Le sceneggiate fanno bene alla boxe? È come dire: il porno fa bene al cinema…

L’esibizione di Floyd Mayweather jr con Logan Paul è stata comprata da un milione di persone al prezzo di 49.99 dollari. Una fantastica operazione commerciale.
Lo show messo in piedi da Mike Tyson e Roy Jones jr ha convinto 1,4 milioni di spettatori a pagare 49.99 dollari.
Sono numeri che raramente la pay per view offre.
Da qui è nata la favoletta “se ne parla, fa bene alla boxe”.
Mi sono chiesto quanto potesse essere vero.
Se il volume di affari prodotto dovesse essere l’unico parametro da tenere in considerazione, estendendo il concetto potrei dire che l’industria del porno fa bene al cinema. È un mercato che annualmente genera nel mondo un volume di affari di 100 miliardi di dollari, ha fidelizzato un pubblico al 60% sotto i 24 anni e quindi con larghe prospettive di sviluppo nel tempo.
C’è qualcuno che sia davvero convinto che il porno faccia bene all’industria cinematografica? È questo il futuro del cinema?
Chi è pronto ad accettare la trasformazione della realtà sportiva in uno spettacolo in cui i protagonisti interpretino la parte del pugile, si prepari ad accettare la trasformazione della boxe in una sceneggiata totalmente priva della componente agonistica. Futuro che potrebbe non essere poi così improbabile. Del resto, se chi ha rispetto per memoria, passione ed etica viene etichettato come nostalgico, non mi sembra che lo scenario sia poi tanto lontano nel tempo.
Lennox Lewis ed Evander Holyfield sono in fila per il ritorno sul ring di Mike Tyson, previsto per il prossimo settembre. Quel giorno Iron Mike avrà 55 anni, Lewis 56 e Holyfield sarà molto vicino ai 59…
Basta che se ne parli”.
Contenti voi…

Testa in finale. Sorrentino sconfitta dalla Davison, madre di tre figli. Carini fuori, forse meritava di più

Irma Testa sarà l’unica azzurra in finale, affronterà l’irlandese Michaela Wlash (sorella di AIdan, peso welter che si è guadagnato il pass per Tokyo al Torneo di Francia):
C’è un termine che i bookmaker di Las Vegas usano quando va in scena un match il cui esito è fin troppo scontato e loro non accettano scommesse, scrivono exibition. E la sfida della campionessa di Torre Annunziata contro la rumena Maria Nechita è stata proprio così, un’esibizione. Un modo per consentire a chi ama la boxe di ammirare ancora una volta il modo con cui l’azzurra si toglie dal furore agonistico dell’avversaria, di come riesce a sgusciare via leggera e impalpabile ai colpi che la ragazza che le sta davanti prova a tirarle. Di vederla rientrare con veloci uno-due, con diretti sinistri, a tratti con il gancio destro, in un paio di occasioni mi è parso addirittura di vedere altrettanti montanti, roba rara da queste parti.
La Testa è in finale e va a chiudere un torneo per lei, e per il gruppo femminile, davvero esaltante. I pugni delle donne sanno pungere più di quegli degli uomini.
E non solo sul ring, ma anche nella vita.
Ce lo insegna Charly-Sian Davison, il peso mosca che ha sconfitto una brava e combattiva Giordana Sorrentino. Una lungona che usa assai bene le sue leve infinite, una mancina che sa gestire i tempi di attacco. Come sa gestire le sue convulse giornate. È andata alle qualificazioni con un sogno, per realizzarlo ha scommesso su sé stessa.
Ha 26 anni. Da giovanissima ha vinto l’europeo youth e l’argento ai mondiali giovanili. Poi, ha avuto il primo figlio. Accadeva sette anni fa. Si è ritirata, ha lasciato il pugilato. Ha avuto un secondo figlio cinque anni fa, un altro tre anni fa. In casa a lavorare per loro, per poi a portarli a scuola o all’asilo. Mamma di tre bambini ha sentito dentro il cuore la voglia di riprovarci. È andata in palestra, ha fatto incredibili sacrifici per tenere in piedi famiglia, prole e sport. Ha scoperto che la passione era rimasta intatta.
Sette anni dopo l’abbandono è tornata a combattere, si è guadagnata un posto nella squadra britannica per le selezioni della zona europea. Domani combatte per l’oro.
Il sogno di volare a Tokyo è stato realizzato.
Brava Giordana Sorrentino, doveva fare pressione e l’ha fatta, cercando, e spesso riuscendo, a passare sotto il jab della britannica, non altrettanto rapida nello scaricare i colpi una volta raggiunta la corta distanza. Bene comunque, obiettivo centrato. Il biglietto per il Giappone lo aveva già in tasca.
Niente finale neppure per Angela Carini. Match incerto, sul filo dell’equilibrio nel primo round (io avevo avanti l’azzurra), deciso da non più di un paio di diretti in favore della 35enne tedesca Nadine Apetz il secondo, chiaramente per l’italiana il terzo. Quattro giudici per la tedesca. Sconfitta che avrebbe potuto non esserci, ma non certo uno scandalo, per la Carini che ha chiuso il torneo con una prova meno brillante della precedente esibizione. Applausi, in ogni caso.

SEMIFINALI DONNE: Mosca (51 kg) Davison (Gran Bretagna) b. Sorrentino (Italia) 5-0; piuma (57 kg) Testa (Italia) b. Nechita (Romania) 5-0; welter (69 kg) Apetz (Germania) b. Carini (Italia) 4-1.
FINALE DONNE – Piuma (57 kg, oggi ore 18) Irma Testa (Italia) vs Michaela Walsh (Irlanda del Nord)
TELEVISIONE – Gli incntri potranno essere visti in streaming sul Canale Olimpico: https://olympics.com/en/olympic-channel.

