Ali, Er Palletta e il Cafone Ululante

Ali

Sento parlare Muhammad Ali ad Harvard.
Fa uno straordinario discorso, nonostante sia dislessico.
A un certo punto guarda un foglio di carta e dice
“Che cosa significa questa parola?”
Rispondo
“Appendicite.”
Lui dice
“Che parola è appendicite? È così lunga.”
Continua il discorso davanti a mille, duemila laureati di Harvard. Dice che lui non ha avuto l’opportunità ma che loro dovrebbero rendere il mondo un posto migliore. È emozionante e divertente. C’è un grande boato di apprezzamento alla fine. Poi qualcuno grida.
“Dacci una poesia.”
Tutto si calma.
Che io sappia, la poesia più breve, secondo la Fondazione Bartlett si chiama “Le Antichità dei microbi” e la poesia è “Adamo aveva loro”. Piuttosto breve.
La poesia di Muhammad Ali è stata
“Io, Noi.”
Due parole.
“Me, We.”
Scrivo a Bartlett e gli dico: “Guarda che è più breve.”
“Io, Noi.”
Che combattente che era. E che uomo.
(tratto dal film-documentario “Quando eravamo Re”, premio Oscar 1997)

bambina

Aho sò Er Palletta. No, a Patata come te lo devo da dì: sto ancora sull’autobusse. Se, so quasi arivato. No, nun l’ho sentito Er Faciolo…
Bloccato davanti alla porta di uscita, spalle alla gente, il giovanotto parla al cellulare e impedisce a chiunque di scendere. In quel momento per lui la cosa più importante è spiegare all’amico Patata dove sia e informarlo che non ha ancora avuto modo di parlare con il signor Faciolo.
Chiedo gentilmente permesso, incredibilmente Er Palletta si fa da parte consentendomi di scendere, non prima però che io abbia preso sui polpacci una botta della bicicletta che l’energumeno alle mie spalle ha portato sul bus.
In metropolitana le cose vanno meglio. Nel senso che me la cavo con un viaggio praticamente in apnea. Molti dei passeggeri devono avere interrotto i rapporti con acqua/sapone/deodoranti e affini.
È sul treno che ricominciano i miei problemi col resto del mondo.
“ALFONSO CARO, IO ARRIVO OGGI POMERIGGIO A MILANO. CI VEDIAMO A CENA.”
Un urlo, un po’ come quando andate a vedere un concerto rock e il cantante sul palcoscenico grida: “CIAO ROMA!”, come del resto fa in ogni altra città del tour cambiando solo il nome della località. Ecco, comunque, il volume del suono è quello.
Il Cafone Ululante siede quattro sedili avanti al mio e sta parlando allo smartphone.
Finalmente attacca, non prima di averci fatto sapere dove, come e quando incontrerà il popolare Alfonso.
La pace dura un centesimo di secondo.
“CROCEFISSA, PASSAMI GIOVANNI. SI’ GIOVANNI, SONO IL SIGNOR TIMPANO. LE PERSIANE DEVI RIVERNICIARLE, MIA MOGLIE HA DETTO CHE CI SONO DEI PUNTI CHE NON LE PIACCIONO. SI’ GIOVANNI, LO SO CHE È LA TERZA VOLTA CHE FAI IL LAVORO, MA FINO A QUANDO SARA’ FATTO MALE LO DOVRAI RIFARE…”
Cerco di concentrarmi sulla lettura dei giornali. La Germania ha travolto il Brasile, un Paese intero sta piangendo. Mi accorgo che non è solo il Brasile in lacrime, anche la bambina vicina al mio sedile sta urlando disperata. Avrà pochi mesi, ma strilla come un’indemoniata.
Non ci sono più gli esorcisti di una volta!
Ho nipoti piccoli, capisco il problema, mi rituffo nel giornale.
“Non urlare Filippo, disturbi il signore.”
La signora che pronuncia la dolce frase è la mamma di un delizioso pargolo che stra gridando addirittura più forte del Cafone Ululante.
Filippo probabilmente è sordo e la mamma non lo sa.
Il bimbo infatti, continuando a urlare, punta le manine sul mio schienale e tira, tira forte. Ha preso i miei capelli porca di una miseria. Strillo anch’io.
“Lo scusi, è un bambino.”

