L’ultima magia di Ali

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Quarta e ultima puntata. La storia del più popolare personaggio che lo sport abbia mai conosciuto. Nato come Cassius Clay è poi diventato Muhammad Ali, il più grande. I successi da professionista, l’oro olimpico a Roma, l’impegno politico, Malcom X, Foreman, Frazier, Liston, gli Stati Uniti d’America. Un lungo racconto in cui la boxe diventa un mezzo per raccontare la vita.

VINCE L’ORO. Comincia la leggenda. Richard Durham racconta la vita di Ali in un libro voluto dai Mussulmani Neri per ingigantire il mito, per farsi propaganda, per dare un senso ai sedici milioni di dollari che il campione ha versato nelle loro tasche. Nella biografia c’è del vero: la passione per la boxe nata per vendicarsi del furto di una bicicletta.

Ma anche del falso, ad esempio la storia della medaglia olimpica gettata nel fiume in segno di protesta nei confronti del titolare di un bar che non l’aveva fatto entrare perché nero. Quella medaglia Clay l’ha semplicemente persa, anche se ci teneva come fosse un santino benedetto. C’è dell’altro in quel libro, ma non ci sono i sentimenti che attraversano la mente di Ali nella magica notte di Kinshasa.

Fred Weymer è un gran bevitore di vodka, un ex adepto del partito nazista americano, motivo per cui gli è stato proibito l’ingresso negli Stati Uniti. Fred Weymer è anche l’uomo che amministra i conti bancari in Svizzera del dittatore dello Zaire, Joseph Mobutu.
Modunga Bula vive a Bruxelles ed è un altro operatore delle finanze di Mobutu.
John Daly è il presidente della Hemdale Films, casa produttrice di film, impegnata anche nel campo televisivo.
Hank Schwartz è il presidente della Video Techniques, la compagnia che provvede alla tecnologia satellitare per la maggior parte dei match trasmessi a circuito chiuso negli States.
Weymer, Bula, Daly, Schwartz e un quinto uomo siedono a Parigi attorno a un tavolo, nel ristorante di un famoso albergo. È qui che definiscono il match più pagato della storia del pugilato: cinque milioni di dollari per Ali, stessa cifra per Foreman. A pagare sarà lo Zaire del dittatore Mobutu, a caccia di una patente di credibilità.
Il quinto uomo si chiama Donald King, per tutti è Don King. È uscito due anni e mezzo prima dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo. Ha tentato la carriera di manager, ma i suoi pugili sono tutti finiti knockout. Ora è impegnato nell’affare del secolo. Padrone solo della sua dialettica, ha convinto i rivali a firmare un contratto per la grande sfida. Poi, ha trovato i soldi. Nasce “Rumble in the Jungle”.

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I nemici dicono che i suoi capelli sono come lui: non rispettano nessuna legge, neppure quella di gravità. Don King ha, ovviamente, una spiegazione più spirituale. «Stavo cercando di prendere sonno quando mi sono sentito come un rombo in testa. Sono corso allo specchio e ho visto i miei capelli dritti come frecce. Anche il barbiere, il giorno dopo, non è riuscito a far niente: ogni volta che provava a tagliarli, sentiva come una scossa. Era il segnale divino: è da quel momento che sono in missione per conto di Dio».
Ho parlato più di una volta con Don King. Definirle interviste mi sembra improprio. L’omone che viene da Cleveland ascolta le domande e poi si lancia in un rap in cui mette in fila la comunità nera, celebri scrittori, la grandezza dell’America. Chiude ogni verso con una fragorosa risata. Ride quando parla del suo conto in banca, ma anche quando racconta la sua lite con Mike Tyson.