Nicoli, spareggio (ore 18:30) per andare ai Giochi contro Nikoleta Pita. La regina greca delle sorprese…

Una giovane ragazza greca, una che aveva come miglior risultato un quinto posto agli Europei Under 22 del 2019 in Russia, non più di quindici mesi fa ha realizzato una delle più grandi sorprese del pugilato dilettantistico. A Londra, nel marzo 2020, Nikoleta Pita ha sconfitto ai punti Delfine Persoon: la numero 1 del World Boxing Council, che poco tempo prima era stata la più difficile avversaria di Katie Taylor, una delle stelle del pugilato femminile mondiale.
Delfine, campionessa d’Europa e poi del mondo per sette anni tra i professionisti, titolo IBF e quello del WBC. Undici vittorie in altrettanti match con la corona in palio.
Delfine che inseguiva il sogno di un’Olimpiade da molto tempo e per raggiungerlo aveva chiesto è ottenuto un sostegno economico da parte del suo governo, si era allenata per quattro mesi negli Stati Uniti in vista delle qualificazioni per Tokyo 2020. Era sbarcata a Londra carica, preparata, motivata.
Ha perso al primo match. Il ring della Copper Box Arena nel Queen Elisabeth Park di Londra è stato il teatro del clamoroso risultato, all’interno delle qualificazioni europee per l’Olimpiade. Quali interrotte, per poi essere riprese in questi giorni nel Torneo di Francia che si concluderà martedì.
Oggi pomeriggio, lunedì 7 giugno, la 24enne Nikoleta Peta sarà l’ostacolo tra Rebecca Nicoli e i Giochi di Tokyo. Uno spareggio per guadagnare il pass.
Si sono già affrontate, l’azzurra l’ha sconfitta ai punti il 12 marzo 2019 a Valdikevkaz negli Europei Under 22.
E adesso eccole di nuovo una contro l’altra. Solo che stavolta in palio ci sarà qualcosa di decisamente più importante. Rebecca può farcela. Sarà dura, ma può farcela. Gli spareggi sono una novità dell’ultima ora inventata dalla Task Force del CIO che in alcuni momenti sta facendo rimpiangere l’AIBA. E credo che sia un’impresa difficilmente uguagliabile.
Nicoli vs Peta per un posto ai Giochi nella categoria dei leggeri. Domani sul ring.

PROGRAMMA (oggi) – Semifinali donne, mosca (51 kg, ore 14:15 ring A) Sorrentino (Italia) vs Davison (Gran Bretagna); piuma (57 kg, 14 ring B) Testa (Italia) vs Nechita (Romania); welter (69 kg, 14:45 ring A) Carini (Italia) vs Apetz (Germania). Spareggio donne, leggeri (60 kg, 18 ring A) Nicoli (Italia) vs Pita (Grecia).
Gli incntri potranno essere visti sul Canale Olimpico: https://olympics.com/en/olympic-channel.

Carini d’autorità, Sorrentino col brivido, andranno a Tokyo. Nicoli è brava, ma non basta. Lunedì lo spareggio…

Due biglietti per Tokyo, per favore. Il pugilato italiano ringrazia le sue ragazze, come da tempo accade.
Giordana Sorrentino ha combattuto su buoni livelli per l’intero incontro. E ha staccato il primo pass olimpico. Diretto sinistro e gancio destro dell’azzurra hanno comandato per lunghi tratti la scena. Non è mai stata in affanno, non ha sofferto l’arrembante sfida propostale da Nina Radovanovic. E allora mi chiedo perché il giudice del Tagikistan e quello del Kazakhistan non l’abbiano vista prevalere. Il verdetto (3-2 per la Sorrentino) grida vendetta, per fortuna è finita bene. Ma il rischio è stato molto alto. Vittoria di misura secondo la giuria. Due giudici per la Radovanovic (29-27), due per l’azzurra (29-27). Complimenti, quattro punti di differenza in tre round. Ma il colpo di scena è arrivato dal quinto cartellino: 28-28. Questo significa che la Sorrentino ha vinto per una preferenza. Come recita l’articolo 19.3 dell’AIBA, adottato anche dalla Task Force del CIO, se al termine di un match i cartellini si equivalgono (in questo caso due per parte), il giudice (o i giudici) che hanno il verdetto di parità deve (devono) indicare chi meriti la vittoria. Così è stato.
Sarebbe stato un vero e proprio scandalo decidere per la serba. Giordana Sorrentino aveva vinto, il resto è solo la testimonianza dell’inadeguatezza dei giudici impiegati dalla Task Force.
Ecco, non ce la facevo proprio a trattenermi.
Adesso rendo merito a una ragazza che raramente è finita in copertina, spesso ha lasciato che fossero altre a farlo. Ma la merita tutta. Perché ha compiuto autentiche prodezze in questo torneo di qualificazione. Faccio un veloce riassunto delle puntate precedenti, torno alla prima fase, quella di Londra quando scrivevo: “È all’esordio o quasi da peso mosca al limite dei 51 kg, lei che è campionessa italiana nei 54 kg. Avevo stima della sua boxe, ma non conoscevo quale potesse essere il suo valore in una categoria del tutto nuova. Ebbene questa grintosa mancina dalla boxe solida, dai pochi fronzoli, e dai pugni tosti ha vinto all’esordio nelle qualificazioni per Tokyo 2020 battendo la tedesca Ursula Gottlob. Poi, al secondo turno, ha affrontato la testa di serie numero 2, l’armena Anush Grigoryan, campionessa europea Under 22 lo scorso anno. L’ha sconfitta, l’ha dominata”. 
E ha fatto lo stesso contro Nina Radovanovic.
Brava Giordana, brava per avere portato a termine un match di testa e di fisico. Un ritmo che non ha concesso pause all’altra, un torello infuriato che partiva come se dovesse fare i cento metri e finiva la corsa schiantandosi sulla solida boxe dell’azzurra.
Tokyo, l’Olimpiade. È il giusto premio per una ragazza di carattere.
Ultima annotazione su questo match. L’arbitro. Il giapponese Yosutasa Kiasaki sembrava muoversi in un acquario, sempre lento e in affanno. Richiami a caso, spesso fuori dal vivo del combattimento. Purtroppo rappresenta l’arbitro medio del dilettantismo attuale.