bibmook
La mamma non fa neppure in tempo a pronunciare la frase conciliante che il bambino emette un altro lungo urlo. Un misto tra gli ultrasuoni e il boato della Curva Sud all’ennesimo gol di Totti. Mi sto sentendo male. Ma è solo l’inizio del viaggio.
“SI’ GIOVANNI, DEVI RIVERNICIARE LE FINESTRE. LA SIGNORA CROCEFISSA TI DIRA’ COME DEVI FARE…”
Ma dico: se l’hanno chiamata Crocefissa un motivo ci sarà, e se fosse un suggerimento? Deve essere lo stesso concetto che probabilmente sta eleborando il povero Giovanni. Intanto il Cafone Ululante continua come se il mondo intero fosse sordo, cosa che deve pensare anche quell’anima candida di Filippo che adesso sta correndo avanti e indietro lungo il corridoio. Sarebbe niente se non avesse deciso di farlo a braccia larghe imitando un aereo in volo. Butta giù giornali, bicchieri di aranciata, libri; sveglia persone, getta nel panico anche la bambina che si era appena addormentata, così la poverina riprende a piangere disperata. L’unica cosa che il figliolo dovrebbe fare, non riesce a farla. Il telefonino è sempre saldamente nelle mani del Cafone Ululante.
Mi alzo e incrocio una gentile signorina, fa parte del personale viaggiante della compagnia ferroviaria.
-Scusi, ma non avevate una “carrozza silenzio” dove era proibito usare il cellulare?
-Sì, l’avevamo.
-In che senso, scusi?
-Nel senso che adesso non c’è più.
-E perché?
-Perché la gente comprava il biglietto per la carrozza silenzio e poi usava ugualmente il telefonino. Ogni volta scoppiava una rissa. Così la compagnia ha deciso di abolire il servizio.
Torno a sedere. Stranamente tutto è silenzioso. Dura un attimo.

urla
“SI’ GIOVANNI, SE LA SIGNORA CROCEFISSA DICE CHE DEVI RIVERNICIARE ANCHE LA CAMERETTA DEL BAMBINO, DEVI FARLO. EVIDENTEMENTE È VENUTA MALE…”
Faccio appena in tempo a dire una prece per il povero Giovanni che sento un dolore acuto al gomito sinistro.
Filippo, il piccolo genio del male, ha ripreso a correre, stavolta lo fa facendo roteare la borsetta della mamma. Una borsetta che ha dei rinforzi in ferro sul lato basso. Ed è proprio quel ferro a centrare il mio gomito.
“Lo scusi, è un bambino. L’ho portato qualche giorno fa dal pediatra che mi ha detto: signora deve essere orgogliosa di suo figlio, è intelligente e vivace.”
Sto per dirle che sarebbe meglio fosse solo intelligente, quando Filippo mi centra ancora con la borsa. Stavolta sullo stomaco. Non ho gli addominali a tartaruga, ma conosco a memoria alcune espressioni non proprio gentili apprese fin da ragazzino alla Garbatella. Vorrei rivolgermi con uno dei tipici consigli del posto a questa peste scatenata, mi trattengo.
“Ma insomma piccolo, stai attento!”
La mamma mi guarda esterefatta.
“Che modi, che parole. Rivolgersi così a un bambino. Chi le ha insegnato l’educazione?”
Non replico, altrimenti dovrei mettere in sequenza alcune osservazioni sul lavoro della signora. Meglio lasciare perdere e fare finta di tornare a leggere il giornale.
“IO LE HO DETTO: CARA, NON DEVI FARTI METTERE I PIEDI IN TESTA DA QUELLO. LEI MI HA DETTO: NON MI SEMBRA CHE IO MI FACCIA METTERE I PIEDI IN TESTA DA QUELLO. IO LE HO DETTO: A ME SEMBRA PROPRIO DI SI’. LEI MI HA DETTO:…”
Io saprei davvero cosa dire a questa gentile signora over sessanta che probabilmente crede la sua conversazione di così alto livello da essere degna dell’ascolto comune. Sta parlando anche lei al telefonino. Forse è una parente del Cafone Ululante. L’effetto sensurround è generato da un’uguola che fornisce un suono da 140 decibel, mentre la bocca a pannocchia funge da amplificatore. Il fastidio è terribile, mi sembra di essere vicino a un jet in fase di decollo.
Ho recentemente letto su Internet una nota dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro: “Il rumore è comunemente identificato come una sensazione uditiva sgradevole e fastidiosa o intollerabile e in relazione alle sue specifiche modalità di emissione può essere definito come: continuo o discontinuo, stazionario o fluttuante, costante o casuale, impulsivo.”
Io ho le idee molto chiare. I rumori che sento sono continui, stazionari, costanti, impulsivi. Un autentico delirio.

