Al Piccolo museo del diario, i cassetti della memoria raccontano…

La memoria è determinante. È determinante perché io sono ricco di memorie e l’uomo che non ha memoria è un pover’uomo, perché essa dovrebbe arricchire la vita, dar diritto, far fare dei confronti, dar la possibilità di pensare ad errori o cose giuste fatte. Non si tratta di un esame di coscienza, ma di qualche cosa che va al di là, perché con la memoria si possono fare dei bilanci, delle considerazioni, delle scelte, perché credo che uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover’uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita.
(Mario Rigoni Stern)

Una mattina di agosto, giravo per le strade della Toscana quando, improvvisamente mi sono sentito assai vicino a Ray Kinsella.
L’uomo dei sogni, la storia, diventata film, di un agricoltore che costruisce un campo da baseball seguendo il suggerimento di una voce misteriosa.
Non sa né come, né perché. Sa solo che deve farlo.
Non sono Kevin Kostner, il protagonista di quella pellicola, mi basta uno specchio per capirlo casomai avessi esagerato con il vino. Ma con i sogni ho un forte legame. Così quando Francesca e Mauro, mentre cenavamo al Giardino di Piero a San Sepolcro, ci hanno detto: “Dovete visitarlo!”, a mia moglie Giuliana e a me è sembrato che non ci fossero alternative. Dovevamo farlo.
Siamo andati al Piccolo museo del diario di Pieve Santo Stefano.
Appena entrati, abbiamo capito che il viaggio ci avrebbe portato molto lontano.
Fuori del Palazzo Pretorio avevamo appena lasciato il mondo reale, prigioniero delle sue nefandezze. Purtroppo, lì saremmo dovuti tornare dopo un paio di ore.
Guerre; sanità, economia e scuole dissestate, poveri sempre più poveri ricchi sempre più ricchi, violenza, evasione fiscale. Una società in cui il bene comune quasi mai è di tutti, ci mette un attimo a diventare di nessuno.
Per caso o per fortuna, le brutture di tutti i giorni, per una breve e inaspettata pausa temporale, non avrebbero fatto parte del nostro universo.
Eravamo in viaggio. Il percorso era suggerito dalla memoria, sollecitata dalla voce di una giovane guida. Ascoltata l’introduzione, avevamo aperto la porta dell’Archivio.
C’era, oramai, come un rumore speciale, un fruscio di germogli che saliva dall’Archivio, dopo tanti anni che si riempiva di storie di italiani; un rumore che era fatto di questo insieme di voci di tanti “senzastoria” che raccontavano la storia di un popolo. E noi avevamo il privilegio di ascoltare questo rumore speciale” (Saverio Tutino, inviato di guerra de La Repubblica. Ha ideato e creato il Museo nel 1984).
Un Diario non è il racconto per un solo lettore, che poi è lo stesso che lo scrive. È piuttosto uno specchio in cui l’autore narra la propria vita e mette quella narrazione a disposizione di chiunque voglia ascoltare. È la sua storia, ma anche quella delle persone con cui è venuto a contatto. Racconti che si sommano ad altri racconti. Sono tutti custoditi nei cassetti della memoria. Lettere, autobiografie, storie, diari. Riposano lì, uno accanto all’altro in ordine casuale. Magari infastiditi del compagno del cassetto accanto, ma tutti pronti a regalare emozioni forti, quelle che nascono dalle parole.
Uomini, donne, nobili, poeti, contadini, gente di cultura e analfabeti. Ognuno ha qualcosa da raccontare. E lo fa quotidianamente con chiunque abbia voglia di stare a sentire.
Apri uno dei cassetti e come per magia ti senti immerso in un’atmosfera onirica. Per godere di quelle emozioni che i diari regalano, dovrai però osservare un atteggiamento consono al luogo. Ti dovrai presentare con l’animo predisposto ad accogliere la poesia del momento.
È tutto impalpabile all’interno del museo. Affermazione che potrebbe sembrare paradossale, se pensassimo a quanto ogni racconto sia fortemente legato alla realtà. Soldati in guerra, migranti pronti ad andare all’America (come si diceva al tempo) o in Australia, le tragedie del Covid. Una storia, un’altra, un’altra ancora.
Camminare lungo il sentiero dei ricordi ti fa diventare abitante di un mondo parallelo, dimentichi la giungla che hai lasciato quando ti sei chiuso la porta alle spalle. E ti senti meglio. Più che una medicina forte, è un panno caldo che riscalda il tuo cuore.
Ogni cassetto una storia, letta da un attore. Ascolti. Sorridi, ti rattristi, ti commuovi, ti senti felice. Insomma, fai il pieno di emozioni. Tutino ha indicato la strada, dopo di lui diversi navigatori hanno arricchito a loro modo quel luogo magico riempiendolo di nuove storie.
Hanno salvato i diari dall’oblio, dalla distruzione. Diari scritti dalle persone semplici, non necessariamente quelle che la storia ha onorato di un nome in cartellone. È un patrimonio meraviglioso e unico” (Walter Veltroni).
Il dono della memoria è uno dei più belli che un uomo possa ricevere. A Pieve Santo Stefano questo incredibile museo lo dispensa con generosità.
Chiudo citando i due ricordi che hanno lasciato un segno più marchiato nella mia mente.


