Loris Stecca, il più giovane italiano campione del mondo

Loris Stecca è un pugile che mi ha sempre entusiasmato.
Ero a bordo ring a Milano quando ha distrutto Leo Cruz ed è diventato il più giovane pugile italiano campione del mondo. Emozioni forti, era la prima metà degli anni Ottanta. La boxe riempiva le pagine dei giornali, lui era spesso in televisione, le sue foto finivano sulle copertine delle riviste popolari. Loris si faceva cullare da quel sogno che la boxe aveva confezionato per lui. Non era facile per un ragazzo di 24 anni resistere a tante sirene. Ospitate, nuovi amici, soldi, popolarità. 
Poi, è arrivato Victor Callejas.
Ero al Mets Pavillon di Guaynabo, Portorico, la notte della prima sconfitta. Un caldo appiccicoso ti avvolgeva in ogni momento della giornata. Tanti colori e una voglia di prendere la vita a ritmo lento.
Pepito Cordero era il boss, comandava tutto e tutti,  era un uomo che ti riceveva nel suo ufficio con una pistola in bella mostra sulla scrivania. Suo figlio di dieci anni dettava ordini come se rosse il più irascibile dei promoter. Erano i Cordero a governare l’intera vicenda, erano loro a confezionare il trappolone.
Lo facevano allenare in una cella. Tre pareti di mattoni e una quarta fatta di sbarre. Lì dentro c’era un piccolo ring, fuori i tifosi locali urlavano insulti e grida contro lo straniero. E quando non bastavano le parole, arrivano gli sputi. Un inferno. Callejas aveva il pugno pesante e Loris, già stanco per quella vigilia fatta di cattiverie, aveva ceduto di schianto.
Ero a bordo ring a Rimini il giorno della rivincita. Ho visto la determinazione di Callejas, il dolore di Stecca per una mascella fratturata nella parte iniziale della sfida, la grinta nell’andare avanti nonostante le fitte stessero torturandogli il cervello. Poi, con uno sforzo terribile, il piccolo ciclone romagnolo illudeva un Palasport incredibilmente pieno (fuori c’erano addirittura i bagarini).
Ma quando, per un corto circuito, le luci si spegnevano, come d’incanto si spegneva anche la carica di Stecca. Tornata la corrente, si riprendeva a combattere. Il dolore era rimasto, il rischio era diventato troppo alto.
Scendeva dall’alto delle gradinate anche la mamma di Loris, correva giù urlando di paura. Temeva per quello che aveva appena visto. Saliva sul ring in un ultimo disperato tentativo di proteggerlo.
Si chiudeva in quel momento la carriera di Loris Stecca, ragazzo prodigio del pugilato italiano. Le successive quindici vittorie avrebbero dovuto portarlo a una nuova occasione mondiale che non è mai arrivata. Un incidente, un’auto che lo investiva, lo toglieva dal grande giro. La boxe finiva nell’angolo dei ricordi. 
Per molto tempo non ci siamo sentiti, l’ho chiamato un mese fa al telefono. Mi è sembrato quello di sempre, quello che con il suo pugilato carico di passione mi ha regalato una notte che non dimenticherò mai. Ve la racconto.




