Nella testa di un portiere

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IL RUOLO del portiere mi affascina. Quali pensieri ha nella testa quando i compagni si muovono dall’altra parte del campo? Cosa lo tormenta quando un attaccante avversario punta la sua porta? Così, ormai tanti anni fa, ho cercato le risposte nelle parole di un grande protagonista. Francesco Toldo, oggi 42enne allenatore dei portieri della nazionale Under 21, all’epoca giocava ancora con la Fiorentina. Poi sarebbe andato all’Inter. Ha disputato 413 partite in Serie A e 28 con la nazionale italiana, con cui è stato vice-campione europeo nel 2000. E’ un’intervista datata, direte voi. Quando l’ho riletta mi è sembrata attuale. Non pretendo che abbiate la mia stessa opinione, fatemi sapere cosa ne pensate.

-Francesco Toldo, quando ha scoperto che stare in porta non era poi così male?

«Una sera di inverno, a Padova. Avevo 15 anni e giocavo con l’Usma all’oratorio di Caselle. Nevicava, nessuno voleva mettersi in porta. Ho detto: vado io. Mi sono divertito così tanto che non ho più smesso»

-E quando ha capito che quella sarebbe diventata la sua professione?

«Dopo il primo anno a Trento, nel 1991. Guadagnavo 800.000 lire al mese, non vedevo sbocchi. Volevo smettere, non avevo soddisfazioni. A giugno mi stavo preparando al campionato di C2, pensando che difficilmente l’avrei portato a termine. Dovevo essere riserva, guardare le partite dalla panchina. Poi, all’improvviso…»

-Cosa è accaduto?

«L’allenatore mi ha schierato titolare fin dalla Coppa Italia. Da allora è andata sempre meglio. E ora eccomi qui»

-Chi era quell’allenatore?

«Cavasin»

-Quali sono le qualità che un portiere deve avere per essere bravo?

«Un carattere forte, equilibrio interno; sapere governare la pressione, le emozioni. E poi deve essere scattante, sempre attento, avere intuito»

-Una volta si diceva che il portiere doveva essere anche un po’ matto

«Ed era vero. E’ vero anche oggi.»

«In che senso?»

«Nel senso che deve possedere spregiudicatezza, spavalderia»

-A vederla fuori dal campo la figura del portiere matto non sembrerebbe corrispondere al suo ritratto

«In me convivono due personalità. Una è estroversa, capace di gesti di grande spavalderia. L’altra mi porta a non espormi in pubblico, a preferire la tranquillità delle persone che conosco. Il giocatore e l’uomo percorrono strade diverse»

-Da ragazzi si ha sempre qualcuno da ammirare. Chi era il suo idolo?

«Non ho dubbi: Dino Zoff. La vittoria al Mondiale dell’82 mi ha esaltato, quel portiere è sempre presente nella mia mente»

-Cosa le piaceva di Zoff?

«Il carisma, la capacità di non perdere mai la calma. E poi il suo modo di interpretare il ruolo. Nessun gesto superfluo, sempre una grande concretezza»

-L’attaccante avversario vola verso la sua porta. Cosa le passa nella testa in quel momento?

«Penso a come levargli la palla. Aspetto che faccia un passo falso, che si allunghi troppo il pallone. Poi, mi tuffo sui suoi piedi e spero che vada bene»

-Calcio di rigore. Ci si può illudere di sapere prima dove andrà il pallone?

«Si possono studiare i rigoristi, si può cercare di capire dai gesti, dal movimento degli occhi, dove potrà tirare. Si può anche invogliare il rigorista a calciare da una parte, cercare di condizionarlo. E poi buttarsi, perchè se ti butti dalla parte dove va il pallone, lo prendi»

-Il miglior rigorista italiano?

«Del Piero. Ma anche gli olandesi…»

-Il più bravo a parare i rigori?

«Pino Taglialatela»

-Il portiere si sente solo in campo?

«Spesso. Nella sua mente è chiaro il concetto che dovrà combattere da solo contro tutti, a volte anche contro i suoi compagni che involontariamente possono fare deviazioni pericolose»

-L’errore, quello che nel gergo popolare viene chiamata “la papera”. Cosa accade dopo?