Il secondo pass l’ha staccato Angela Carini nei welter. E questo era probabilmente il risultato più scontato dell’intera squadra azzurra. Una prima ripresa vinta perché l’azzurra è decisamente più forte della Sovico, anche se è costretta a pagare (è questo che credo sia accaduto) il nervosismo per il debutto nella competizione. Poi tutto in discesa, con alcuni sprazzi di grande boxe, quegli uno-due in linea che andavano a bersaglio per il piacere degli occhi e il dolore della francese.
Penso che la Carini sappia boxare meglio di quello che ha fatto vedere stasera, anzi ne sono convinto. Perché è da lei, come dal resto delle ragazze che l’accompagneranno in Giappone, che mi aspetto qualcosa di veramente bello.
Un successo che paradossalmente non esalta, perché ottenuto con grande facilità, senza affanno. Una supremazia netta e la conferma che su di lei si può contare.

Non ce l’ha fatta Rebecca Nicoli. Quello che le si chiedeva era una sorta di magia. Caroline Dubois è una fuoriclasse, uno che appartiene a un livello diverso, più in alto rispetto al 90% delle ragazze che lottano per conquistare il pass per Tokyo 2020.
Ebbene, davanti a una campionessa di questo tipo, l’azzurra non ha sfigurato. Ha rimediato un conteggio nel secondo round, è vero. Ma in molti momenti dell’incontro ha boxato alla pari, su alti livelli. E soprattutto ci ha messo l’anima. L’altra era decisamente più brava, ma questo non è stato sufficiente per conderle l’intero palcoscenico. La ventenne inglese è una predestinata. Rebecca Nicoli è una ragazza che fa un ottimo pugilato. Si è difesa, ha attaccato, non ha rinunciato a tentare il colpo di magia. Ma nella boxe i valori sono legge. E alla fine la vittoria della Dubois è stata netta, inattaccabile, assoluta.
Un applauso a Rebecca per la personalità, per il gancio sinistro e per la dedizione con cui si è giocata le sue carte. Ma non è finita, le ultime speranze poggiano nello spareggio tra le perdenti dei quarti che assegneranno altri due posti. La Nicoli affronterà domani, lunedì 7 giugno, la greca Nikoleta Pita sconfitta (1-4) dalla svedese Alexiusson.

RISULTATIQuarti di finale donne, mosca (51 kg) Sorrentino (Italia) b. Radovanovic (Serbia) 3-2; leggeri (60 kg) Dubois (Gran Bretagna) b. Nicoli (Italia) 5-0), welter (69 kg) Carini (Italia) b. Sovico (Francia) 5-0. Ottavi di finale uomini, massimi (91 kg) Mouhiidine (Italia) b. Ylias (Turchia) 5-0.

Capolavoro della Testa, applausi. L’azzurra, fantastica, domina la Vorontsova. È a un passo da Tokyo 2020…

Un capolavoro. Irma Testa ha dominato la 22enne Valentina Vorontsova, numero 8 del mondo, testa di serie numero 1 del torneo di qualificazione. L’ha fatta sembrare un’alunna alle prime lezioni di pugilato. Ha sfruttato ogni suo difetto, esaltandosi in una boxe di rimessa ingigantita da un talento eccezionale.
Che Irma fosse brava si sapeva, bisognava però che tutta questa bravura riuscisse ad esprimerla sino in fondo. Per tanti, troppi match mi è sembrato che si specchiasse nel suo talento, che le bastasse far vedere quello che avrebbe potuto fare senza la necessità di farlo.
Oggi no. Oggi è stata un gigante, una donna baciata dalla classe che solo i campioni hanno.
L’altra attaccava a testa bassa, lei la stoppava con il sinistro lungo. Gielo stampava in faccia, lo schiacciava tra muso e naso, infliggendole più dolore psicologico che mentale. Ma poi arrivava il destro e quell’uno/due era la combinazione che diceva al mondo: io sono qui, vienimi a prendere.
L’altra diventava un toro, sbuffava e attaccava, attaccava e sbuffava. Passo laterale e la Voronina si trovava davanti al nulla, si doveva accontentare dell’aria, del vuoto, della rabbia di un bersaglio impossibile da colpire. La Testa era un fantasma imprendibile.
Ha avuto la capacità di reggere per tre riprese a ritmi fantastici. Mai un calo di tensione, mai una concessione al narcisismo. Beh, questo forse non è esatto. Nel finale c’è stato uno sbuffo di quanto sono brava, ma a quel punto tutto le era concesso. È stata una professoressa. E davanti aveva una delle leader della categoria non una qualunque.
Passa Irma Testa, ora è nei quarti a un match dalla conquista del pass che dovrebbe portarla a Tokyo 2020. Se saprà ripetersi, parlo di concentrazione non di talento, su questi livelli, potrebbe regalarci davvero qualcosa di grande.
Dobbiamo però imparare a godere del presente.
Oggi Irma Testa è stata fantastica. Applausi e complimenti. Al resto penseremo da domani mattina.

