Dario Morello, ultimo match, contro lo svizzero Faton Vukahinsi. Quattro riprese da padrone, poi un conteggio. Nessun colpo devastante, niente di preoccupante, eppure ti sei bloccato.
“Quel conteggio mi ha destabilizzato. Stavo crescendo, avevo fatto quattro riprese in crescendo. La quinta era andata addirittura meglio. Quel conteggio, a dieci secondi dalla fine del round, mi ha fatto pensare che quella che stavo disputando fosse un esame di maturità. Quell’irrequietezza mi ha fatto perdere la serenità, ho faticato a ritrovare il passo giusto per i successivi tre round. Avevo una strana sensazione, quella di non riuscire a concentrarmi. “
Poi però hai ripreso in mano il match.
“Ero consapevole di essere superiore. Mi sono detto: Lo vinciamo ‘sto match o vuoi perderlo contro uno che non è più forte di te?”
Non è che ti fai troppe domande?
“Sono terribilmente lucido quando combatto. Forse lo sono esclusivamente quando combatto.”
Ti alleni da solo, sei il maestro di te stesso?
“Non sono una persona facile da gestire, sono un individualista. Devo fare quello che dico io, quando lo dico io. Ma non sono uno stupido, cerco conferme, mi confronto sempre con mio padre.”

A proposito di volere fare quello che dici tu, è vero che quando sei assieme a Vincenzo e Roberto, i tuoi cugini, fate epiche mangiate?
“Vero. Però non è andata sempre così. L’atteggiamento ha avuto inizio quando mi sono reso conto che per una vita avevo inseguito un peso che non era il mio. C’è sempre questa mentalità di farti combattere dieci chili sotto il tuo peso naturale. Da welter mortificavo la mia fisicità. Ho scelto di autogestirmi e sono salito nei medi. Il match con Luther Clay è stato l’ultimo da welter. Non è stata una preparazione tranquilla. Non è una scusa, avrei perso lo stesso, ma non ha inciso positivamente. In quel momento ho capito che a fare la differenza sarebbe stato sempre il pugilato. Se lo sai fare, ti porterà al successo, se lo farai peggio di altri ti farà perdere nel 90% dei casi. Nei medi sono più veloce, più mobile, con più ritmo. Mi concedo qualche libertà. Il fisico serve per fare le foto al peso. “
Dunque, farai il medio sino a fine carriera.
“Sono consapevole che la mia vera categoria sarebbe quella dei superwelter. Vorrei provare, potrei giocare al meglio le mie carte.”
Pratichi il taglio del peso. Sono da sempre convinto che faccia male, procuri danni fisici. Lo dicono i medici, non io.
“Sono anch’io convinto che faccia male, ma sono convinto che faccia più male combattere contro uno che pesa dieci chili in più di te il giorno del match. Un tempo lo facevi per avere un vantaggio, adesso lo fai per non essere più piccolo degli altri. Immagina Nmamah, pensa quanto è arrivato a pesare. Se non fossi stato pesante quanto lui che fine avrei fatto?”
Hai 32 anni, credi di avere dei margini di miglioramento o devi solo gestire al meglio il tuo potenziale?
“Con mio padre Ercole ci siamo spesso detti una dannata verità. Abbiamo vinto tanto senza sapere fare il pugilato. Da qualche tempo stiamo iniziando a fare qualcosa di diverso. Non è ancora tutto quello che so fare. Credo di avere ancora un 40% in più da dare. Nella performance, nel senso di riuscire a fare tutto quello che so fare sul ring il giorno del match.”
A quale livello pensi di poter arrivare?
“Credo che il titolo europeo sia alla mia portata. Al mondiale non mi ci vedo, né da medio, né da superwelter. Oggi i campioni in quelle categorie sono dei fenomeni.”
Una volta Marsili mi ha detto: “In Italia per fare il pugile devi avere i soldi.” Pensi sia ancora così?
“Ni. Devi lavorare sulla promozione di te stesso, affinché tu possa affrontare con serenità la preparazione dal punto di vista economico. Mi rendo conto che non è semplice. Non è così immediato e non è da tutti. Si lavora troppo in palestra e troppo poco fuori. Devi saperti promuovere, diventare esperto di social. Essere un personaggio seguito. Capire che sei un’azienda che si muove e che la gente non ti segue perché sei forte, ti segue perché interessi. È una qualità che serve, quanto serve quella di essere veloci, potenti. Se non lo capisci farai i titoli mondiali negli scantinati a ventimila euro e poi ti lamenterai che i calciatori guadagnano milioni. Li guadagnano perché generano milioni. Siamo liberi professionisti, come ogni azienda devi essere credibile.”
Da cosa nasce il tuo soprannome, Spartan?
“Nel 2011 ho fatto un torneo giovanile in Ucraina con la nazionale. In finale ho affrontato un pugile della zona. La gente continuava a urlare “Spartan, Spartan, Spartan”. Nel round conclusivo ho recuperato, ho vinto in rimonta. Ero convinto di avere avuto un dannato tifo contro. Sono stato avvicinato da un signore anziano, un professore di storia, appassionato di pugilato. Aveva visto il mio primo match, gli ero piaciuto e aveva visto anche i successivi due incontri. Aiutato dalla nipote, che parlava inglese, mi ha spiegato che io ero stato come gli spartani che non si erano arresi ad Atene. Era stato a lui a parlare con i tifosi. Quel coro era per me. Da quel giorno sono stato per tutti Spartan.”

