Nino si sentiva felice. La moto, il mare, l’amore. Poi la morte…

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Ogni anno, quando agosto si avvia verso l’ultima decade, penso a lui. E mi dico che sarebbe giusto ripubblicare la sua storia, così come me l’hanno raccontata qualche tempo fa. È la storia di Nino Castellini, giovedì prossimo saranno passati quarantacinque anni da quando se ne è andato via per sempre. Era un giorno di sole, correva sulla moto della passione, accanto al mare di casa, abbracciato all’amore della vita.

Per quanto bella sia stata
la commedia in tutto il resto,

l’ultimo atto è sempre sanguinoso.
Alla fine, con una vanga
si getta della terra sulla testa.
Ed ecco fatto, per sempre.
(Blaise Pascal)

Aveva i capelli folti e mossi, di un colore corvino da buon mediterraneo. Occhi marroni, baffoni spioventi. Non potevi non riconoscerlo al primo sguardo. E poi c’era quel sorriso disarmante, una linea d’amore che addolciva il corpo massiccio, muscoloso, pieno di voglia di vivere.
Antonio, ma da sempre tutti lo chiamavano Nino, era nato nell’aprile del ’51 e faceva il pugile.
Dilettante poco più che bambino, la boxe scoperta nella palestra del maestro Franco Tomaselli. Duemila lire a match, poi era arrivato il titolo italiano dei welter e il compenso era salito fino a quindicimila. L’Olimpiade maledetta di Monaco ’72 aveva chiuso quella parte dell’avventura.
Adesso era professionista, campione italiano dei medi jr, e sembrava proprio che in arrivo ci fosse l’europeo contro Vito Antuofermo.
Antonio Nino Castellini si sentiva felice. Era salito sulla moto comprata da poco, una Kawasaki fiammante, ed era andato a prendere lei.
“Ieri sera, come al solito, abbiamo tirato tardi, abbiamo parlato di tante cose e fatto per la prima volta progetti mai fatti chiaramente prima. E poi c’è da portare anche la mia mitica 500 blu da Emanuele. Ieri sera facendo la curva a Piazza Leoni la macchina ha sbandato, perchèésembra che i freni non abbiamo fatto il loro dovere, lui si è arrabbiato moltissimo e mi ha detto che non devo assolutamente andare in giro così, che è estremamente pericoloso, per cui oggi al mare si andrà con la sua moto e la macchina la lasciamo in officina. Bisogna anche andare a prendere il regalo per mio fratello Yari, oggi è il suo onomastico e lui vuole assolutamente fargli un bel regalo, perché per il compleanno a giugno non è potuto venire su a Milano a causa degli allenamenti. Gli compreremo una bella pista con il trenino elettrico, sa già dove andarla a prendere, da un suo amico in via Roma, poi andremo a prendere una bella torta, gli ho fatto presente che non è un compleanno, ma lui non vuole sentire ragioni, dice che l’onomastico del suo “figlioccio” va festeggiato come si deve”.

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La Palermo-Punta Raisi è un’autostrada da cui puoi vedere il mare. Era una giornata di sole e lei da dietro lo stringeva con affetto. Nino pensava agli anni difficili. Undici i figli di Paolo e Angela, sei maschi e cinque femmine. Salvatore, Achille, Enzo, Ignazio, Caterina, Pina, Mariella, Franca, Rosetta, Rita, una bimba morta poco dopo la nascita e Nino.
Vivevano al Noce, un quartiere molto popolato e povero di Palermo, chiuso tra la Zisa, Malaspina-Palagonia e la tangenziale.
Il papà faceva l’usciere, la mamma sgobbava come solo le donne povere ma oneste sanno fare. Nino lavorava come muratore. Poi la boxe aveva portato qualche soldo in casa e lui aveva cominciato a dividerlo con la famiglia dedicandosi solo al pugilato.
Ora qualcosa di speciale stava di nuovo cambiando la sua vita.
“Ancor prima del suono del clacson ho sentito il rombo della moto, non è che io sia molto felice di questa scelta, preferivo l’Alfa dove ho imparato a cambiare le marce in quella stradina isolata dalle parti di Scopello, ma lui sembra così felice in sella alla sua moto, che non me la sento ogni volta di ripetergli sempre la stessa cosa, magari col tempo lo convincerò a rivenderla. Come farà se no a venirmi a trovare quando è su a Nervi, soprattutto d’inverno, l’autostrada dei fiori non è che sia poi così bella: piena di nebbia, neve e vento. Meglio una bella macchina, no?”