Ottavi, medi donne (75 kg): Demir (Turchia) b. Canfora (Italia) 5-0; ottavi, mediomassimi uomini (81 kg) Khataev (Russia) b. Fiori (Italia) 5-0; ottavi, piuma donne (57 kg) Testa (Italia) b. Vorontsova (Russia) 5-0.

Parte male l’avventura azzurra al Torneo di Francia (è in gioco il pass per Tokyo 2020). Eliminata la Canfora nei medi




Parte male l’avventura azzurra nelle qualificazioni europee per Tokyo 2020.
Assunta Canfora, all’esordio, perde ai punti contro Sennur Demir alla fine di un match brutto, confuso, nella categoria dei pesi medi (al limite dei 75 kg).
L’italiana boxa bene nel primo round in cui sa tenere la media distanza e mette a segno i colpi migliori. Tre giudici su cinque le riconoscono il merito.
Poi, va in affanno. Il combattimento si trasforma in una sorta di rissa, in una boxe disordinata, più clinch che pugilato, senza spazio per la tecnica.
E in questa confusione, la mancina turca si trova meglio, sfrutta la maggiore forza fisica e una condizione atletica superiore. Le ultime due riprese sono sul filo dell’incertezza, con un dubbio a 1:30 del secondo round. La Canfora va al tappeto, l’arbitro considera l’episodio a mezza vita tra la spinta e la scivolata e non conta l’azzurra. A me il sinistro della Demir sembra andare a bersaglio.
Alla fine, verdetto unanime, anche se di stretta misura. Un risultato giusto che premia la più costante nell’arco dei tre round.
Fuori la Canfora, per la Demir nei quarti un ostacolo molto più difficile: la russa Magomedaljeva, che ha vinto largamente ai punti sull’ungherese Nagy.

Ottavi, medi donne (75 kg): Demir (Turchia) b. Canfora (Italia) 5-0.
 

Anche il Giaguaro ha paura. Viaggio nelle emozioni del campione europeo dei medi

Matteo “Giaguaro” Signani (30-5-3, 11 ko, 41 anni) a giugno difenderà l’europeo medi contro Ruben Diaz (26-2-2, 17 ko, 40 anni).


Matteo, ho parlato l’altro giorno con Meo (Gordini). Ti ha visto in allenamento, mi ha detto che sei in una forma fantastica.
(ride) “Sono come il protagonista de “Lo strano caso di Benjamin Button”. Il vecchio che torna giovane”.
Cosa è cambiato?
“Mi sono detto: Che fai Matteo? Allla tua età o fai le cose seriamente o te ne stai a casa. Ho deciso di fare le cose al meglio, poi vedremo quali saranno i risultati. Sono grande, ma non mi sono mai sentito così bene. Dal punto di vista fisico e psicologico”.
Raccontami una giornata tipo.
“Sveglia alle 6, colazione. Alle 6:45 in palestra. Un paio d’ore. Stacco, vado a lavorare. Alle 14 torno in palestra per altre due ore di allenamento”.
Con chi hai fatto sparring?
“Con Fiordigiglio, con i ragazzi di Ferrara, con Matano. Domani arriva Kamil”.
Kamil, chi?
“Szeremeta”.
L’ex campione d’Europa dei medi?
“Esatto. Siamo diventati amici sui social. L’ho invitato per due settimane a casa mia, ci aiuteremo a vicenda. Lui sta preparando il rientro in luglio, dopo il mondiale con Golovkin. Io farò la difesa dell’europeo in giugno. Arriverà anche Oliha Etinosa, il campione italiano della nostra categoria. Guanti di qualità”.


Con il passare del tempo, la passione è aumentata o diminuita?
“Te lo dico a bassa voce. Ho più passione adesso di quando avevo vent’anni. Mi sveglio al mattino e non vedo l’ora di andare a fare i guanti, di allenarmi. Quando metto il piede in palestra torno bambino, mi emoziono”.
Cosa ti ha dato in più la conquista del titolo?
“Quei timori, quelle paure che all’inizio ci sono sempre, quei dubbi: va o non va? Tutto sparito. Mi ha dato la consapevolezza che ancora posso dire qualcosa di importante. Su di me nessuno avrebbe scommesso, molti ancora non scommetterebbero. Piano piano, a testa bassa ho fatto quello che dovevo fare. L’europeo mi ha confermato che il match si vince in palestra, ha aumentato la determinazione. Adesso ho l’osso in bocca e devono fare meraviglie se vogliono togliermelo. Non so se lui sia in grado di farlo”.