«Un errore clamoroso può farti perdere totalmente la concentrazione e allora la tua partita è finita. Entri in crisi e non ti riprendi più. E’ in occasioni come questa che devi essere forte, trovare il coraggio di reagire»

-La “papera” che non dimenticherà mai?

«Fiorentina-Pistoiese del ’93. Ero appena arrivato a Firenze, stavamo vincendo 1-0. Pioveva, il terreno era scivoloso. Ho fatto un’uscita bassa nel vertice alto dell’area grande di rigore. Sono scivolato, ho tentato di tenere il pallone dentro l’area. Ma io sono andato avanti col corpo e la palla è rimasta lì, pronta per essere calciata dentro da un giocatore della Pistoiese»

-Dopo quanto si è ripreso?

«Subito. Per fortuna, abbiamo vinto 4-1»

-E la parata che ricorda con più gioia?

«Il primo rigore preso a De Boer contro l’Olanda agli Europei (foto

-Come ci si sente in quei momenti?

«Come un leone»

-I suoi attaccano e lei li guarda da lontano. A cosa si pensa?

«Sei vigile, in attesa che accada qualcosa. Sai che devi farti trovare sempre pronto, non puoi permetterti distrazioni. Neppure con la mente. E poi cammini per attenuare la tensione. Sa che un portiere perde anche tre chili durante una partita? E che fa tanti chilometri anche lui? Il nostro è un lavoro che non ammette pause»

-Ha mai pensato di diventare un attaccante?

«No, non ne avevo le caratteristiche»

-Non le è mai passato per la testa di lanciarsi in avanti per recuperare un gol di svantaggio?

«L’ho fatto in due sole occasioni. Una con la Fiorentina ed una in Triestina-Ravenna 1-0, quando inaugurammo il campo Nereo Rocco. Il calcio d’angolo l’avevamo già battuto e io non ero ancora arrivato nella loro area. Per poco non prendiamo il 2-0»

-Piove. Sarà una giornata difficile per il portiere?

«No. Peggio il vento e il sole in faccia. Quelli sono i grandi nemici»

-Il portiere italiano di oggi che le piace di più?

«Abbiati»

-I guanti, lo strumento del mestiere. Ne ha un paio speciale?

«Li scelgo assieme allo sponsor prima del campionato. La tecnologia ha fatto passi da gigante. Oggi sono leggeri e garantiscono la presa. No, non credo di avere guanti molto diversi da quelli che usano gli altri portieri»

-I compagni la chiamano mai con un soprannome?

«Una volta ero “la piovra”, ora sono solo Francesco»

-Rimpiange qualcosa dei tempi in cui, bambino, giocava all’oratorio?

«No. Li ricordo con piacere e allegria, ma sono contento della mia vita di oggi»

-A che età un portiere è al massimo della sua condizione?

«Tra i 25 e i 30 anni. Prima deve prendere tante di quelle botte in faccia ed abituarsi a prenderle con serenità»

-Il portiere è diverso in tutto dai suoi compagni, ha addirittura un allenatore personale. Può definire le caratteristiche essenziali di un buon preparatore di portieri?

«Deve essere stato bravo nel suo ruolo e non deve essersi dimenticato i tempi in cui giocava. Deve capire la psicologia di quelli che allena, capire un attimo prima cosa passi nella testa del giocatore che ha davanti. Deve addirittura entrare nella sua testa, solo quando riuscirà a farlo sarà in perfetta sintonia con l’altro e potrà lavorare bene»

-Come va con il suo preparatore qui a Firenze?

«Pazzagli? Un fenomeno, è un grande con cui non si può non andare d’accordo»

-Chi la aiuta nei momenti difficili?

«L’allenamento duro che ho fatto in settimana e me stesso. Come dice quel proverbio? “Chi fa da sè, fa per tre“. Mi faccio aiutare anche dalla fede in Dio. Non è che Lui possa essere scomodato per una banalità come un calcio di rigore, ma avere fede vuole dire sentirsi sereno e tranquillo dentro. Non avere paura di niente. E questo aiuta, qualsiasi sia la professione che uno ha scelto nella vita»

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. leandro ha detto:

    Hai ragione, è sempre attuale

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