E’ la storia del più popolare personaggio che lo sport abbia mai conosciuto. Nato come Cassius Clay è poi diventato Muhammad Ali, il più grande. I successi da professionista, l’oro olimpico a Roma, l’impegno politico, Malcom X, Foreman, Frazier, Liston, gli Stati Uniti d’America. Un lungo racconto in cui la boxe diventa un mezzo per raccontare la vita.
DREW “BUNDINI” BROWN ha l’animo del clown, triste e fedele. È stato con Ray “Sugar” Robinson, ora è con Cassius Clay. La sua voce melodiosa è prima un sussurro, poi un canto nell’orecchio del campione. Sempre le stesse parole, senza sosta.
«Float like a butterfly, sting like a bee!».
Vola come una farfalla, pungi come un’ape!
Tutta la notte, tutta la notte ripete la stessa cantilena. Sonny Liston è all’altro angolo del ring, indossa un accappatoio bianco, asciugamani bianchi gli coprono la testa, gli avvolgono le spalle. Sembra un orso pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco fa da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay veste un accappatoio bianco, dietro c’è una scritta rossa: “The Lip”, il labbro. La grande avventura sta per cominciare.
«Questa sfida rappresenta la Verità. La Croce contro la Mezza Luna che combattono in un match professionistico. Un Cristiano e un Mussulmano che si affrontano con la televisione pronta a mandare le immagini in ogni Stato, con il mondo che aspetta solo di vedere come finirà. Credi che Allah abbia messo in piedi tutto questo, pensando che tu possa lasciare il ring senza essere il campione?».
Ha carisma questo nero alto, magro, con gli occhiali dalla montatura sottile e il cappello sempre in testa. Siede accanto a Cassius Clay, è il 24 febbraio del 1964: la vigilia del primo mondiale contro Sonny Liston.
Malcolm Little nasce a Omaha, il padre è massacrato dai razzisti, la mamma chiusa in un sanatorio. Vive l’infanzia nei ghetti di Lancing, nel Michigan. Spacciatore, scassinatore, condannato a dieci anni di prigione nel ’46. In libertà sulla parola nel ’52, aderisce ai Mussulmani Neri di Elijah Muhammad e cambia il nome in Malcom X. Espulso dal movimento nel ’63, fonda l’organizzazione afro-americana per l’unità dei neri. Muore nel ’65. Assassinato, a quarant’anni.
Parla a Clay e gli mostra le foto che ha portato con sé da New York. Si vedono Floyd Patterson e Sonny Liston accanto ai loro consiglieri, sono dei preti bianchi.
«Tu stai diventando mussulmano, non hai bisogno che ti dica cosa il cristianesimo dei bianchi ha fatto ai neri d’America».
Malcolm X ama Cassius Clay.
«Un clown non potrà mai imitare un uomo saggio. Un uomo saggio potrà sempre imitare un clown. La sua energia mentale è pari alla sua energia fisica. Avrebbe potuto essere un grande politico. Sa come guidare la gente. Succhia forza dalla gente che ha attorno. Non potrebbe mai restare solo. È un uomo della sua razza, non può certo eliminare il colore della pelle. Ma la stampa e la gente l’hanno visto come una minaccia. La nostra religione rimuove la paura, il cristianesimo è impostato sulla paura».
Cassius Clay è pronto a vincere il titolo e ad annunciare al mondo la sua conversione. Muhammad Ali è pronto a riscrivere la storia del pugilato.
Nessuno crede possa farcela. Neppure i Mussulmani Neri. L’America non ama Sonny Liston, ma non pensa che quel giovanotto dalla lingua lunga e dallo sguardo da folle possa spazzarlo via. C’è voglia di normalità nell’anima tranquilla degli Stati Uniti. I neri stanno svegliandosi, rivogliono quello che è stato loro tolto. I sit-in studenteschi di Nashville, le Freedom Rides, la grande marcia dei duecentomila su Washington, le proteste studentesche in Georgia. E adesso anche lo sport. Un ex carcerato campione dei massimi e un giovane pazzo pronto a sfidarlo. Non c’è pace per l’America.
Clay ha abbracciato la causa del popolo nero. Ma l’uomo di cui si fida di più è un bianco, un oriundo calabrese. Il suo manager è nato a Philadelphia e ha guidato al titolo Carmen Basilio. Angelo Mirena, in arte Dundee, è figlio di emigranti che parlano meglio il dialetto che l’inglese. Il papà viene dalla Calabria e asfalta le strade, la mamma è casalinga. Lui è nato nel 1923 a South Philadelphia, al numero 829 di Morris Street. Una zona piena di italiani. Sette figli, più due morti nell’epidemia di diarrea che nel 1917 ha fatto un’autentica strage. In casa Mirena la tradizione è quella del nostro Paese, scandita dallo stesso menù per tutte le settimane dell’anno.