Lui è Ruben Diaz, il tuo prossimo rivale. Lo conosci?
“È forte. Picchiatore, attendista. Ma noi abbiamo una tattica per tutto. Piano A, piano B e piano G”.
Piano C?
“No, G. Come Giaguaro”.
Mi sembra che lo spagnolo cali un po’ alla distanza.
“L’abbiamo notato anche noi. Mi sto preparando per fare dodici round in crescendo. Si vedrà”.
Con il passare degli anni, i tempi di recupero si allungano.
“Devo essere sincero. Sto meglio, quando entro a regime riesco a toccare dei ritmi di allenamento che non avevo mai toccato prima. Alla fine dell’allenamento però faccio più fatica a recuperare, è vero”.
È un problema?
“E che mi cambia? Faccio una vita da monaco, anzi i monaci mi fanno un baffo. Torno a casa, mangio qualcosa, me ne sto con le mie belve. Poi vado a dormire, il giorno dopo sono più fresco del giorno prima”.
Hai accennato alle tue belve, approfondiamo la materia.
“Vengo da una famiglia di montagna. Gli animali mi sono sempre piaciuti. Da qualche anno ho preso una casetta in campagna, un cane, un gatto, una capretta. Anche le galline mi vengono in braccio. Ho tre storni che avevano buttato in un secchio. Uno dei tre era appena nato. L’ho preso, messo in una scatolina, con la luce su, gli ho dato da mangiare. Adesso questi storni selvaggi si sono affezionati. Gli animali ti danno un amore incondizionato. A loro non importa se sei ricco, povero, famoso o sconosciuto, campione d’Europa o novizio. Gli animali sono fantastici”.
E le persone?
“Sono diverse. Se dovessi scegliere tra un cane e una persona ci dovrei pensare due volte (ride). Credo che il rispetto e l’amore per gli animali in genere, aiuterebbe l’umanità. I bambini andrebbero educati in questo senso”.


È vero che hai dato un nome ai tuoi animali?
“A tutti. Partiamo dai cani, la femmina si chiama Lady Oscar. Erano i tempi in cui il mio pugile preferito era Oscar De La Hoya. Leggo un annuncio, telefono e dico che voglio un maschio. Vado a Milano e mi trovo davanti a tre cani femmina. Ne prendo una e la chiamo Lady Oscar. Il suo compagno si chiama Tyson. Ha solo la faccia di Tyson, fa paura ma è buono. La terza si chiama Clara. La gatta è Micia. Me l’ha data il guardiano del cimitero vicino casa mia. Avevano buttato tre gattini in un bidone dell’immondizia. Avrà avuto una settimana di vita. È venuta su con i cani, stanno assieme. È una killer. Si mangia le lepri, le bisce i topi giganti. Ho due galline, tutti i giorni un uovo. Due livornesi, Bianca e Bianchina. Moriranno di vecchiaia. A casa mia tutti gli animali muoiono di vecchiaia. Ho una capretta tibetana, una capretta nana, tutta nera. Si chiama Rachele”.
Perché?
“Così, lasciamo stare”.
Altro?
“Sette tartarughe di terra. Le chiamo come mi viene, mi invento un nome al momento. Due tartarughine d’acqua: Rock e Roll. Tre storni. Ho preso due bengalini, adesso sono diventati ventidue”.
La casa degli animali.
“È quello che ho sempre sognato. Quando stacco dal lavoro o dagli allenamenti e torno lì, ritrovo la pace dei sensi.”
Sei un solitario?
“Come tutti i pugili. Quando cominciano, devono sapere a quale vita vanno incontro, devono accettarla. A me piace, rifarei tutto quello che ho fatto. Non cambierei nulla. Sto bene, non mi manca niente. Posso dire di essere una persona fortunata. Ho visto realizzarsi i miei sogni da bambino. Ho un lavoro che amo. Faccio uno sport che amo ancora di più. Sono arrivato dove speravo”.


E nella vita privata è andata altrettanto bene?
“Sono un tipo tranquillo. Ho pochi amici veri, più altri amici. Ho una famiglia d’oro. Quando vedo che litigano tra fratelli, tra genitori, non riesco a capire come possa essere possibile. Il babbo e la mamma ci hanno dato i giusti punti di riferimento, i valori importanti”.
Torniamo alla boxe. Quando cominci a capire che la tensione del match in arrivo sta salendo?
“La sento sempre. Con il tempo sono riuscito a sfruttare questa emozione, a incanalarla per trarne vantaggio. Quando salgo sul ring ho paura vera. Deve essere così, perché la paura ti fa fare cose che normalmente non faresti. Aumenta l’attenzione, la concentrazione, ti rende prudente. Sono teso, ho paura, ma sono armi che sfrutto a mio favore, ne prendo solo i lati positivi. All’inizio non era così, ci sono voluti anni per arrivare a questo”.
Quale è la molla che ti fa andare avanti?
“Quando sono solo in casa, mi faccio delle domande: Matteo, sei arrivato fino a qui, hai fatto tanti sacrifici, sofferto tante privazioni, perché buttare via tutto? Lo sai, non è che quello che guadagni ti possa cambiare la vita. Devo lavorare per andare avanti. Ma le soddisfazioni sono enormi. Quando ti alzano il braccio, capisci che ogni minuto di sofferenza ha appena avuto la sua ricompensa”.
Quale è stata la più bella manifestazione di affetto che hai ricevuto?
“Quando mi fermano e mi chiedono: Sei Matteo Signani, vero? Possiamo fare una foto? È a quel punto che mi gonfio tutto, pieno di orgoglio. Mi impettisco. Poi, quello a fianco di chi voleva la foto dice: Matteo chi? È a quel punto che mi sgonfio…”
Non avete certo la popolarità di un calciatore.
“Mi hanno detto che, all’inizio degli anni Cinquanta, Tiberio Mitri è venuto a tagliarsi i capelli da queste parti. Nel negozio del barbiere e tutto attorno si sono immediatamente radunate centinaia di persone. Pensa un po’ te, per vederlo mentre si tagliava i capelli. Altri tempi…”


