
Tyson Fury paga pegno a un fisico non certo statuario. Ho già espresso questa mia convinzione, la ribadisco nella settimana del match più importante della sua carriera.
Il grasso che appesantisce i suoi fianchi straccia l’immagine del peso massimo alla Muhammad Ali. Eppure è un gigante di 2.06 per 120 chili che si muove con agilità, a tratti addirittura danza sul ring. Il suo jab è uno spettacolo.
La resistenza ai colpi è incontestabile. Il knock down subito per colpa del destro di Deontay Wilder è stato devastante. Pochi, pochissimi sarebbero stati in grado di rialzarsi e combattere. Perché Wilder non avrà tecnica, ma il suo destro è un’arma che quando arriva provoca disastri.
Fury è intelligente sul ring, sa cambiare tattica a seconda dell’avversario e del momento. Ha pesantezza nei colpi.
È un campione.
La mania delle classifiche all time, un gioco e niente più, sminuisce a mio avviso la bellezza della boxe. Diverso il contesto storico, gli avversari, la preparazione, l’alimentazione, gli aiuti della scienza, gli studi tecnici.
E poi, la memoria inganna.
Ci portiamo dietro i ricordi belli, cancelliamo quelli scomodi. Ali, Frazier, Foreman sono stati dei grandissimi. Joe Louis lo è stato di più. Per modernità, tecnica, potenza, longevità. Ma non lo sento citare quasi mai, sicuramente poche volte rispetto al trio delle meraviglie.
Il presente non può competere su questi livelli, manca della drammaticità del pionierismo, della risonanza universale degli anni Settanta, della popolarità mostruosa di più campioni nello stesso periodo storico, di una diffusione planetaria degli eventi attraverso il mezzo televisivo che ora opera seguendo dinamiche diverse.
Tyson Fury non è Ali, né tantomeno Joe Louis. Ma è un grande peso massimo, degno campione del mondo e re indiscusso del momento in cui esercita il suo mestiere. Credo meriti rispetto. Anzi, ammirazione.
Però…
C’è un però. Non ispira affidabilità. Non sai mai se e in quali condizioni si presenterà sul ring. A volte va su solo per soldi, non cura i dettagli, ignora chi sia e come combatta l’uomo che si troverà davanti. E così fa una bruttissima figura come è accaduto contro Francis Ngannou. Sale a 126 kg di peso e rimedia anche un knock down, per poi vincere ai punti e per split decision contro uno che Anthony Joshua ha liquidato in meno di due riprese.
È in quest’ultimo capoverso la rappresentazione del dubbio sul pronostico. Quale Fury ci troveremo davanti per il match con Usyk? In che condizioni di forma sarà?
L’unica certezza è che metterà in banca altri 105 milioni di dollari, che sommati ai 145 già guadagnati in carriera fanno 250. Niente male per essere quello che i tifosi da social dipingono, una nullità o poco più.
Ancora una volta, come è sempre accaduto e ancora accade con un fenomeno del valore pugilistico di Floyd Mayweather, si confonde il giudizio sull’atleta con quello sull’uomo. Perché, comunque finisca sabato, Tyson Fury ha mostrato in carriera di essere un peso massimo di assoluto valore.
Un ultimo appunto sul match contro Usyk di sabato a Riyadh, Arabia Saudita.
La domanda più frequente che sento in giro è: dopo 25 anni ci sarà un solo campione del mondo dei pesi massimi. Per quanto tempo il titolo resterà nelle mani di un unico pugile? La risposta mi sembra tutto sommato semplice. Almeno per un anno, infatti i due protagonisti hanno firmato un accordo in cui è prevista, comunque vada, la rivincita. Dopo che si sarà fatta, le cinture torneranno a separarsi.
Wbc, Wba, Ibf e Wbo designeranno i loro sfidanti ufficiali e imporranno dei tempi per le difese obbligatorie. Il detentore allungherà questi tempi, ma entro fine 2025 dovrà cominciare a rispettarne almeno uno. Sarà l’inizio della fine.
Dovremo aspettare altri 25 anni prima di tornare a un unico campione del mondo dei pesi massimi?
Lo scopriremo solo vivendo.

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