economica. Solo per questo match ho staccato del tutto. Ho fatto un investimento importante su me stessa perché volevo capire se fossi davvero finita. Ma per gli altri quindici anni di boxe la risposta è sempre la stessa: no. Anche chi arriva in alto nel professionismo italiano, uomo o donna, deve continuare a lavorare al di fuori del pugilato se vuole vivere serenamente.”
Una lunga carriera dilettantistica, un’intensa attività da professionista. Pensi che il pugilato abbia tolto qualcosa alla tua vita, al tuo essere donna?
“No. Sono stata io a sceglierlo, l’ho fatto perché volevo farlo. Forse mi ha tolto un po’ di tempo con gli amici, mi ha dato meno occasioni di intortare (dialettale, sta per circuire) un ragazzo. Ma non mi posso lamentare. Sono felice di avere fatto un lavoro che ho scelto per passione. La boxe mi ha fatto crescere, ha aiutato la mia maturazione. Posso solo ringraziarla”
Dopo quindici anni ad alto livello dovresti conoscere questo sport come pochi. Come lo definiresti?
“E’ un confronto con se stessi. E’ un mettersi continuamente a nudo, conoscersi profondamente. Nella boxe non puoi prenderti in giro. In molti dicono che tutto si risolve in una sfida sul piano fisico. Sbagliano di grosso. Il pugilato è soprattutto un confronto mentale. C’è tanta testa dietro un successo. E’ la mente che deve essere forte al punto da trasmettere i segnali giusti al corpo che ha solo il ruolo di esecutore. E’ chiaro: la forza fisica ha un ruolo importante. Ma è il cervello che vince il combattimento.”
Fino a quando pensi di andare avanti?
“Non so. L’unica cosa certa è che sono sempre di più quelli che mi fanno questa domanda. Per la prima volta, durante la preparazione, me l’ha fatta anche il papà. A fine match mi ha confessato che se lo sentiva che avrei vinto, perché lui è convinto di avere una dote premonitrice, di sapere sempre come andrà a finire. E’ un mio tifoso, uno che ha sempre creduto in me. Ma mi ha chiesto quando pensassi di smettere. Forse è giunto il momento che mi ponga anche io lo stesso interrogativo.”
Quale è l’uscita di scena dei tuoi sogni?
“Un incontro mondiale. Spero di avere quest’ultima possibilità. Anche Ale me l’ha detto: ‘Fai il mondiale e poi basta’. Non sarà facile, soprattutto se quel titolo oltre che a disputarlo dovessi anche vincerlo. Ma credo che potrei sempre chiedermi: ‘Simona, ma cosa vuoi ancora dalla boxe?’ Mi guarderei indietro, darei uno sguardo in avanti e la chiuderei lì. Forse…”







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