«Troppi Jago attorno a lui. Gli hanno sussurrato all’orecchio mille bugie, hanno messo nella sua testa falsità. E lo hanno rovinato. Mestatori di professione hanno convinto Mike che io ero il nemico. Ma basta guardare quello che ha fatto quando era con me e quello che ha fatto dopo, per capire chi fossero i nemici».
Ride e il pancione trema. È un omone taglie forti, 192 centimetri per 120 chili, vestito con poco riguardo per i colori e con quei capelli sparati verso il cielo si fa fatica a non notarlo. A dimenticarsi di lui furono però molti dei testimoni chiamati in tribunale nel lontano 1966. King aveva ucciso un tale di nome Sam Garrett, sbattendolo sul marciapiede e rompendogli la testa. Il primo verdetto fu di omicidio di secondo grado, poi diventato omicidio preterintenzionale. Tre anni e undici mesi nel penitenziario di Marion, dove legge Omero, Shakespeare, Hegel, Socrate. Da ragazzo non poteva permetterselo. Il papà era morto quando lui aveva nove anni, precipitato nell’acciaio fuso. La mamma vendeva torte. Lui, non appena l’età e il fisico glielo permettono, riscuote e paga le puntate del bingo per il boss locale Tony Panzanello.
Poi, è arrivato Ali.
«Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita. L’orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che il mondo ci fa. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi. Ma è ingiusto paragonare epoche diverse. Una volta la posta viaggiava sui pony, oggi vola con i jet. Io dico: torniamo indietro nel tempo, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali».

A Kinshasa tutti sanno chi è Ali. È un eroe. Foreman non sanno neppure che faccia abbia, solo al suo arrivo scoprono che anche lui è nero. Quando scende lungo la scaletta dell’aereo, si fa precedere da un pastore tedesco. Quell’animale offende gli africani perché i belgi, quando il Congo era una loro colonia prima di diventare Zaire, usavano i pastori tedeschi come cani poliziotto quando andavano in giro per le loro spedizioni punitive, quando prelevavano uomini che poi avrebbero torturato.
Ali vive in mezzo alla gente, cattura il popolo perché è uno di loro. Ali affascina, incanta, entusiasma. Foreman è solo con il suo clan. Lontano dagli africani, solo con la sua superbia. Solo quando si fa male in allenamento, quando nella sfida mondiale va giù come un fantasma. Qualcuno parla di riti voodoo. La realtà è che l’unica arte magica di cui rimane vittima Big George è sprigionata dall’uomo che lo ha sconfitto.

Ali ha bisogno di tre cose per vincere la sfida. Controllo della mente, del corpo e aiuto della gente. Ha un vantaggio: conosce la sconfitta, l’ha già assaporata contro Frazier e Norton. George Foreman si crede imbattibile. Ali sa anche che non può più ballare.

«Vola come una farfalla, pungi come un ape».

No, Bundini, stavolta non si può. Bisogna che quel gorilla del campione si stanchi a forza di picchiare, lui intanto impara ad alzare la soglia del dolore facendosi sistematicamente colpire da Larry Holmes, suo sparring in allenamento, futuro campione del mondo. L’Africa è con lo sfidante, l’altro è solo un bianco travestito da nero.

«Ali boma ye, Ali boma ye» urlano i ragazzi che vivono nelle baracche accanto al fiume Congo, i diseredati vittime della dittatura del presidente Mobutu, i poveri, i sognatori. Ali uccidilo, Ali uccidilo.

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Foreman si fa male in allenamento, tutto è rimandato di sei settimane. Il 30 ottobre del 1974 Ali viene torturato per sei round dal grande George. Mazzate di devastante potenza su un corpo immobile, un martirio che intristisce gli animi. Fermo alle corde Ali fa sfogare il nemico. L’altro perde sicurezza, vede calare la propria forza. E Ali è sempre lì, in piedi davanti a lui. Nell’ottavo round si compie il capolavoro. Lo sfidante esce dall’angolo, mette in fila una serie infinita di colpi chiudendo con un destro che viene direttamente dal cielo. Poi non vuole rovinare quell’immagine perfetta del gigante che crolla al tappeto. Non colpisce più, non ce n’è bisogno. È nuovamente campione del mondo (https://www.youtube.com/watch?v=55AasOJZzDE).

Piove, diluvia su Kinshasa. È una festa pagana in onore del re tornato a comandare il mondo. L’acqua pulisce tutte le imperfezioni del vecchio regime, di quello fatto di violenza e di nessuna saggezza di George Foreman. Il gigante è crollato, Big George si è arreso all’ultima magia di Ali.