Loris è diventato uomo in fretta, non per scelta. Per necessità.
È molto giovane. Tra un mese compirà 24 anni.
Quando nel ’72 Leo Cruz esordiva al professionismo, lui faceva la seconda media.
Li dividono otto anni, ma a marcare la differenza è soprattutto una filosofia diversa del mestiere, della vita. Laggiù nei Caraibi il campione è diventato pugile per forza. Era l’unico modo per uscire da un’esistenza che altrimenti gli avrebbe riservato solo sacrifici e rinunce. 
Loris in palestra è entrato senza necessità primarie da soddisfare. Ha scoperto la boxe con il maestro Elio Ghelfi, gli è piaciuta.
E adesso eccolo qui che vuole diventare il più giovane campione del mondo che l’Italia abbia mai avuto. Vincendo avrebbe i soldi per pagare l’altra metà della casa appena comprata, potrebbe mettere in piedi qualcosa per garantirsi un futuro tranquillo.
L’impresa che lo aspetta è terribile. Cruz ha 32 anni, ne ha vissuti dodici battendosi sui ring di tutto il mondo. Non è un picchiatore. Ma è un professionista che conosce come pochi l’arte di colpire di incontro. Se lo guardi da sotto il ring hai l’impressione che non sia particolarmente veloce di braccia, invece ha proprio nella rapidità di esecuzione una delle armi migliori. Ha un’ottima scelta di tempo e sa come sfruttarla. Preferisce puntare sempre al bersaglio grosso. Si amministra con saggezza, spreca poco, punisce implacabilmente ogni errore.
C’è un punto debole in mezzo a tante qualità. Ed è su quello che Stecca dovrà fare pressione. Cruz ha bisogno di pause frequenti. Loris non dovrà concedergliele. Dovrà attaccarlo incessantemente, imponendogli un ritmo folle. Solo così riuscirà a fare nascere dubbi nella testa del campione.
È una tattica rischiosa. Servirà un match perfetto per portare il titolo a Rimini.
E Stecca queo match perfetto lo porta a casa.
Il nono round è quello della sofferenza, quello della rivoluzione.
È l’unico in cui Cruz evidenzia una superiorità netta.
È la ripresa in cui il portoricano perde il mondiale.
Logorato da anni di battaglie, il campione sa che non ce la farà a sostenere il ritmo imposto dall’italiano. E allora tenta la soluzione di forza. Un attacco disperato. Tre minuti di sofferenza pura per Loris, in difficoltà sì, ma mai sul punto di cedere. Quando suona il gong, il campione ha esaurito il forcing senza riuscire a chiudere il match. È in riserva di energie.
“Adesso sei tu il campione del mondo, devi solo difendere il titolo”.
La frase di Ghelfi esplode come una bestemmia in chiesa. Sembrano parole folli, sacrileghe, perlomeno avventate. Rappresentano invece l’ennesimo capolavoro psicologico del mio amico Elio.
Loris riprende a boxare come se l’incontro fosse appena cominciato. Un mulinare di braccia, un’esaltante galoppata, una prestazione magica.
Non è necessario andare alla lettura dei cartellini. Il Boom Boom romagnolo risolve prima la questione.
Attacca Cruz senza dargli tregua.
I colpi raggiungono il bersaglio, sgretolano a poco a poco la resistenza del dominicano. Hanno il pregio di essere veloci, di non rimanere isolati. Loris boxa con ottima scelta di tempo, efficacia, affidandosi a una eccezionale condizione atletica. Leo Cruz si arrende quando mancano 38 secondi alla fine della dodicesima ripresa.
Il titolo è nelle mani del giovane romagnolo. Tutto ampiamente meritato.

Loris Stecca è nato a Sant’Arcangelo di Romagna (Rimini) il 30 marzo 1960.
Altezza: 1.67
Categoria: gallo, supergallo, piuma
Record: 55-2-2, 37 ko

HALL OF FAME ITALIA 2021 A FORLI’