Per la dieta hai un nutrizionista, ma quando non hai problemi di peso e vuoi concederti una mangiata in piena libertà, che fai?
“Vado a casa dai miei. Chiamo mamma Lucia e le dico: scatena l’inferno. Lei da ex cuoca, romagnola doc, da azdora, va. Piadina, cappelletti, tagliatelle, cannelloni, tagliolini ripieni. Questo per il primo. Poi ecco babbo Secondo, cacciatore. Lepri, fagiani, uccellini, conigli in porchetta. Frutta e verdura dall’orto di casa. Tutto di stagione”.
Ti sarebbe piaciuto, se non avessi fatto il pugile, fare il contadino?
“Amo la campagna, ma i contadini veri sono i nuovi ricchi di oggi: ci sono delle apparecchiature che costano un patrimonio. Più che il contadino, mi sarebbe piaciuto fare l’allevatore. Mucche, pecore, cavalli, capre, vitelli. Mi piacciono gli animali, ma questo l’avevo già detto. Siamo tornati al punto di partenza”.
A presto, per un nuovo viaggio nelle emozioni del campione.

Donovan infortunato. Alfano, sabato a Brescia, affronterà Henchiri per il titolo EU dei superpiuma

foto copia

L’irlandese Eric Donovan, co-sfidante di Mario Alfano (15-2-1, 4 ko) per il titolo vacante dell’Unione Europea dei superpiuma, in programma allo stadio Rigamonti di Brescia venerdì prossimo, ha dato forfait.
Un’infortunio in allenamento, una costola fratturata, gli impedirà di venire in Italia. L’organizzatore Mario Loreni ha chiesto all’European Boxing Council di poterlo sostituire con Nicola Henchiri (9-4-2), pisano.
Henchiri è in allenamento e in peso perché avrebbe combattuto nel programma di Brescia contro Cristian Narvaez. Il Board dell’Ebu, interpellato dal segretario generale Enza Jacoponi, ha concesso il nulla osta.
Sabato vedremo quindi Alfano ed Henchiri battersi per la cintura EU vacante dei superpiuma.
Il match sarà trasmesso in diretta su RaiSport.

Tre europei (compreso quello di De Carolis) e un mondiale femminile, il 15 in diretta Tv…

Sabato 15 maggio alla Manchester Arena una riunione piena di sfide che hanno uno stretto legame con l’Italia.
Il nostro interesse si focalizza sull’europeo vacante dei supermedi. Il romano Giovanni De Carolis (28-9-1) affronterà Lerrone Richards (14-0).
Altro europeo, quello dei massimi leggeri. Il campione in carica Tommy McCarthy (17-2-0), che ha sconfitto l’11 ottobre del 2019 Fabio Turchi a Trento, difenderà la corona contro Alexandru Jur (19-4-0).
Terzo titolo continentale della serata, quello dei supergallo. Gamal Yafai (18—1-0) nell’ultimo match, il 17 dicembre scorso, ha superato Luca Rigoldi togliendogli la cintura. Il 15 subirà l’assalto di Jason Cunningham (28-6-0).
Nei superleggeri si batteranno Dalton Smith (7-0) e Lee Appleyard (16-45-1).
Il match principale sarà per il titolo femminile Wbc, Wba, Ibo dei superpiuma tra la detentrice Terri Harper (11-0-1) e la sfidante Hyan Mi Choi (18-0-1).
La serata sarà trasmessa in diretta da DAZN Italia a partire dalle ore 20:00.
Da sottolineare che anche in questa occasione, come in quasi tutte quelle che l’hanno preceduta, la televisione non ha dato alcuna comunicazione della messa in onda dell’evento. Evidentemente non ha interesse a informare la stampa e (soprattutto) i telespettatori, ritenendo opportuno obbligarli a una sorta di caccia al tesoro.
Del resto DAZN è anche la televisione che vieta la visione del pugilato ai minori di 18 anni, obbligando il telespettatore Over 18 a usare il proprio codice fiscale per poter successivamente registrare un PIN che gli permetterà poi di entrare nel sito e guardare la boxe. Il pugilato è uno sport che consente la pratica anche agli Under 18, gli stessi che (secondo DAZN) non dovrebbero vederlo in Tv.
DAZN è la stessa televisione che, subito dopo avere comprato i diritti per le prossime tre stagioni della Serie A di calcio, è stata vittima di un clamoroso infortunio, rendendo impossibile la visione di due partite di campionato (Inter-Cagliari e Verona-Lazio) alla maggioranza degli abbonati. Buio assoluto.

Auguri Nino per i tuoi 83 anni. Grazie per quella magica notte nella pancia del Garden

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“Dimmi, James: li ricordi, tu, i bei giorni andati?”
“Ogni anno che passa, sempre di più”
(John Hurt e Kris Kristofferson, I cancelli del cielo)

Questo che volge alla fine è un mese magico per Benvenuti. Il 17 aprile 1967 ha sconfitto Emile Griffith al Madison Square Garden di New York ed è diventato campione mondiale dei pesi medi. In questo mese è anche nato, il 26 aprile del 1938. Oggi è il suo 83esimo compleanno. Il ricordo di quell’indimenticabile notte al Garden è il mio regalo per il grande campione. Auguri Nino. 