CINQUE mesi dopo, Ali difende per la prima volta il titolo. Lo fa a Cleveland contro Chuck Wepner. Pugile professionista con un record di 30 vittorie, 9 sconfitte e 2 pari, in realtà un club-fighter. Uno di quelli che combattono nel terzo, quarto incontro di una riunione. E spesso perdono. Ha perso contro George Foreman e Sonny Liston. Entrambi gli hanno inflitto brutali ko, ma Big George è finito al tappeto prima di riuscire a vincere. E poi c’è Ernie Terrell, ex campione dei massimi, battuto dal grosso Chuck.
Questo 36enne del New Jersey è alto 1.95 e pesa 107 chili. È un ex marine, dotato di grande resistenza. Sulla faccia porta i segni di ogni battaglia sul ring. Le cicatrici sul volto disegnano le tappe della sua carriera. Combatte per arrotondare lo stipendio. Il lavoro vero è quello di venditore di liquori.

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In poche parole, tutti sono pronti a scommettere che questo strano campionato del mondo dei pesi massimi non andrà avanti per più di tre riprese. Solo Chuck è convinto di farcela. La mattina della sfida compra per la moglie un vistoso négligé blù e le dà precise istruzioni. Lo racconta lui stesso agli amici.
«Indossalo, perché stasera dormirai con il nuovo campione dei massimi».
A match finito, la signora non trattiene la battuta.
«Vado io nella sua stanza d’albergo o viene lui da me?».
Al nono round un diretto destro di Wepner centra al petto Ali e lo manda quasi fuori dalle corde. Solo altri tre pugili erano riusciti a infliggere un knockdown al “più grande”. Chuck guarda l’angolo e sussurra al manager.
«Siamo ricchi».
L’altro impiega meno di due secondi a rispondergli.
«Girati e combatti, Ali si è già rialzato».
Il match finisce alla quindicesima e ultima ripresa. Mancano solo 19 secondi alla fine, ma l’arbitro Tony Perez pensa giustamente che anche un solo secondo in più potrebbe essere pericoloso. Wepner sbanda, sta in piedi per miracolo. Poi va giù, si rialza, vorrebbe andare avanti. Ma è finita.
Dice Ali: «Non c’è un altro essere umano al mondo che avrebbe potuto reggere 15 riprese come queste».
Chiedono a Wepner se abbia sentito dolore, lui risponde senza pensarci tanto.
«Non ho tempo per il dolore».
Sylvester Stallone su questa storia ha costruito cinque film. Ha pagato 70.000 dollari a Chuck per la consulenza e ha messo in piedi l’affare che lo ha reso miliardario.

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«FUCK YOU» urla Angelo Dundee a Drew Bundini Brown che implora un altro round per Ali.

«Fottiti, è finita» urla il manager all’uomo che più di tutti è stato vicino al campione.

Il massacro ha finalmente termine. Seduto sullo sgabello, all’altro angolo del ring, all’interno del Caesars Palace di Las Vegas, Larry Holmes piange. Per dieci riprese gli è sembrato di picchiare suo padre. L’uomo che gli sta davanti è un fantasma. Bundini non strilla più con quella sua voce melodiosa che viene dall’anima.
«Balla, campione, balla».

Holmes attraversa il ring, copre Muhammad Ali con il suo asciugamano, lo bacia sulla testa. «Ti amo. Spero che saremo per sempre amici. Non volevo farti del male. Ti prego, non combattere più. Se avrai bisogno di soldi, chiamami. Te li darò».

«Non capisco. Se mi volevi così bene, perché mi hai ridotto così?» abbozza una battuta, Ali. Davanti alla televisione, il mondo maledice Don King.

ALI ora vive con Lonnie, la quarta moglie, in un ranch con 88 acri di terreno, una piscina e tanto verde. Ha guadagnato sessanta milioni di dollari in ventuno anni di professionismo, ma per vivere ha dovuto vendere i suoi ricordi. I guantoni usati in combattimento, vecchie foto, tanti autografi.
E’ malato. Dal 1986 soffre della “sindrome di Parkinson”, il morbo che spinge alla degenerazione il controllo motorio. È una malattia del sistema nervoso. Irrigidisce i muscoli, congela il volto in una maschera imperturbabile. La parola diventa più lenta, come lo diventano anche i movimenti. Ali è quasi muto e impacciato nei gesti (https://www.youtube.com/watch?v=g966yXY_TVY). Da più di un quarto di secolo sta pagando a caro prezzo tutto quello che il cielo gli ha regalato.

4. fine.

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