Il 30 ottobre serata di gala nell’ex Chiesa San Giacomo Apostolo (nell’area dei Musei San Domenico) a Forlì, piazzale Guido da Montefeltro 12, per la terza edizioni della Hall of Fame Italia, manifestazione ideata e organizzata dal quotidiano online boxeringweb.net che quest’anno avrà come partner il Comune di Forlì. Per l’edizione 2021, il Comitato Direttivo della manifestazione (composto da sette giornalisti: Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi, Dario Torromeo) ha deciso di inserire nell’albo d’oro della Hall of Fame Italia: Duilio Loi (campione mondiale dei superleggeri), Loris Stecca(campione mondiale dei supergallo), Patrizio Sumbu Kalambay (campione mondiale dei medi), Massimiliano Duran (campione mondiale dei massimi leggeri), Roberto Cammarelle (oro, argento e bronzo in tre diverse Olimpiadi nei supermassimi).Tra i Pionieriil riconoscimento andrà a Cleto Locatelli (campione europeo dei leggeri).Presenteranno la serata Davide Novelli, inviato della Rai e voce del pugilato sull’emittente di Stato, e Dario Torromeo, giornalista che ha raccontato dieci Olimpiadi e centinaia di campionati del mondo per il Corriere dello Sport-Stadio.

L’evento è aperto a tutti, nel rispetto del Protocollo Generale Covid. 
Sarà chiesta ai partecipanti la presentazione del Green Pass, si accederà all’interno del locale indossando la mascherina. 
Sarà necessaria la prenotazione attraverso i seguenti contatti:

Scrivendo una email a: 

flaviodellamore@boxeringweb.net
(telefono 0543 550608).

Scrivendo una email a: 
unita.sport@comune.forli.fc.it

UNITA’ SPORT COMUNE DI FORLI: 0543- 712402 (cellulare 3204322943).  

Nel rispetto delle disposizioni locali, dopo la prenotazione sarà necessario inviare un bonifico di 38 (trentotto) euro al seguente IBAN
(Iban Comune di Forlì): IT 08 I 06270 13199 T2099 0000685
Istituto: LA CASSA DI RAVENNA SPA
Nella causale andrà indicato: “rimborso cena” (seguito dal nome e cognome di chi prenota)
Nei 38 euro sono comprese: la cena di gala (bevande incluse) e la partecipazione alla serata.

ULTIMO GIORNO DI PRENOTAZIONE 25 OTTOBRE

Ivanisevic nella Hall Of Fame, nel 2001 l’impresa più grande

Goran Ivanisevic e Conchita Martinez entrano a far parte della Hall of Fame del tennis.
Il museo di Newport, Rhode Island, accoglie i due campioni nella ristretta cerchia dei più grandi.
La spagnola, coach della connazionale Garbine Muguruza, ha trionfato a Wimbledon ’94, in finale a Melbourne e Parigi, vincitrice di 33 titoli WTA, numero 2 del mondo e medaglia d’argento in doppio a Barcellona ’92, Atene 2004 e di bronzo ad Atlanta ’96.
Ivanisevic, numero 2 del mondo, ha vinto in carriera 22 titoli ATP e la medaglia di bronzo in singolare e doppio a Barcellona ’92.

Il croato, attualmente nel team di Novak Djokovic, è stato campione di Wimbledon nel 2001 (unico tennista uomo capace di vincere uno Slam da wild card).
Sabato 22 febbraio sarà presentato alla Garbatella il libro “L’estate di Goran” che racconta quella magica impresa.

Le magie dei personaggi che il 26 ottobre entreranno nella Hall of Fame

Il 26 di questo mese al Grand Hotel Terme di Castrocaro – Terra del Sole ci sarà la seconda serata di gala della Hall of Fame del Pugilato Italiano. Saranno celebrati sei campioni: Primo Carnera, Sandro Mazzinghi, Bruno Arcari, Francesco Damiani, Gianfranco Rosi e Simona Galassi.
Qui racconto i momenti più emozionanti delle loro carriere. Lampi di magia.

