
La storia di Deontay Wilder ruota attorno a un prima Tyson Fury, e un dopo Tyson Fury. L’1° dicembre 2018 quando ha incontrato il britannico ha capito che le sue avventure sul ring non sarebbero più state le stesse. Aveva un record da paura (40-0, 39 ko), un fisico da invidiare e un destro con cui dava l’impressione di poter buttare giù una quercia. Anche quella sera il diretto è andato a segno, anche quella sera il rivale è stramazzato al tappeto. Ma poi quello si è tirato su e ha ripreso a picchiare. È finita con un pari per split decision. Poi sono venute due sconfitte per ko, devastanti. Tyson Fury è ancora oggi il campione del mondo dei massimi per il WBC.
5,1,6,10.
I numeri a volte raccontano una storia.
Questi parlano di un periodo felice, di sorrisi e pacche sulle spalle.
Cinque anni, un mese, sei giorni, dieci difese.
Raccontano di quando la gente per strada lo salutava gridando “Hi, Champ!”. Al ristorante aveva sempre il tavolo migliore, in discoteca non c’era bisogno di fare la fila e i giornalisti chiamavano ogni settimana.
Poi, non è andata più così.
Il finale di questa storia è sempre lo stesso, un appello all’angelo custode, all’unica cosa che può farlo tornare a sorridere.
Il suo diretto destro.
Non è un colpo, è un’arma letale. Lo porta in modo quasi perfetto.
E non fa prigionieri.
“Gli altri per pensare di battermi devono essere perfetti per dodici riprese, a me bastano due secondi”.
Pensa tanto questo gigante dell’Alabama. Pensando torna indietro nel tempo, la mente attraversa un percorso insidioso, pieno di buoni e terribili ricordi.
Tempo fa il giornalista Manouk Akopyan ha raccontato la sua anima su boxingscene.com.
Ha ricordato come il campione fosse addirittura arrivato a pensare al suicidio nel 2005, quando sua figlia Naieya era nata con la spina bifida.
Abuso di alcool e droghe l’avevano portato verso la depressione.
Il successo può renderlo di nuovo felice.
Vuole tornare a sorridere.
Insegue una sfida con Anthony Joshua, proprio oggi è apparsa un’altra possibile data: 7 marzo 2024, in Arabia Saudita. Prima però deve battere Joseph Parker. E deve farlo domani, sabato 23 dicembre. A Riyadh, nel Giorno del Giudizio.
Joseph Parker ha tre sconfitte in carriera. Due ai punti con Anthony Joshua e Dillian Whyte, la terza contro Joe Joyce. Quest’ultima è la più devastante. Un ko all’undicesimo round, dopo avere preso una sufficiente dose di botte. I bookmaker gli concedono poche possibilità. Pagano cinque volte la posta, mentre Wilder è dato appena sopra la pari (1.16). Ancora una volta condivido il pronostico con loro.
“Pà, giochiamo”
“A cosa vuoi giocare, Jo?”
“Bum, bum!”
East Mangere, periferia di Auckland, anno di grazia 1995.
Il papà si chiama Dempsey. Se ti danno un nome così, in onore del mitico Jack campione dei pesi massimi nei ruggenti anni Venti, non puoi non innamorarti del pugilato.
Il piccolino è Joseph, ha tre anni e quando Pà gli ha regalato un paio di guantoni da boxe ha sorriso felice.
Dempsey si accovaccia sui talloni e apre il palmo della mano.
“Qui piccolino, qui! Ma non farmi male”, mentre lo dice non può fare a meno di sorridere.
Il signor Parker ha una gamba che non funziona molto bene, qualcuno gliel’ha schiacciata quando era ancora un bambino. Lavora in un’acciaieria, è sposato con Sala. Vengono da Faelula, cittadina nell’arcipelago delle Isole Samoa, meno di 2600 abitanti e un’umidità che a volte tocca il 98%. Hanno un bambino più piccolo di Jo, John, e una figlia più grande: Elisabeth.
“Jo, hai un fisico che promette bene, se ti preparerai con serietà potrai diventare un professionista. E con i tuoi guadagni potremo riunire tutta la famiglia”.
Il ragazzo si chiede cosa voglia dire, la famiglia è già riunita. Vivono tutti e cinque assieme e non ci sono nubi all’orizzonte.
Qualche tempo dopo imparerà il significato di quelle parole.
Il nonno paterno ha 18 figli. Nonna Ramona ne ha altri otto da precedenti matrimoni. Il papà di Sala ha avuto 24 figli da tre mogli diverse. In giro per il mondo ci sono almeno un centinaio di cugini.
Ecco cosa intendeva Dempsey Parker quando diceva “unire la famiglia”.
Diventa professionista. Vince, vince ancora, continua a vincere.
Nella semifinale mondiale affronta Carlos Takam e lo supera. Poi, tra un rinvio e l’altro, la sfida per il titolo Wbo dei massimi contro Andy Ruiz.
Batte anche lui al termine di un match molto equilibrato, un incontro il cui verdetto scatena infinite polemiche, e diventa il primo neozelandese a conquistare una corona così importante.
Torna a casa e viene celebrato come un eroe popolare. Sogna di diventare famoso come gli All Blacks. Dan Carter, fino a qualche anno fa mitico mediano d’apertura di quella mitica squadra, gli scrive via Twitter: “Buona fortuna fratello, te lo meriti”.
Affronta Anthony Joshua davanti a 80.000 spettatori. Il papà non ha dubbi.
“Porteremo il titolo a casa!”
Non va esattamente così.
E adesso, pensa, sia arrivato il tempo di riprendersi quello che era suo.
Deontay Wilder è grande e potente, ma Joseph Parker ha una maledetta voglia di sentirsi chiamare nuovamente campione, Hi champ.
Chissà, forse, ma non ci credo.


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