Un silenzio assoluto. L’oscurità attenuata da flebili luci. Un uomo disteso sul lettino dei massaggi, attorno a lui poche persone. Davanti alla porta dello spogliatoio un altro uomo. Lo chiamano il guardiano della serenità, è qui per evitare che qualche scriteriato spezzi la concentrazione del campione.
Nino sta per vivere la notte più importante della vita, ha bisogno di ogni stilla di energia.
È nella pancia sacra del Madison Square Garden, lì dove nasce ogni grande avventura. Su questo ring hanno combattuto Joe Louis, Sugar Ray Robinson, Jake LaMotta, Rocky Marciano. L’arena ha più volte cambiato indirizzo, ma l’anima è rimasta sempre la stessa. Benvenuti è solo, come ogni pugile sa di essere alla vigilia della sfida decisiva.
Il dottor Harry Kleimann controlla le pulsazioni, sono 56 al minuto. Esce chiedendosi se quel ragazzo sia incosciente o troppo sicuro di sé.
Un silenzio assoluto riempie la penombra del camerino.

Griffith

Nino vuole isolarsi dal resto del mondo e allo stesso tempo esserne parte integrante. Cerca quello che da tempo chiama il suo Nirvana. Vuole salire sul ring leggero, nella condizione migliore per dare il meglio di sé. Davanti avrà Emile Griffith, un grande campione.
È la notte di lunedì, 17 aprile 1967.
Il mondiale dei medi è ancora un sogno.
C’è un silenzio assordante nel camerino del Madison.
Il massaggiatore ha finito il lavoro. È quasi arrivato il tempo di andare. Benvenuti si sente finalmente leggero, avverte però un peso che deve riuscire a trasformare in una grande spinta.
Da quando è arrivato a New York ha incrociato centinaia di italiani che gli hanno dato una pacca sulle spalle, hanno voluto una foto con lui, gli hanno ricordato cosa significherebbe avere uno di loro campione del mondo. Benvenuti non ha lottato per scacciare quei pensieri, ci si è adagiato dentro, si è fatto cullare da quelle parole.


Quattro charter di tifosi sono volati dall’Italia per essere qui a incitarlo. L’America degli anni Sessanta è qualcosa di molto lontano per noi. Cosa sappiamo? I libri ci raccontano la storia di quel popolo, ma sono in pochi a conoscere l’America moderna. Dicono: vado lì, qualcosa accadrà. Venire trasportati a New York, anche se solo via radio, vuol dire essere nel mondo nuovo, partecipare direttamente all’evento.
Abbiamo letto drammatici reportage dagli inviati in Vietnam, crediamo di sapere tutto su quel Paese in fiamme. Scopriremo negli anni di sapere assai poco su cosa sia accaduto a sud del diciassettesimo parallelo. Lì dove vietcong e truppe regolari vietnamite hanno sconfitto il gigante americano.
Gli Stati Uniti sono una nazione assai più distante delle migliaia di chilometri che la separano dall’Italia. Ci sono sembrati lontani anni luce quando hanno dato voce agli incappucciati del Ku Klux Klan che chiedevano il rogo per i Beatles. L‘intellighènzia italiana non ci ha aiutati a capire il fenomeno, ha preferito osservarlo da lontano. Quando Nino attraversava l’Oceano i settimanali politici di casa nostra già sentenziavano la fine del gruppo inglese che aveva osato sfidare il conformismo del tempo. Eppure i Beatles l’anno prima avevano realizzato Revolver, un capolavoro. E nel ’67 avevano replicato con Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band. L’anno dopo avrebbero pubblicato The Beatles (noto universalmente come l’album bianco) e l’anno dopo ancora Abbey Road. Finiti? Ma fateci il piacere.


Nino ci prende per mano e ci porta tra le strade di New York, grattacieli che evocano un mondo diverso, un universo in cui tutto sembra possibile. Ci siamo dentro e non è stato il cinema ad aiutarci, le storie che passano sullo schermo sono senza tempo. Non sono stati neppure certi giornali che vedono una verità distorta. Grazie a un campione di boxe stiamo vivendo in presa diretta la grande avventura. C’è l’Italia intera sulle gradinate del Madison Square Garden. Non ci sono ancora aerei super veloci e il costo del biglietto non è tassa che molti possano permettersi. Il racconto degli States resta spesso affidato a libri e film. Quindi, in gran parte, alla fantasia.

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In questi anni le nostre case si sono riempite di rumori e di luce. Un salto in avanti nel tempo rispetto al grigiore degli anni Cinquanta. L’elettricità ha ridisegnato le abitazioni. I giradischi sono diventati strumenti indispensabili per i ragazzi, nove milioni di italiani hanno comprato un televisore. E quelli che ancora non ce l’hanno, si radunano in casa degli amici più fortunati. Venti milioni di telespettatori per la finale di Canzonissima, altrettanti per l’ultima serata del Festival di Sanremo. Ma c’è ancora chi pretende di pensare per noi.
Il Governo italiano vieta la trasmissione in diretta televisiva del mondiale. Teme che gli italiani, restando in piedi sino all’alba (il match comincia alle 22:00 di New York, le 04:00 del mattino a Roma) non si presenteranno domani al lavoro. È stata concessa, in via eccezionale, la radiocronaca. In cinquemila, solo a Milano, prenotano la sveglia telefonica per le 03:00. In diciotto milioni ascolteranno la voce di Paolo Valenti, abile narratore della grande avventura. Una nazione intera spinge Nino, vuole accompagnarlo sul tetto del mondo.
È il momento di andare. A bordo ring per il Corriere dello Sport c’è Franco Dominici (con Nino nella foto sotto), un fuoriclasse del giornalismo. È stato lui a raccontare quella splendida avventura.
Bruno Amaduzzi, Libero Golinelli e Benvenuti lasciano il silenzio irreale dello spogliatoio e si incamminano nel tunnel che porta all’arena. Il rumore cresce lentamente, quando passa sulla testa provoca un frastuono infernale. Le urla del Madison Square Garden travolgono il terzetto.
«Ni-no, Ni-no, Ni-no, Ni-no!»
C’è da impazzire.