Castellini (sopra il tributo che gli ha dedicato Tony Castellana) era diventato un nome popolare, non solo a Palermo. La boxe di Nino era definita grezza dagli esteti del pugilato. Ma era anche estremamente concreta. Un fighter che non faceva mai un passo indietro. Non era un caso che il suo idolo fosse Sandro Mazzinghi. Aveva coraggio e potenza dei colpi, ma bisognava lavorare sopra quella voglia infinita di andare avanti, di sbilanciarsi in attacco alla ricerca del colpo che avrebbe risolto la sfida. Rischiava troppo e questo non andava bene. Glielo aveva ripetuto più volte il maestro Tomaselli, glielo diceva anche Rocco Agostino. Il giovanotto palermitano era entrato nella colonia della Fernet Branca, si allenava spesso a Bogliasco, viveva a Villa Flora. E non deludeva quasi mai.
Certo, aveva messo assieme le sue quattro sconfitte. Ma di nessuno riusciva a lamentarsi, se non di quella squalifica per eccesso di foga contro Damiano Lassandro. Sapeva che con il tempo una vittoria avrebbe cancellato quella macchia.
“Adesso andiamo a fare un bagno a Capaci, ma prima passiamo da quel negozio di giocattoli che c’è in via Roma, così mi faccio mettere da parte il regalo e nel pomeriggio al ritorno dal mare passiamo a prenderlo.
Lui spiega ad Emanuele il problema che ha avuto la mia macchina la sera prima, dice che non si sente tranquillo nel sapermi in giro per Palermo con quel mezzo, vuole che gli dia una bella occhiata e poi di farci sapere cosa c’è da fare. Mi porge gli occhialoni, infila il suo casco, un ultimo saluto ad Emanuele e via”.

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La vittoria con Aldo Bentini a Palermo gli aveva portato in casa il titolo italiano. Una soddisfazione. Altre se ne era prese lungo il cammino battendo Walter Guernieri, Pascal Zito, Marcel Giordanella, Vincent Parra. Aveva perso contro Vito Antuofermo, ma adesso era in arrivo la rivincita. E in palio ci sarebbe stato addirittura il titolo europeo.
Si sentiva internazionale Nino, anche se conservava l’animo semplice e combattivo della gente del Sud. Di quelli che sanno che per arrivare a cogliere la mela devi faticare, non casca da sola.
Aveva combattuto a Parigi, nel dicembre del ’75. Al Nouvelle Hippodrome aveva perso ai punti contro Jules Bellaiche. Era la stessa notte in cui Carlos Monzon aveva distutto in cinque riprese Gratien Tonna.
Il record di Castellini adesso parlava di 28 vittorie, 14 per ko, e quattro sconfitte. Ma era il suo rapporto con il pubblico, con la gente a essere il risultato più bello. Entrava in contatto diretto, aveva una forza naturale per comunicare con le persone. E tutti gli volevano subito bene.
“Siamo dalle parti di via Roma, c’è molto traffico, andiamo piano e ad ogni incrocio c’è sempre qualcuno che lo riconosce e lo saluta. Penso che al mare non ci ariveremo più. Glielo dico e lui fa il mitico fischio e ride insieme a me. Il negozio di giocattoli è chiuso, apre nel pomeriggio.
-Pazienza – mi dice -Vorrà dire che torneremo prima dal mare, così avremo tutto il tempo per scegliere il regalo ed andare a prendere la torta.