Sei molto legato ai tuoi cugini Vincenzo Irish Lizzi e Roberto Mumma Lizzi. Come nasce questa fortissima amicizia?
“Da piccolo ho vissuto a lungo a casa di mia zia, la sorella di mio padre (sopra, da sinistra: Roberto, Dario, Ercole, Vincenzo. Foto dal profilo Facebook di Dario Morello). Con Vincenzo facevamo tutto assieme. Alle medie veniva alle cene della mia classe. E quando non c’era, i compagni chiedevano come mai non fosse con noi. Con lui e Roberto abbiamo scelto lo stesso sport. C’è un legame più che fraterno.”
Sei nato a Fuscaldo, vivi a Bergamo. Cosa rappresentano per te?
“Fuscaldo è la mia infanzia, un futuro in costruzione; un ragazzo pieno di sogni che conosceva poco della vera vita. Bergamo è il luogo della maturità. Una vita da adulto, una casa, il lavoro, un sogno concreto, ambizioni reali da uomo. Non da bambino che dice da grande voglio fare l’astronauta.”
Cosa ha detto tua madre quando ha saputo che volevi fare il pugile?
“Soffriva e continua a soffrire, ma è una persona intelligente, capisce che il pugilato per me è stato la salvezza. Credo che il ruolo educativo del genitore sia molto relativo, è la vita che ti insegna a campare. Tutta la mia personalità, il mio modo di vivere, la forma mentis dipende dal pugilato.”
Su questo, consentimi, non sono d’accordo. I genitori ti danno un fondamentale supporto formativo iniziale. Se non lo avessi, andresti a sbattere la faccia contro il muro della vita.
“Forse mi sono espresso male. Mi riferivo all’educazione da un livello intermedio, a salire. È normale che nella prima fase della vita siano i genitori a formarti, ma la maturazione ce l’hai nel modo in cui ti confronti con la vita.”
E la scuola?
“La cultura è un altro aspetto fondamentale della crescita. Dico sempre ai ragazzi che vengono ai miei corsi: non smettete di studiare. E non fatelo perché pensaate vi faccia trovare un lavoro, ma perché la cultura apre il cervello. Lo studio offre i mezzi per analizzare quello che stai facendo, ti offre la capacità di comprendere quale sia la strada migliore per vivere. La cultura è fondamentale. Nello sport, come nella vita.”
Viviamo in un periodo difficile, il numero dei lettori di libri e giornali è clamorosamente sceso, la voglia di capire questa società non sembra più avere un’importanza fondamentale. I social sono diventati spazi dove certificare la propria esistenza in vita. Che ne pensi?
“Sono d’accordo con te. Ma come ripeto spesso, sono troppo vecchio per cambiare il mondo e non ho la forza per farlo. Così preferisco entrare nel sistema e sfruttarne i punti deboli.”
Una parte importante del tuo lavoro è quella di promuovere la tua figura, fidelizzare il tifoso. Convincerlo a venire a vedere te, piuttosto che lo sport che pratichi.
“Sono figlio di una cultura che diceva: diventa forte, vinci e diventerai famoso, poi arriveranno i soldi. Negli anni ho capito sulle mie spalle che in cartellone spesso c’era spazio solo per il più popolare. Ho pensato: se c’è una festa sono tutti felici di avermi con loro, ho la battuta pronto, riesco a interessare l’interlocutore. Forse questa personalità potrebbe aiutarmi nel lavoro. Potrbbe piacere, devo solo fcapire come arla vedere. Così ho cominciato a usare i social. Ho imparato sula mia pelle alcune regole. È un errore cercare di piacere a tutti, il tuo compito è suscitare delle reazioni. Se ci riesci l’algoritmo ti premia, se non le susciti l’algoritmo ti ignora. Non puoi essere pane bianco che va bene con tutto, dalla Nutella al salame. Un insulto vale come un complimento, sui social hanno lo stesso punteggio nella scala verso la popolarità.”
Torniamo al pugilato. Il prossimo match?
“Il 6 dicembre Diego Natchoo e Bilal Jkitou si batteranno per il titolo europeo assoluto. Credo che vincerà Jkitou. È molto solido, ma è proprio come piace a me. Duro, frontale, vuole fare a cazzotti. Spero vinca lui. Poi toccherà all’Ebu. Difesa obbigatoria o volontaria, spero che indica l’asta. Se i pianeti si allinenano, rischio di diventare campione continentale. Dopo, tutto il resto è grasso che cola. Farò qualsiasi cosa, dal bungee jumping al match contro un peso massimo…”

Sei legato sentumentalmente a Serana Brancale, cantante di successo, personaggio molto popolare. In che modo la sua figura è entrata nella tua vita, nella carriera?
“Ci siamo messi assieme prima che lei facesse il boom in popolarità. Quando è sbocciata a livello mediatico ed è finita su tutti i giornali, la cosa è esplosa. Prima di lei, lavoravo con degli youtuber, mangiavamo le pizzette e parlavamo di pugilato. Mi promuovevo attraverso quei canali. Così la gente ha imparato a conoscermi. La cosa bella dei miei sostenitori è che a loro il pugilato interessa poco, sono a bordo ring per me. La popolarità e la bravura di Serena (foto sopra, dal profilo Facebook di Dario Morello) hanno inciso positivamente sulla mia attività. La gente ha visto il video di una canzone in cui compaio anche io. Si è cominciato a parlare più spesso di me sui media. Anche il salto di qualità dal punto di vista pugilistico, l’ho avuto nel momento in cui ho incontrato lei. E il fatto non è stato certamente casuale. A parte il discorso sentimentale…”


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