Ho visto la docu-serie in quattro puntate “Tyson”, su Netflix. È la rappresentazione di una tragedia, come altro definireste la vita all’inferno senza ritorno di Mike Tyson? Un racconto violento, per immagini e linguaggio. Di un impatto crescente con il passare delle puntate.
Il limite più grande mi sembra possa essere trovato nel fatto che la voce è quasi sempre e solo quella di chi la tragedia l’ha vissuta da protagonista. A volte vittima, altre personaggio che l’ha provocata. Manca il contraddittorio nei momenti chiave. Per tre dei quattro episodi Iron Mike è il macho che non torna indietro. Anche se tutto è cominciato per placare la fame, nel momento in cui arrivano i soldi non ha alcuna voglia di cambiare strada. Momento dietro momento, puntata dopo puntata viaggia in corsia di sorpasso. A velocità folle. A caccia di sensazioni sempre più forti. Perdendosi continuamente nel sesso sfrenato e nell’uso smodato della cocaina, suoi compagni ideali. I demoni sono sempre lì ad aspettarlo. Tyson non si cura quasi mai di chi travolga lungo il cammino. Arrivando spesso a travolgere sé stesso.
Il racconto è minuzioso, regala addirittura qualche spunto inedito (non molti in verità, per chi conosce la storia di Iron Mike). Il filo conduttore è la demoniaca presenza del male in ogni fase di una vita senza pace. Fotogramma dopo fotogramma l’inferno da dove viene Iron Mike lascia segni che non possono essere cancellati. Ho visto quei luoghi e non credo potrò mai dimenticarli. Ma sono stato lì un solo giorno, una decina di ore, poi sono tornato nel mondo dei comuni mortali. Lui è cresciuto lì ed è finito con il restare marchiato per sempre. Ma se questa è la causa assodata, non può certo giustificare tutto come a volte la sceneggiatura racconta.
La serie documenta con efficacia la crescita sportiva, alternando attimi di felicità a ricadute nel dramma. Le tre persone che entrano in modo positivo nella vita di Mike, muoiono nel giro di cinque anni. La madre, il mentore, il co-manager. Non può scappare dal suo destino. Il dramma è sviscerato in profondità.
Lo stupro no. Le testimonianze vengono da una sola parte. La vittima non appare se non in immagini di repertorio d’epoca. La narrazione ha una sola corsia preferenziale.
Stesso discorso per la storia dei morsi con cui Mike ha staccato una parte dell’orecchio di Evander Holyfield.
Di grande impatto le scene dei combattimenti. Violenza allo stato puro, come violento e poco propenso alla redenzione è il protagonista. Un campione sul ring. Decisamente meno nella vita. Una valanga di perdizione che lo porta a rotolare a valle, incapace di fermasi.
Soffre situazioni negative e perdite in maniera devastante, non trova mai una via di fuga. L’unica strada che percorre è quella della vendetta continua, violenta, contro le ingiustizie della vita. E qui credo sia la parte migliore della serie. La rabbia infinita di Tyson, espressa con il corpo e soprattutto con il linguaggio volgare per scelta e attitudine, viene fuori prepotentemente. Con grande efficacia, in un ambiente da Far West d’altri tempi in cui i duelli sono risolti con i pugni, non con le pistole.
È una docu-serie da vedere. Per chi è incuriosito dal personaggio, per chi ha amato il campione e per chi vuole entrare anima e corpo nei vicoli di una realtà americana spietata e senza pentimento, in cui a comandare ogni scelta sono sempre e soltanto i soldi.
Inspiegabile l’inserimento di Donald Trump, intervistato alla Casa Bianca. È vero, ha organizzato alcuni match del primo Tyson, ma non aggiunge niente alla storia.


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