Matchs

La vittoria contro Damiano Lassandro gli aveva restituito il titolo italiano. Erano passate meno da due settimane dall’ultimo match, un successo ai punti contro Simon Bereck Rifoey a Ospedaletti. C’era Antuofermo nel futuro. L’italo americano era pugile tosto anche lui, come Nino era uno che amava la battaglia. Ci sarebbe stata tanta gente e sarebbe stato un grande spettacolo.
Il pugilato è un frullato di emozioni. Quando sul ring ci sono due uomini che hanno coraggio, forza e voglia di vincere lo show è assicurato.
La Kawasaki marciava forte, mangiava la strada.
Lui e lei erano arrivati dalle parti di Sferracavallo, stavano per imboccare la galleria Tommaso Natale. Nelle loro teste c’era gioia, ringraziavano il mondo e il cielo per aver regalato loro una giornata così.
“Siamo quasi arrivati all’imbocco dell’autosrada per Punta Raisi, l’asfalto è lucido sotto il sole, per parlare devo urlare.
-Nino mi raccomando non correre…
Lui urla più forte di me.
-Hai paura? Lo sai che sono un campione, stringiti forte che arriviamo al mare.
Il mare è già lì alla mia destra, una tavola blu e immobile, splendente, mi giro a guardare alla mia sinistra la montagna, il sole illumina ogni cosa, ripenso alle frasi che ci siamo detti la sera prima, lo stringo più forte. Non so se qualcuno ha mai provato l’attimo di felicità perfetta, io quell’attimo lo stavo vivendo, una sensazione unica e irripetibile, ogni cosa era al suo posto, ogni emozione, ogni sentimento aveva la giusta collocazione, il mondo era stretto nelle nostre mani, il futuro ci aspettava. Vedo l’imbocco della prima galleria alla mia destra, abbiamo appena sorpassato una macchina bianca, proprio mentre stiamo per entrare in galleria, noto il telone verde che hanno in genere quei camion che trasportano la frutta, poi il buio più assoluto, un lampo che spacca ogni cosa. Silenzio. Il sogno è appena finito”.

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Per uno strano gioco del destino il primo ad arrivare sul posto era stato Franco Tomaselli, faceva il poliziotto. Piangeva, dava un buffetto a Nino, lo accarezzava.
Te l’avevo detto di non comprare la moto.
Nino non poteva sentirlo. Giaceva immobile sull’asfalto. La moto era andata a sbattere contro la parete rocciosa del tunnel e aveva sbalzato i passeggeri.
Lui era morto sul colpo. Lei gravissima era stata velocemente ricoverata in ospedale. Era rimasta in coma per mesi. Ma alla fine Lisa si era salvata.
Sono sue le parole che raccontano il rapporto con Nino, le ha affidate a una splendida, struggente lettera con cui ha voluto fissare per sempre nel tempo una passione forte, incancellabile. Lei ce l’ha fatta, il tempo ha solo attenuato il dolore. Ha avuto la forza di ricostruirsi una vita. Si è sposata, ha avuto dei figli. Ma il lampo accecante e il buio improvviso di quel giorno non lo dimenticherà mai.
“Negli anni successivi, ogni volta che passavo da quella galleria sentivo il tuo fischio, mi sei stato vicino nella tremenda lotta contro la morte, mi hai aiutato a superare i momenti bui, ad alzarmi da quel letto d’ospedale contro il parere di ogni medico, mi hai dato la forza per sconfiggere l’incubo di una sedia a rotelle, mi hai spronato a riprendere la scuola, mi hai obbligato a riprendere in mano la mia vita e a viverla anche per te. Alla fine ho vissuto una vita decente, ho avuto un marito, dei figli, momenti bui e momenti felici come tutti in questa vita, ma solo noi due conosciamo il filo che ancora oggi ci unisce e che non ho mai, anche solo per un momento, pensato di spezzare, perchè sarebbe davvero decretare la tua morte e questo tu lo sai che non accadrà fino a quando io ci sarò. Oggi voglio dirti grazie per aver fatto parte della mia vita, sebbene per poco, mi hai insegnato tanto e tanto mi hai donato, ci siamo scambiati pensieri e speranze, sogni e forse qualche illusione, ma tutto è stato vissuto con la gioiosa consapevolezza della nostra giovane età”