Lunedì: carne e patate; martedì: spaghetti con ragù di polpette;mercoledì: piselli, riso, verdure; giovedì: pasta; venerdì: pesce; sabato: sandwich; domenica: pranzo pieno con tre portate, più la frutta. E per bere, in tavola c’è il vino che il papà produce in proprio. Ogni pasto è introdotto dallo stesso rito. Il padre dice che i ragazzi devono portare rispetto alla fatica della mamma. In altre parole devono mangiare. “Mange, mange” sono le parole con cui si chiude sempre il piccolo sermone.
Il manager di Clay ha origini italiane. Il più grande amico è un fotografo cristiano, Howard Bingham. Il confidente, giullare, motivatore è un ebreo integrazionista, Bundini Brown. Un clan perfetto.
CLAY SUCCHIA l’anima di Liston, mette in campo un’arma che il pugilato ignora. Aggredisce psicologicamente il nemico prima del match. Lo provoca, lo innervosisce, l’offende. Va di notte davanti alla sua villa insultando lui e la sua famiglia, lo deride in televisione, arriva a farsi odiare. E l’orso sale sul ring con un solo pensiero nella mente: distruggere quel clown pazzo. Lo insegue per sette riprese, vanamente cerca di fiaccarlo, di colpirlo. Sbuffa come un toro infuriato. Ferito, sfinito, umiliato dal torero, si arrende (https://www.youtube.co/watch?v=aq4svhBNS50).
Quindici mesi dopo tornano a sfidarsi in un piccolo paese, Lewiston. Malcolm X è stato assassinato, la casa di Ali è stata incendiata. In sala ci sono più poliziotti che spettatori. Ogni persona che entra nella minuscola arena viene perquisita, si temono attentati. Il match dura pochi minuti. Un colpo fantasma di Ali mette ko Liston che va giù ingigantendo i danni della caduta. Nessuno ha visto il destro scagliato dal campione.
«Quando combatto dovete sempre avere gli occhi sempre spalancati. Basta un battito di ciglia e zac, vi siete persi il mio colpo migliore».

Estate del ’55. Cassius Marcellus Clay Jr. ha tredici anni. Suo padre, stesso nome ma con il senior alla fine, vive dipingendo insegne pubblicitarie, affreschi religiosi, paesaggi. La mamma, Odessa, è casalinga quasi a tempo pieno. A volte pulisce le case dell’aristocrazia bianca di Louisville. Abitano nel West End, su Grand Avenue. È un quartiere per soli neri, ma non è un ghetto popolato dalla miseria come Smoketown. Il ragazzino spazza i pavimenti del Nazareth College, una biblioteca gestita dalle monache. Rimedia qualche dollaro, la sua famiglia appartiene al ceto medio nero. Che non vuol dire vivere nel lusso, ma neppure morire per un pezzo di pane.
Il mondo è cattivo. Emmett Till ha quattordici anni e vive a Chicago, ma d’estate scende giù a Money, nel Missouri. Fuori dalla drogheria del paese racconta come dalla sue parti l’integrazione sia cosa fatta. Tira fuori la foto della ragazza bianca e la mostra agli amici che lo sfidano a entrare nel bar e parlare con la cassiera. Bianca. Lui entra, parla e saluta. La notte Roy Bryant, il marito della cassiera, e il fratellastro J.W. Milam fanno irruzione nella casa dove il giovane Emmett dorme. Lo buttano giù dal letto, lo trascinano fuori e lo picchiano a sangue con il calcio delle pistole. Gli puntano la canna alla testa e gli ordinano di chiedere scusa. Lui si rifiuta e loro lo ammazzano, poi gli legano un grosso ventilatore al collo e lo gettano nel fiume Tallahatchie. Una giuria di soli bianchi li assolve in appena sessanta minuti di camera di consiglio.
«Se non ci fossimo fermati a bere una gassosa, non ci avremmo messo così tanto».
Cassius Sr racconta la storia al figlio, il ragazzo ne rimane profondamente colpito e venti anni dopo, diventato Muhammad Ali si confida a «Playboy».
«L’America sta per essere distrutta. Allah sta lanciando un castigo divino sull’America che pagherà per tutto quello che ha fatto agli schiavi e alla popolazione nera. Se non darà giustizia al popolo nero, sarà bruciata. Siamo stanchi di essere schiavi, di non avere nulla. Stanchi di avere il Paradiso solo dopo la nostra morte. Vogliamo qualcosa adesso, subito. I mussulmani non saranno mai soddisfatti dell’integrazione e di tutte le promesse che i bianchi continuano a fare. Vogliamo le nostre terre. Siamo venticinque milioni di neri in America, siamo più che a Cuba, dove sono appena dieci milioni. E quando Cuba dice all’America di stare lontana, l’America sta lontana. Abbiamo combattuto in Giappone, Corea, Germania. Tante guerre e non abbiamo niente. Rivogliamo le nostre terre».
Parole di un leader. Parole di un pugile, il campione del mondo dei pesi massimi.
1. continua



Lascia un commento