New York, 29 giugno 1933

Quello tra Carnera e Jack Sharkey è un match da veri gladiatori. Condotto su un piano di equilibrio, ma con l’americano in vantaggio nei round iniziali. Un vantaggio che rischia di essere definitivo poco prima del ko finale, quando l’italiano barcolla su un gancio destro del campione. Il montante destro dalla corta distanza con cui Primo chiude l’incontro, al sesto round, è rapido e potente. In quel colpo si racchiude la grande favola di un gigante sicuramente troppo buono, ma anche molto ingenuo. Sul mondiale non ci sono voci di combine. Il titolo è tutto suo e la cintura è il ricordo più bello di un campione come Carnera, il primo italiano a conquistare un mondiale. Il gigante festeggia in un ristorante di Brooklyn assieme agli amici. Per loro canta una romanza dalla “Fanciulla del West” di Puccini, poi prende una fisarmonica. Suona e canta “O sole mio”. È un trionfo storico, va celebrato accompagnandolo con un pizzico di sana follia.

Madison Square Garden Bowl, Long Island, New York.
Primo Carnera b. Jack Sharkey ko 6 (mondiale pesi massimi)

Milano, 26 maggio 1968

La faccia di Mazzinghi è una maschera di sofferenza. I capelli, non più folti e ricci ma radi e lisci, sono appiccicati alla fronte dal sudore. Gli occhi sono gonfi, un taglio profondo e sanguinante segna brutalmente lo zigomo destro. È il volto di un eroe appena tornato dalla battaglia. Una lotta antica che solo guerrieri senza paura possono combattere. Anche l’altro porta i segni dello scontro. Ha l’occhio destro chiuso, gli zigomi gonfi e un taglio sulle labbra. Una foto meravigliosa cattura l’immagine dei due gladiatori. Pesti, stanchi, sanguinanti e distrutti dalla fatica e dai colpi subiti. Ma vicini. Testa contro testa, guardano la macchinetta fotografica. Le mani vanno ad accarezzare il volto di quello che fino a poco prima è stato un nemico da distruggere e ora è solo un compagno di viaggio lungo la difficile strada della boxe. Di combattimenti così puoi permettertene solo uno nella vita.

Stadio San Siro, Milano.
Sandro Mazzinghi b. Ki-Soo Kim p. 15 (mondiale superwelter Wba, Wbc)

Roma, 3 gennaio 1970

Personaggio schivo, fighter difficile da interpretare. La sua era una boxe per palati fini. Vederlo in azione dagli anelli più alti dei Palasport non rendeva l’idea di quanto fosse bravo. Ma ti restava negli occhi la forza con cui avanzava, la capacità di divorare qualsiasi avversario. Un uragano senza eccessi. Nessun urlo, rare folate di vento. Ma un avanzare implacabile che si fermava solo dopo la resa dell’avversario. Era una boxe fatta di infiniti scambi dalla corta distanza, colpi alla figura che sgretolavano la resistenza anche dei più tenaci. Il 31 gennaio del ’70 Bruno conquistava il titolo mondiale dei superleggeri battendo Pedro Adigue jr. Rimaneva campione per quattro anni, difendendo nove volte il titolo. Lo lasciava solo perché non ce la faceva a rientrare nei limiti della categoria. Passava nei welter e, a 34 anni, pareggiava con l’astro nascente Rocky Mattioli, che di anni ne aveva solo 23.

Palasport, Roma
Bruno Arcari b. Pedro Adigue jr p. 15 (mondiale Wbc superleggeri)

Monaco, 11 maggio 1982

Il terzo piano dell’albergo dove alloggiavano i pugili era occupato dai cubani. Una bolgia perenne. Musica e urla in continuazione, quelli dell’hotel avevano addirittura pensato di mandarli via. Era una festa continua. Aspettavano la raccolta dell’oro e festeggiavano in anticipo. La sera dei miracoli Francesco Damiani disputava il match perfetto. Non sbagliava nulla. Attaccava, attaccava, attaccava. E nel secondo round, se l’arbitro non avesse concesso a Teofilo Stevenson il tempo di riprendersi, forse avrebbe addirittura chiuso prima del limite. Il cubano aveva guardato l’orologio segnatempo sopra il ring e aveva cominciato a legare, poi erano tornato pesante e affaticato al suo angolo. Terzo round. I montanti di Stevenson erano quelli dei bei tempi. Entravano al corpo e sembrava volessero affondare sino ad uscire dall’altra parte. Ma Checco resisteva, incassava, riusciva addirittura a replicare. Gong. Era finita. Damiani cadeva sulle ginocchia. Era la stanchezza, non una manifestazione di gioia. Poi si alzava e ascoltava il verdetto. Aveva vinto 5-0, tutti i giudici avevano visto la sua superiorità. Al terzo piano dell’albergo le stanze dei cubani erano chiuse, da quelle parti regnava un silenzio assordante.

