Storia di Ugo, il pugile della Garbatella diventato campione olimpico

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Alexis “Polpetta” Prushov era alto 218 centimetri, pesava 145 chili e portava scarpe numero 52. Era un gigante con un record di 215 vittorie da dilettante, 201 delle quali per knock out. Negli Stati Uniti, dove aveva combattuto, lo chiamavano “la bestia che viene dall’Est”. In Russia lo chiamavano più affettuosamente “l’assassino”.

Era l’avversario in finale di Ugo Ceccarelli.

Per scaramanzia e per non lasciarsi influenzare, il ragazzo della Garbatella non aveva mai voluto vedere gli altri match del torneo. Così ora ignorava come fosse fatto l’ultimo rivale. Arrivato davanti al ring, si era rivolto al maestro.

«Nun m’avevi detto che prima da’ finale avrebbero inaugurato er monumento al pugilatore. Che ce sta sotto a quell’enorme drappo blù?»

«Il tuo avversario».

«Voi di’ che sotto ar monumento c’hanno nascosto er russo?»

«Voglio dire che il monumento È IL RUSSO».

«Ma quello sarà armeno du’ metri».

«Due e 18 per la precisione».

«Cheeee?»

«Non ti spaventare, vedrai che sarà meno dura di quanto pensi».

«Te credo. Ar primo cazzotto so’ già morto, l’artri manco li sento».

«Niente paura. Lo portiamo a casa questo oro».

«Tu forse a casa ce ritorni. Io nun lo so. Prima de falla finita, tojeme ‘na curiosità. Perché ‘o chiameno “porpetta”? Je piacciono?»

«Ughetto, te lo dico dopo il match».

«No, ‘o vojo sapè adesso, dopo er match potresti dillo solo agli eredi».

«Dicono che sia per il modo in cui reduce i suoi avversari».

«Ricordate. Vojo esse cremato e dono tutti l’organi».

Gong. Prima ripresa della finale olimpica, pesi supermassimi, Londra 2012.

Il gigante avanzava lentamente verso Ugo che continuava a danzare sul ring.

“Vola come una farfalla, pungi come un’ape” ritmava Bundini Brown, dall’angolo di Muhammad Ali.

“Questo se move come un SUV e mena come un fabbro” era il pensiero che tormentava Ugo.

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Il diretto sinistro di Prushov gli aveva subito provocato danni seri al naso. Il sangue gli aveva riempito la bocca. Pedalando, pedalando, schivando, tirando jab in continuazione aveva limitato i danni e chiuso in piedi la prima ripresa.

All’angolo, il maestro si stava dando da fare. Gli spruzzava l’acqua sul viso, l’asciugava, gli metteva la vasellina sulle arcate sopracciliari, gli dava da bere. E solo quando il romano aveva recuperato un minimo di lucidità, cominciava a parlargli.

«Lui è potente, ma lento. Fallo muovere. Poi, accorcia la distanza e piazza I tuoi colpi. Non credo sia resistente. Gioca la tua arma migliore. Devi esser rapido”

“Eeeh?”

“Entra e esci, entra e esci, entra e esci».

«Me sa che ‘na vorta entrato quello nun me fa più usci’».

Nell’arena all’aperto della Garbatella c’era il pienone. Esauriti anche i posti in piedi. Varechina, Macarena, Bingo, Palletta, Frullino, Peppe er boia, Fificchio e Uniplus erano in ginocchio. Pregavano. Non per la vittoria del loro giovane amico, ma per la sua salute. Erano convinti che quella bestia russa non gli avrebbe permesso di tornare a casa.

Marilyn e Elvis aveva gli occhi pieni di lacrime. Non avevano mai avuto così tanta paura per il loro ragazzo.

C’era anche Clara. Il direttore aveva voluto che scrivesse un servizio sulle emozioni del rione davanti alle geste di un uomo del popolo che diventa un eroe.

“Ma anche una vittima, va bene comunque”.

In una delle ultime file Giovanni Strambelli e Adriana Tulliani Frittozzi, mano nella mano, stavano soffrendo per quel ragazzone che in fondo era così simpatico e sapeva farsi voler bene. Il commissario aveva mandato giù una pasticca contro l’allergia ai giganti che picchiano gli amici.

La Pornonana era sulle tribune del Palazzo dello Sport londinese. Indossava jeans e T-shirt, sotto aveva anche il reggiseno. Aveva voluto fare le cose perbene per non turbare il suo uomo.

Gong. Secondo round.

Sbam sbatapumf!

Ancora il diretto sinistro di Prushov, era andato a segno sbucando dal nulla. Adesso Ugo era appoggiato alle corde, il problema era che il russo si era appoggiato a lui. Centoquarantacinque chili di muscoli che premevano sul corpo del più piccolo dei Ceccarelli. Altri cinque secondi e sarebbe morto per asfissia.

Per fortuna l’arbitro aveva chiamato il break e l’altro si era dovuto allontanare. “Polpetta” aveva un cranio enorme, le arcate sopracciliari erano sporgenti come un terrazzino. La mascella era grande il doppio del normale. Una bestia, che stava avventandosi un’altra volta contro di lui.

Ugo scivolava di lato, uno spostamento verso sinistra che mandava a vuoto il colpo preparato dal russo. In quel momento si apriva uno spiraglio nella guarda del nemico. Serviva coraggio per andare a colpirlo. Ceccarelli ne aveva in abbondanza. Faceva perno sulla gamba, metteva dentro la dinamicità dei muscoli della spalla, girava il pugno e andava a centrare Prushov proprio sul mento. Una botta fulminante, un lampo, un capolavoro di tecnica. Quel pugno veniva direttamente dal cielo, era il premio per chi aveva trovato la strada giusta accettando le fatiche dell’allenamento, le sofferenze delle privazioni, le cattiverie degli incompetenti.

Lentamente Alexis Prushov si afflosciava al tappeto. Sembrava stesse fuggendo, stava solo cercando rifugio in qualsiasi cosa riuscisse a restituirgli stabilità. Giù. Un uomo in croce. Gli occhi fissi nel vuoto. Aperti, spalancati per guardare in faccia la paura. In un disperato gesto di orgoglio, cercava di rimettersi in piedi, ma sprofondava tra le braccia dell’arbitro che adesso teneva su quel gigante come fosse un bambino.

Ugo l’aveva visto andare giù e non aveva voluto sporcare quel momento con un altro colpo. Non serviva. Tutto stava per finire come aveva sempre sognato. L’arbitro neppure cominciava il conteggio, il russo era kot al secondo round.

Ugo Ceccarelli, il ragazzo della Garbatella, era il campione olimpico dei pesi massimi. L’oro volava in Italia.

Urlavano, si abbracciavano, saltavano sulle sedie gli spettatori dell’arena all’aperto. La Chiesa del quartiere suonava le campane. I cani ululavano alla Luna. Giovanni e Adriana si baciavano, Clara piangeva, Marilyn e Elvis non riuscivano a fermare il fiume di lacrime. Varechina, Macarena, Bingo, Palletta, Frullino, Peppe er boia, Fificchio e Uniplus stavano dando vita a un girotondo infinito. Nascosto in ultima fila, primo posto a destra, applaudiva anche l’appuntato Mariva.

Paola danzava sulle gradinate del Palazzo dello Sport, mentre centinaia di italiani ritmavano il nome del suo amore.

«U-go, U-go, U-go, U-go, U-go».

(da E mo t’ammazzo di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)


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