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Mentre faccio questa riflessione, passa un altro addetto della compagnia ferroviaria.
-Scusi…
-Dica.
-Vorrei chiederle se fosse possibile regolare l’aria condizionata. Fa un caldo insopportabile.
-Il problema è che le bocche dell’aria condizionata sono a inizio e fine vagone. Lei purtroppo è al centro e ha un riflusso di aria meno fresca.
-Non mi sembra una risposta accettabile, ma comunque… cosa dovrei fare per non sentirmi nel Sahara?
-Dovrebbe spostarsi in fondo o avanti.
-Bene, può indicarmi quali posti sono liberi?
-Non ce ne sono.
Vorrei dare un consiglio a questo simpatico addetto o almeno vorrei metterlo a sedere tra la piccola indemoniata e Fillipo il cavaliere dell’Apocalisse, ma lascio perdere. Oggi sono incredibilmente tranquillo.
-Scusi, posso leggere il giornale?
È il signore che mi siede di fronte a fare la domanda.
-Veramente lo starei leggendo io.
-E quando finisce?
-Non sapevo che la lettura fosse a tempo, quando l’ho comprato nell’edicola della stazione non me l’hanno detto.
-È inutile che faccia del sarcasmo. Lei è un grande maleducato.
E due. Oggi è la mia giornata. Una caratteristica del Maleducato Viaggiante è quella di infondere un senso di colpa in chi è vittima della loro maleducazione. Ingenerato il dubbio, si sentono in salvo e continuano a operare indisturbati.

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Anche la coppia che siede una fila avanti parla ad alta voce, oramai sembra che il mondo sia popolato solo da deboli d’udito. Non posso fare a meno di ascoltare il dialogo.
-Piacere, De Raio. Amelia De Raio.
-Piacere, commissario Strambelli.
-Nicoletta?
-Veramente, forse non sembra, ma sono un uomo.
-Non intendevo in quel senso lì.
-In quale senso, allora?
-Ragazzo triste, Bambola.
-Ma con chi crede di parlare?
-Ancora non ha capito?
-Senta, io mi intendo di omicidi. Davanti a tutto il resto, fatico a capire.
-Parlavo di Patty Pravo, la cantante. E’ lei Nicoletta Strambelli.
-Che c’entra adesso una cantante?
-Lasciamo perdere. Piuttosto, ha visto quella signora?
-Quale?
-Quella lì (con la mano indica la mamma di Filippo). La piccolina. Ha visto come è vestita?
-Quella signora, la piccolina, è la mia ex moglie.
-Mi dispiace, non sapevo, non volevo offendere. Non vi siete neppure salutati. Non siete in buoni rapporti?
-Ho messo le manette al fratello e fatto l’amore con la sorella.
-Sesso sadomaso? Mi piace, racconti.
-Signora, lei non sta bene.
Siamo quasi arrivati a Milano. Ancora una decina di minuti e sarò fuori da questo inferno.
“SI’ GIOVANNI. SE LA SIGNORA CROCEFISSA DICE CHE DEVI RIFARE IL PAVIMENTO DEL SALONE, VUOL DIRE CHE L’HAI FATTO MALE. COME GIOVANNI? DOVE DOVREI ANDARE? A FARE COSA? COME TI PERMETTI?! GIOVANNI, GIOVANNI, GIOVANNIIIII…”
Lode a te Giovanni, vendicatore solitario di tutti noi massacrati dai Cafoni Ululanti e dai Grandi Maleducati che infestano i treni circolanti sul patrio suolo.
Finalmente il Cafone Ululante tace.
La bimba dorme, Filippo stremato giace sul sedile con gli occhi fissi su un filmino che scorre sull’iPad della mammina. Anche la signora dai dialoghi da teatro dell’assurdo tace. Milano è la terra promessa. Lì dove tutto finisce, lì dove tutto ricomincia. Già penso al viaggio di ritorno e credo che me lo sparerò con la musica a palla, gli auricolari nelle orecchie e un libro da divorare. Che la pace sia con voi.

P.S. Il racconto è la cronaca, fedele al 90%, di un recente viaggio. Ho cambiato solo qualche piccolo dettaglio e inserito un pezzetto tratto da un mio libro (E mo t’ammazzo). E’ davvero difficile vivere con gli altri, quando siamo convinti che gli unici abitanti del pianeta che meritino rispetto siamo noi.

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