Nino Castellini è morto il 26 agosto del 1976. Chiunque l’abbia conosciuto non l’ha mai dimenticato. La palestra di Palermo del maestro Tomaselli porta il suo nome, una pagina Facebook (sopra la clip realizzata da uno del gruppo, Nando Di Felice) creata dal fratello Ignazio e da “zia Laura” lo ricorda ogni giorno attraverso aneddoti, foto e con la voglia di raccontare la boxe di ieri e di oggi. Perché quello era il suo mondo. L’ha lasciato a 25 anni in un giorno di felicità. La vita sa nascondere la crudeltà avvolgendola nel manto della gioia.

Voglio però ricordarti com’eri
pensare che ancora vivi
voglio pensare che ancora mi ascolti
e che come allora sorridi
e che come allora sorridi
(Francesco Guccini)

 

Schiavone, 10 anni fa Il giorno della magia di una grande artista


Parigi, 5 giugno 2010

 

Lei gioca sempre con passione.
“Mi impegno come se dovessi conquistare un amore”.
Ogni punto guadagnato diventa un abbraccio, un bacio, una carezza.
Lotta perché ha un assoluto bisogno di sentirsi amata.
“È il dono più grande della vita”.

E adesso eccola qui a spiegare agli altri quello che tante volte mi ha raccontato con un mezzo sorriso che faticavo a interpretare, non riuscivo a capire se fosse un segnale di allegria o di tristezza.
Francesca Schiavone ha fatto innamorare Parigi.

Ha appena vinto il Roland Garros. Si rotola sulla terra rossa del Centrale, la bacia, la mangia. Si rotola per sporcarsi il bianco del completino, per sentire sulla pelle la terra del campo. È una gestualità pagana che le permette di vivere questa avventura sino in fondo.

È stato un piacere vederla giocare.

La Schiavo pratica un tennis fatto di tocchi ormai dimenticati da gran parte della truppa. Un rovescio a una mano pieno di istinto e naturalezza; smorzate, variazioni di ritmo, top spin esasperati. Una tattica diversa per ogni partita. E quando sta sotto, non si arrende. Mette assieme le armi di un tennis pieno di risorse e riprende a lottare. Ma per esprimersi al meglio, per volare, deve sentirsi circondata da sentimenti nobili. È per questo che non nasconde nulla al pubblico. È solare. Si esprime con la faccia, la gestualità, il gioco, l’intero corpo.

Gioia, delusione, rabbia, felicità. Vuole che tutti siano partecipi dei sentimenti che prova. Sa che non deve nascondere nulla, perché prima o poi arriverà il momento di chiedere aiuto. Come Muhammad Ali nei suoi combattimenti, la Schiavo è una che succhia energia a chi è lì per vederla giocare. Dagli applausi, dalle urla, dagli incitamenti prende la forza per andare avanti, per ricominciare.

Le capita a volte, come è accaduto anche in questa occasione, di parlare con sé stessa nel bel mezzo di una partita. E quando le cose si complicano, l’interlocutore diventa un nemico su cui sfogare il nervosismo del momento. Allora alza lo sguardo verso la tribuna, lo fissa dopo un colpo sbagliato, prima di tornare alla battuta, e gli parla.

