Si sono chiusi oggi, per gli azzurri, i Mondiali 2025.
La nuova gestione tecnica ha cominciato il lavoro a gennaio di quest’anno. Per questo, pensavo fosse giusto fare, a fine torneo, un’analisi del rendimento dell’Italia prescindendo dalle medaglie conquistate. Questo, fino a una decina di giorni fa.
Alla vigilia dei campionati, a sorpresa, a dettare i parametri dell’analisi è stato il tecnico responsabile Clemente Russo.
Mi aspetto tanto da loro, sia dai maschi che dalle femmine. Andiamo con una squadra forte, competitiva. Noi ci aspettiamo tante cose belle, tante medaglie.
Purtroppo, non è andata così.
Portiamo a casa un bronzo.
E con due vittorie (in alcune categorie) si andava a medaglia.
Fra tutti quelli (uomini e donne) che hanno sconfitto un atleta della nostra Nazionale, nove su dodici sono stati eliminati al turno successivo (Sirine Charaabi, non fa statistica, era in semifinale).
L’Italia ha incassato cinque sconfitte al primo turno, sette al secondo.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, ci siamo presentati senza Aziz Abbes Mouhiidine e Irma Testa. Ho sentito e letto recriminazioni e accuse sul tema. Onore ai due, ma credo che le assenze siano state determinate da una loro scelta o, perlomeno, dalla conclusione naturale del rapporto. Abbes è passato professionista, Irma probabilmente a fine anno chiuderà con questo sport. Non imputiamo a De Carolis anche questo.
Credevo fosse giusto chiedere un cambio di marcia sulla condizione atletica, sulla determinazione, sull’autostima, sulla capacità di cambiare il piano tattico nel corso del match.
Nove atleti su tredici non sono riusciti a rispondere positivamente a questi punti chiave. Se dobbiamo tirare una riga e fare un bilancio, direi che il giudizio finale non possa che essere negativo. Secondo qualsiasi chiave di lettura si intenda sviluppare l’analisi.
A questo punto del percorso, non della nuova guida tecnica ma della Nazionale nella sua storia, l’unica cosa che ci rimane è un passato glorioso. E nulla più.
Sia se parliamo di Olimpiadi (senza avventurarci nella preistoria, circoscrivo il periodo dal 1980 al 2012) quattro ori, cinque argenti, sei bronzi.
Sia se parliamo di Mondiali (tutti) 12 ori, 11 argenti, 18 bronzi.
La conclusione è la stessa.
La storia regge, la cronaca no.
Fallimento totale, non trovo altre parole, per il settore maschile.
In linea, del resto, con la tradizione del recente passato. Zero medaglie a Rio 2016; mancata qualificazione a Tokyo 2020; tutti fuori a Parigi 2024 (un solo match vinto). Nei Mondiali, l’ultimo oro è datato 2013 (Clemente Russo). Le ultime medaglie sono quelle di Aziz Abbes Mouhiidine (argento a Belgrado 2021) e Salvatore Cavallaro (bronzo nella stessa edizione).
Tutto questo, accompagnato dalla triste situazione del professionismo (settanta titoli mondiali a disposizione, non ne abbiamo neppure uno!), ha portato il pugilato nella terra di nessuno. Lontano anni luce dagli altri sport che in Italia raccolgono successi e popolarità: tennis, pallavolo, atletica leggera e (ovviamente) calcio. E mi fermo qui, per l’amore che provo per il pugilato. Ci vorrebbe un Sinner o un Velasco per tirarsi su. Non ne vedo in giro.
La boxe è un paesino sperduto nel mondo dello sport italiano. E presto avrà anche meno risorse. Perché Sport e Salute dispensa contributi (5.436.573 euro quest’anno) anche e soprattutto in base ai risultati.
L’universo della boxe è un monolocale in cui si affollano e spingono, urlando per farsi largo, strani personaggi convinti di essere gli unici ad avere l’uso della ragione. I fatti dicono il contrario, e quelli contano più delle parole. Medagliette e cinturine non definiscono un fuoriclasse, ma hanno la colpa di offrire riparo a chi è in cerca di visibilità e niente più.
Servirebbe un cambio di mentalità anche fuori dal giro della Nazionale. Anche tra gli appassionati. Non tutti quelli che salgono sul ring sono campioni. Lo sono, nel dilettantismo, quelli che vincono Mondiali o Olimpiadi. Gli altri, quelli che vanno a medaglia nei tornei di livello inferiore ai due appena elencati, sono buoni pugili.
Arbitri e giudici, da quasi dieci anni, non mi sembrano all’altezza dei tornei in cui sono impegnati. Ma questo non può essere sempre e comunque usato come alibi per qualsiasi sconfitta. A sentire quelli del giro, gli italiani non perdono mai. Tutti fenomeni, tutti incompresi, tutti vittime. Finché il malato non ammette di esserlo, non può guarire.
I Mondiali, seconda competizione in ordine di importanza per la boxe dilettantistica, sono stati quasi totalmente ignorati dai media. Se ne parla nella piazza del paesino, tra adepti, si litiga tra appassionati. Ma in pochi hanno il coraggio di guardare fuori dalla finestra. Se lo facessero, vedrebbero che sono davvero pochi quelli interessati alla disciplina. È difficile ammetterlo, ma giornali, televisioni, radio, media in generale, giovani e meno giovani sono travolti da altro, appassionati ad altro, interessati a campioni che non hanno nomi dei pugili di casa nostra. Parlo dei milioni di telespettatori per gli Slam di Sinner, per Olimpiade e Mondiale delle pallavoliste, per il calcio nonostante sia in calo di popolarità, per i Mondiali di atletica leggera. Neppure l’intero movimento pugilistico, tutto e tutti compresi, si avvicina lontanamente a questi numeri.
Inventate scuse, create falsi trionfi, ingigantite buoni pugili spacciandoli per fenomeni. E continuiamo a non vincere Mondiali, a perdere alle Olimpiadi. Alla boxe dilettantistica rimangono gli exploit, isolati purtroppo.
Sirene Charaabi è stata l’unica medaglia azzurra, bronzo nei 54 kg, a Liverpool. Prima dei Mondiali un segnale lo aveva lanciato, una vittoria che voleva sottolineare una crescita di autostima, e in questo credo che dei meriti De Carolis li abbia. A Parigi ‘24 aveva perso nettamente contro Nkhjargal Munguntseteg. Nel maggio scorso l’aveva battuta in un torneo della World Boxing. Ai Mondiali ha confermato le sensazioni della vigilia. Bronzo, con alle spalle un match perfetto contro una forte rivale come la turca Hatice Akbas, argento all’Olimpiade di Parigi, oro ai Mondiali del 2022, argento a marzo in Serbia nei Mondiali targati IBA.
Il torneo non è andato come pensavano all’interno dello staff tecnico. Vista da fuori la realtà sembrava ampiamente prevedibile.
Chiudo con le stesse ultime righe del mio pezzo di presentazione dell’evento.
Un fallimento, non intendo solo sul piano dei risultati, ma anche e soprattutto su quello delle condizioni della squadra nel suo insieme, sarebbe un colpo micidiale per la boxe dilettantistica. E per il pugilato italiano.
Buon fine settimana a tutti.



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