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Sono in tanti a ritmare quel nome. Uomini arrivati quaggiù pieni di speranze, paisà che cercano riscatto attraverso la vittoria di uno come loro, signori che all’America (come dicono in molti) hanno fatto fortuna. Incitano, urlano, sognano. È in quel preciso momento che Nino avverte una strana sensazione. Scopre di sentirsi protetto. Quella gente è con lui.
Tanti italiani, tante bandiere tricolori. È difficile rimanere calmo, ma lui ce la fa. È in un altro mondo, isolato da tutto. Nel resto della carriera non riuscirà mai più a sentirsi così. Solo nella folla. Non c’è tensione nell’animo. Può essere pericoloso non sentire quella carica agonistica che la tensione sa regalarti. Ma Nino stavolta non ne ha bisogno. Sa esattamente quello che farà. Subito dopo il gong sarà lui a tirare il primo pugno. E andrà avanti su quella strada, sino alla vittoria.


Il match è duro, spietato.
Un montante destro al secondo round e Griffith va giù. Emilio si ferma un attimo, Nino quasi lo spinge. L’americano si aggrappa al suo guantone nell’estremo tentativo di rimanere in piedi, ma Benvenuti riesce a liberarsi dalla morsa e l’altro finisce al tappeto. L’italiano sa di averlo preso perfettamente, è un colpo che ha studiato a lungo in palestra. Qualcuno dei suoi sparring partner è anche finito knock down. L’ha provato con i guantoni grossi, funzionava. E funziona anche nel match per il titolo.
Ma Emilio quel colpo terribile riesce ad assorbirlo. Lo accusa, ma non perde conoscenza. Si rialza immediatamente. Nino prova ad accelerare per vedere le sue reazioni. E scopre che non è ancora arrivato il momento di forzare.
Poi, è lui ad andare giù nella quarta ripresa. Perde l’equilibrio, il colpo gli arriva all’orecchio. Cade dritto, neppure si piega. Nella testa ha un solo pensiero, la paura di non essere più in grado di rimanere in piedi. Non è suonato. Purtroppo capisce tutto. Sente un fischio all’orecchio, realizza che l’equilibrio è diventato instabile, deve far passare il tempo. Sfrutta gli otto secondi di conteggio, gliene servono altri tre o quattro per recuperare. Ce la fa. Ma il pericolo è sempre lì, a meno di un passo da lui.


Nino continua a chiedersi: e adesso cosa succederà? Non perde i sensi, rimane presente a se stesso. È sempre lui, quello che vuole vincere. Ha appena attraversato il momento più brutto del match ed è riuscito a superarlo. Nella vita ci sono dei passaggi obbligati, ti sembrano ostacoli insormontabili, ma sono proprio quelli i momenti in cui ti senti un predestinato. A Griffith sarebbero bastati un paio di colpi in più in quella ripresa e avrebbe vinto.
Negli ultimi due round Nino compie un piccolo miracolo. Combatte a mani basse, portando dei montanti al corpo. Quando mai farà ancora cose del genere? È nelle condizioni ideali, può permettersi quell’atteggiamento. Riesce ad attingere a ogni risorsa del suo corpo. Accade poche volte in una vita intera.
Si sente imbattibile.
Alla fine il verdetto lo premia.

Nino Benvenuti-Middleweight Boxing Champ September 25, 1967 X 12341 / X 12527 credit: Herb Scharfman/Tony Triolo

Nino Benvenuti è il nuovo campione del mondo dei pesi medi. Ha conquistato il titolo quaggiù, in America. Suonano le sirene delle navi ancorate al porto di New York. Gli emigranti tirano fuori mille bandiere italiane, finalmente possono sfidare i compagni di lavoro («Sì, sono italiano, come il campione del mondo»). Molte coppie, negli anni, racconteranno a Benvenuti di avere fatto l’amore proprio questa notte e di avere chiamato Giovanni il bambino nato nove mesi dopo. Gente che non ha mai toccato vino, beve fino a ubriacarsi. Anche chi normalmente va a letto alle dieci di sera fa mattina senza stancarsi.
Questo 17 aprile del ‘67 è sicuramente una serata magica.

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Nino non riesce a percepire subito il valore dell’impresa che ha compiuto. I primi segnali arrivano il giorno dopo. La gente lo ferma per strada per dirgli: «Adesso possiamo andare ad affrontare le fatiche di tutti i giorni dicendo che siamo italiani come Nino Benvenuti». Magari il giorno prima in fabbrica li prendevano in giro. E invece ha vinto lui. No, non capisce subito cosa sia riuscito a fare. Poi, ne rimane quasi spaventato.
L’Italia impazzisce, ma anche l’America viene conquistata da quel bel ragazzo con un’incredibile capacità di comunicare. La Paramount gli offre 100.000 dollari per dare il nome a una catena di ristoranti. Si chiameranno Nino’s. La prestigiosa rivista Life gli dedica la copertina. In qualunque strada del Paese passeggi, Nino è costretto a fermarsi almeno dieci volte. Stringe mani, firma autografi, si lascia fotografare.
E ancora una volta, dopo aver lanciato uno sguardo al cielo, dice: «Grazie».
Mamma Dora è sempre lì, nel suo cuore.