“Da quando sono in campo, non te ne va bene una. Vuoi giocare tu al posto mio?”

E Corrado Barazzutti, è lui l’altro protagonista della commedia, abbassa le sopracciglia, stringe le labbra e con il pugno chiuso le fa cenno di osare. Francy, come la chiama Samantha Stosur, la rivale della finale, stavolta è stata perfetta.

Le ha tolto respiro, spazio, possibilità di esprimersi. L’ha aggredita giocando solido, servendo assai bene e rispondendo meglio.

Questo Trofeo la Schiavone lo sognava da quando, a sei anni, andava assieme a papà Franco a raschiare il ghiaccio dai campi in cemento dell’Accademia Inter a Milano, per poi potersi allenare.

Ce l’aveva in testa da una vita e a Parigi, in una calda domenica di giugno, l’ha portato a casa. Ha cambiato la sua storia e quella del nostro tennis. È la prima italiana a vincere un torneo dello Slam.
Due settimane piene di magia, una finale perfetta. Ha giocato a rete con la classe di una campionessa autentica, ha distrutto la Stosur, atleta dal dritto devastante e dal servizio pesante. L’australiana è stata dominata nella partita a scacchi che la Schiavo le ha imposto. La milanese ha giocato d’anticipo, anziché difendersi è andata ad attaccare.

Fallo vedere ancora una volta quel fantastico rovescio a una mano Francesca, mostralo al mondo.

Il popolo delle bimani rappresenta il 90% del tennis femminile, quel rovescio è diventato, per l’intero circuito, messaggero di sventura. In un mondo di picchiatrici, di gente che usa la racchetta come mezzo per offendere, lei con quell’attrezzo ricama traiettorie magiche, insegue nuovi orizzonti. Perché è così che interpreta il mestiere.
Sulla terra rossa si esprime al meglio, su questa superficie ha tempo per pensare, spazio per far valere il talento contro la potenza, capacità di gestire tatticamente la partita senza rimanere ostaggio del servizio.

Il suo è un tennis fisico e di tocco. Con il rovescio a una mano, le volée vellutate, i pallonetti imprendibili, le smorzate assassine. Ma anche con le rincorse su palle disperate, i recuperi miracolosi, la lotta sino all’ultimo colpo.

È un modo di giocare che l’ha portata in alto, da lunedì sarà numero 4 del mondo.
È la più grande giocatrice italiana di sempre.
Stoppa il giudizio sulla bocca di chi l’ha appena pronunciato.
“Non faccio questo sport per impormi su qualcuno. Lo faccio perché lo amo”.
Se l’arte del frullone fosse materia di studio, Francesca Schiavone sarebbe professoressa emerita. In quei topponi spediti negli angoli più lontani del campo e destinati a fare impazzire le rivali, lei è specialista assoluta. Nel tennis di questa piccolina, comunque dotata di un fascio di muscoli scattanti, c’è la passione di chi cerca la strada migliore da percorrere frugando tra i gesti del passato, tra i ricordi. Lei così minuta, non potrebbe ingaggiare lotte selvagge con il popolo delle picchiatrici e allora usa le armi di una volta. Poi aggiunge la grinta. E vince.

Quarto match point nelle mani.
Stecca, l’australiana. Pallina in cielo, Schiavone distesa sulla terra rossa del Centrale. La bacia, poi vola in tribuna. Abbraccia amici, parenti, dirigenti, il coach Corrado Barazzutti. Prende in braccio Riccardo, il bel ragazzino biondo figlio della manager Federica Ruzzenente.
Tutti attorno piangono, solo lei continua a ridere. Un sorriso che si allarga, le riempie il volto di una felicità straripante.

Le passano un telefonino, dall’altra parte c’è Giorgio Napolitano, il Presidente della Repubblica.
Complimenti, lei fa onore all’Italia.
Poi, un’altra telefonata. È Adriano Panatta.
Brava, sei stata grande.