Palasport, Monaco di Baviera
Francesco Damiani b. Teofilo Stevenson p. 3 (quarti di finale Mondiale dilettanti)

Atlantic City, 15 luglio 1989

Erano in tanti a pensare che la carriera di Gianfranco Rosi fosse ormai finita. Quando arrivava la notizia di un tentativo mondiale ad Atlantic City contro il Golden Boy da un milione di dollari Darren Van Horn, il verdetto sembrava già scritto. Il campione aveva un record immacolato: 39-0, con 24 successi prima del limite. Era più giovane di undici anni (21 contro 32) e poteva sfruttare il vantaggio di boxare in casa. Anche la storia era contro Rosi: solo due italiani avevano conquistato il mondiale in America. C’era riuscito Primo Carnera, l’aveva imitato Nino Benvenuti. Si combatteva al Trump Plaza. Già nel primo round si era capito che ci saremmo trovati davanti a un pomeriggio magico per l’Italia del pugilato. Dopo soli ventiquattro secondi l’umbro portava un sinistro in approccio, doppiato da un diretto destro che mandava il campione al tappeto. Era l’inizio di un dominio assoluto concluso con una larga vittoria ai punti (117-109, 118-108, 116-109). Un successo arrivato in maniera tanto clamorosa, quanto inaspettata. Un trionfo in piena regola.

Trump Plaza, Atlantic City.
Gianfranco Rosi b. Darren Van Horn p. 12 (mondiale Ibf superwelter)

Forlì, 29 marzo 2008

La Bianchini attacca subito, aggredisce. Simona la centra d’incontro, evita i suoi pugni, le sembra tutto facile. Alla quinta ripresa, anzichè andare al suo angolo, Stefania si dirige verso quello neutro. U la j à rimbabida! urla Ben. È un po’ suonato, tifa per la Galassi e ha portato un cartellone su cui ha disegnato la Bianchini con un occhio nero. Ben non riesce a calmarsi. Vanno avanti così sino alla fine. Stefania Bianchini che attacca furiosamente, ma non trova quasi mai il bersaglio, e Simona Galassi che la martella in continuazione. Le mette in faccia un gancio sinistro perfetto. Os cia ach bòta! strillano da bordo ring. La romagnola sa che se accettasse di entrare in battaglia finirebbe per rimetterci. La boxe dell’altra è prevedibile, Simona può chiudere il match senza rischiare nulla e mostrando a tutti cosa sia la tecnica. Finisce senza sorprese. La Galassi domina e vince con un margine enorme. Gli spettatori gridano il suo nome, poi cominciano a cantare. Sei beee-lliii-ssimaa. Lei sorride. So che mi stanno prendendo in giro, ma mi viene lo stesso da piangere.

 

Grand Hotel Castrocaro
La serata di gala, aperta a tutti coloro che vorranno assistere alla manifestazione, si terrà nel prestigioso Salone Piacentini, all’interno dell’albergo.
Si potrà accedere solo attraverso una prenotazione.
Il prezzo della cena sarà lo stesso della prima edizione: 38 euro.
Informazioni e prenotazioni inviando una email a: flaviodellamore@boxeringweb.net
O telefonando direttamente al Grand Hotel: 0543/767114.
Al raggiungimento della capienza del ristorante le prenotazioni saranno chiuse.