Lui si chiamava Vincenzo Rabito. Siciliano semianalfabeta, spesso trasformava il suono della parola nello scritto. Ha raccontato senza alcuna ricercatezza letteraria, ma con la forza devastante della parola sincera, la guerra sul Piave, la povertà del Meridione, la Libia e l’Abissinia in camicia nera, lo sbarco degli americani, il banditismo e molto altro ancora. Un romanzo di 1027 pagine, fitte fitte, scritte di nascosto con una vecchia Olivetti. I primi tentativi erano finiti male, bruciati dalla moglie. Donna di cui il signor Rabito parlava decisamente in malo modo nei suoi scritti. Solo dopo essersi nascosto nella soffitta, svegliandosi all’alba e lavorando per due ore ogni giorno, era riuscito a chiudere il romanzo in sette lunghi anni.
Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaromonte Qulfe, d’allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Querriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molto maletratata  e molto travagliata e molto desprezata. Il padre morì a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele, 3  femmine” (Vincenzo Rabito).
Ha scritto di lui Andrea Camilleri.
Cinquant’anni di storia italiana patiti e raccontati con straordinaria forza narrativa. Un manuale di sopravvivenza involontario e miracoloso”.

L’altra regalo per la nostra memoria mi è apparso davanti con una forza devastante.
Occupava un’intera parete de La stanza del lenzuolo, un luogo incantato in cui si respira la dolcezza e la determinazione di una donna e il suo amore per il marito, con cui aveva diviso gran parte della vita. 
Il lenzuolo è sulla parete alla destra della porta di ingresso, custodito in una teca realizzata, a regola d’arte, dalla stessa azienda che ha costruito la teca a protezione della Gioconda al Museo del Louvre.
Clelia su quel lenzuolo a due piazze, notte dopo notte, ha scritto con un pennarello le vicende di una vita contadina del mantovano, la grande passione per il marito Anteo. Ha titolato il racconto Gnanca na busia. Un grido d’amore lanciato mentre veniva travolta da un senso di solitudine devastante, nel ricordo di chi, standole accanto, l’aveva accompagnata lungo i sentieri di una vita felice. 
Una notte non avevo più carta. La mia maestra Angiolina Martini mi aveva spiegato che i Truschi avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Ho pensato, se l’hanno fatto loro lo posso fare anch’io. Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensatosi di adoperarle per scrivere” (Clelia Marchi).
Quando siamo usciti dal Museo ci siamo immersi in una bella mattina d’estate, nonostante il caldo non conoscesse il basta, come diceva molti anni fa una signora incrociata in vacanza.
Eravamo contenti, felici di avere seguito il consiglio dei nostri amici. Avevamo appena avuto la conferma di quanta verità ci sia nelle parole di Luis Sepùlveda: Un popolo senza memoria, è un popolo senza futuro.
Per noi over 70 il tempo a venire si prospetta meno avventuroso di quello già vissuto. Ma se dentro di noi riuscissimo a conservare uno spirito giovanile e la curiosità di sperimentare altri sentieri della vita, la memoria potrebbe aiutarci a ricordare i giorni felici, sperando di crearne di nuovi.  
Pieve Santo Stefano, la Città del Diario. 
Vale la fatica di un viaggio, ad aspettarvi troverete l’avventura di un ritorno al futuro.
Farete il pieno di emozioni, per poi custodirne la memoria.

IL PICCOLO MUSEO DEL DIARIO, Palazzo Pretorio Piazza Plinio Pellegrini 1, Pieve Santo Stefano (Arezzo).

I virgolettati di Saverio Tutino, Walter Veltroni, Vincenzo Rabito, Andrea Camilleri, Clelia Marchi sono tratti da PICCOLO MUSEO DI INFINITE MEMORIE.
Le foto sono di Luigi Burroni.


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