Tutti vogliono abbracciarla. Urlano di gioia le migliaia di italiani che hanno riempito il Centrale. In questo sport non siamo abituati a essere felici. La premia Mary Pierce. Le fanno i complimenti John McEnroe e Martina Navratilova. Il presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, mi chiede se sia proprio vero che abbiamo vinto il Roland Garros o se invece il torneo non cominci domenica prossima.
Mamma Luisita a Milano comincia a preparare le torte, specialità della casa. Francesca bacia i genitori in diretta mondiale.
«Mamma, papà, vi amo», sussurra al microfono durante l’intervista sul Philippe Chatrier.
C’è aria di festa attorno a lei.

Samantha Stosur se ne sta sola e col capo chino, seduta sulla panchina dove ha coltivato un sogno finito male. La partita senza pecche della Schiavo non poteva che portare a questo risultato. Nessuna scelta sbagliata. Ha indovinato tutti i tempi di attacco, a rete non ha mai fallito. E dire che un paio di volée erano davvero roba complicata. Ha superato anche la zona rossa, quella del nervosismo. Avrebbe potuto farle perdere lucidità, ad esempio quando è andata a incattivirsi per una decisione sbagliata del giudice di linea e dell’arbitro. Per fortuna, non è successo.
Si mette le mani sul viso la Schiavo, poi le mostra al pubblico.

Ripete due, tre, dieci volte la stessa frase.
«Ma cosa ho fatto? Cosa ho fatto?»

Sul campo è da applausi. Regala emozioni, lampi di classe assoluta. Fuori dal rettangolo di gioco fatica di più.

Ha problemi a relazionarsi con i giornalisti, ad esempio.
Qualche tempo fa mi ha detto.
«Ho paura di essere fraintesa, di passare per quella che non sono, di rompere il filo che mi lega agli altri. Io ho bisogno di dividere le mie gioie, non poterlo fare mi darebbe un grande senso di angoscia».

Si sente sicura solo all’interno del clan che le fa da argine contro il resto del mondo.
«Loro mi fanno sentire accettata, rispettata, apprezzata per quello che sono. Anche con i miei difetti. In questa avventura hanno investito tempo e passioni».

Non ce la fa proprio a fidarsi del tutto.

Scriveva poesie, ha smesso. Scriveva un diario, non l’ha fatto leggere a nessuno.
“Mi sono fermata. Tutto è troppo contorto. Scrivo quando sento qualcosa di importante nascere dentro di me. O forse me lo immagino. Non le faccio leggere perché ho paura che dai miei versi si possa capire cosa provo, non mi piace mettere a nudo la mia anima davanti a chiunque.”

Ha spezzato l’incantesimo, una tennista italiana alza al cielo il trofeo del Roland Garros.
Sono felice anch’io.
Una volta mi ha raccontato che al mattino appena sveglia le piace ascoltare Mozart e che niente come una corsa sulla moto riesce a regalarle una sensazione di libertà. Mi è bastato.
Francesca è la mia preferita. Il suo è un tennis caldo, musicale. Mi ricorda John Coltrane.
Certo il sassofono dell’uomo che ci ha regalato My favorite things ha note di una magia più alta, ma non a caso appena cito la milanese sono proprio le parole del jazzista a tornarmi alla mente.
“Ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio”.
L’adagiarsi nel mare della tranquillità per paura di affrontare nuovi percorsi è il nemico peggiore per chi ha grande talento, ma non altrettanto coraggio.
Per fortuna, di coraggio Francesca Schiavone ne ha in abbondanza.

5 giugno 2010, esterno notte. 

Mentre torno in albergo, chissà perché mi viene in mente una frase di Gastone Moschin, l’architetto Rambaldo Melandri in “Amici miei”.
Che cosa è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione.
Sembra scritta per lei.
Per la piccola guerriera piena di talento che ci ha appena regalato un’altra magia.