Lettori vs giornalisti sportivi. Poco rispetto per Kobe Bryant…

Il modo in cui la tragedia di Kobe Bryant è stata trattata sui giornali sportivi italiani ha aperto una violenta polemica tra lettori, giornalisti e giornalisti/lettori.
Cosa dice l’accusa?
Avete minimizzato sulle vostre prime pagine la morte violenta e improvvisa di un fenomeno dello sport moderno.
La difesa parla di tempi di ricezione della notizia, concomitanza di altri eventi più importanti (Napoli-Juventus, Roma-Lazio), impossibilità di modificare la copertina.

Ho lavorato per quarant’anni in un giornale sportivo. Sono stato praticante prima, redattore e inviato del Corriere dello Sport-Stadio poi. Ero un lettore pesante di quotidiani. Credo quindi di avere i titoli per esprimere la mia opinione. Preciso, perché i difensori della causa hanno attaccato, insultato, aggredito verbalmente i loro contestatori. Quale era la prova fondamentale a sostegno di quelle parole? La mancata conoscenza della professione, quindi l’impossibilità di analizzarla non essendo in possesso della necessaria competenza.
Chiarisco subito che sto dalla parte dei lettori che hanno giudicato sbagliata la scelta fatta domenica sera dai tre quotidiani sportivi: Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport-Stadio, Tuttosport.

TMZ il sito americano che ha fatto conoscere per primo al mondo il tragico evento, ha postato la notizia alle 20:23 (ora italiana) di domenica sera.
Alle 20:49 era già stata ampiamente ripresa da altri siti americani.
Diciamo quindi che nelle redazioni dei quotidiani è arrivata attorno alle 20:30.
In tempo per modificare la prima pagina.
È vero ho lavorato in un’epoca ormai lontana, quando i giornali erano un’altra cosa. Ma dall’inizio della professione ho visto intere prime pagine rivoluzionate. E allora si operava a piombo, decisamente più complicato in quelle condizioni che non oggi con i mezzi che la tecnologia mette a disposizione.

La seconda prova a sostegno della tesi difensiva è l’importanza mediatica sovrastante di Napoli-Juventus e Roma-Lazio sulla tragedia di Kobe Bryant.
Ho visto Mario Sconcerti confezionare un intero giornale su Gino Bartali il giorno in cui è morto.
Non era domenica, non c’era il derby e non si giocava Napoli-Juventus. È vero. Ma l’andamento del derby (il titolo PAPEROPOLI del Corsport ne riassume il senso) e il fatto che la partita di Napoli dovesse ancora cominciare, avrebbero potuto consigliare diverso atteggiamento. In realtà all’interno delle redazioni un’alta percentuale di giornalisti ha sùbito pensato che far prevalere la tragedia di Bryant sul campionato sarebbe stata una bestemmia in fatto di comunicazione.

L’Italia è un Paese a monocultura calcistica.
Ma ci sono rari momenti nella storia dell’editoria in cui un giornale dovrebbe avere il coraggio di andare oltre.
A un quotidiano si dovrebbero chiedere soprattutto cinque cose: onestà dell’informazione, credibilità, coraggio, qualità della scrittura, cultura sportiva. La voglia di soddisfare i  cinque requisiti avrebbe dovuto spingere verso la modifica delle prime pagine. Sarebbero infatti state esaltate cultura sportiva, credibilità, coraggio. Tre su cinque, almeno.
Il legame fortissimo nei confronti dell’Italia, l’aver vissuto a lungo nel nostro Paese, avrebbe dovuto servire da ulteriore spinta emotiva per rafforzare la scelta. E poi Kobe Bryant non era solo un campione dello sport, era un personaggio entrato con forza, e da protagonista, nella nostra società. Basta ascoltare come ne stanno parlando altri grandi campioni, persone che l’hanno conosciuto, chi con lui ha lavorato, tifosi e lettori.
Sarebbe stata una scelta coraggiosa. Ma avrebbe dovuto essere dettata da una diversa interpretazione del mestiere, da una conoscenza profonda dello sport e dei lettori. Purtroppo, negli ultimi anni, è cresciuto quel distacco che da sempre divide il pubblico di riferimento con la maggior parte delle gestioni dei giornali. Non cambiate le carte in tavola, non sto dicendo che La Gazzetta dello Sport non si occupi di sport che non siano il calcio. Lo fa in modo clamorosamente più ampio di quanto non facciano gli altri due sportivi. Ma di certo non lo fa più come prima.
E c’è un’altra cosa che non mi piace. Si vive arroccati nel fortino, convinti di sapere tutto. Tolta la curiosità, altro elemento fondamentale del mestiere, si finisce con il mettersi sul piano dei tanti odiatori che infestano i social network. So tutto e chi non la pensa come me merita solo di essere mandato a quel Paese. Così si finisce per diventare estranei al contesto in cui si opera. Pensare che qualcuno possa avere un dubbio è diventata un’utopia. Il numero di persone che ancora si prende il lusso di dubitare si sta velocemente riducendo verso lo zero.

Non seguo i contestatori quando fanno paragoni con la stampa estera che, in alcuni casi, ha dedicato l’intera prima pagina a Kobe. Si muovono in un contesto diverso, hanno come riferimento lettori abituati a percorrere strade differenti, per loro la scelta credo sia arrivata in automatico. Da noi sarebbe servito un coraggio che nessuno dei tre quotidiani sportivi ha avuto.
Aggiungo una valutazione che pesa almeno su due giornali italiani su tre. Avrebbero dovuto rifare impostazione e titolazione della prima, potendo contare su una forza lavoro davvero esigua. Mi spingo però oltre, penso che la scelta sia stata ideologica, concettuale, non influenzata in maniera determinante dalla forza lavoro a disposizione.
Il pomeriggio del primo maggio del 1994 la quasi totalità dei redattori e tipografi del Corriere dello Sport-Stadio  tornò al giornale per la morte di Ayrton Senna a Imola, in uno dei quattro giorni l’anno in cui i quotidiani chiudono i palazzi per la festività, e confezionò un ottimo prodotto da mandare in edicola il giorno dopo. Altri tempi, è vero.
Sono rimasto stupito dall’aggressività di alcuni post a difesa pubblicati su Twitter e Facebook da parte di giornalisti.
Il nostro mestiere sta velocemente perdendo colpi, non sono certo io a dirlo (casomai me ne dolgo, anche per egosismo), ma il numero dei professionisti in attività e delle copie vendute che diminuisce in modo impressionante anno dopo anno. Difendere le proprie tesi sbandierando il fatto che i giornalisti stavano lavorando, di domenica, mentre chi contesta se ne stava tranquillamente sdraiato sul proprio divano è un errore imbarazzante. Di immagine e di sostanza. Tra chi non ha gradito la scelta che la comunicazione sportiva ha fatto in questa occasione, ci saranno stati chirurghi che stavano salvando vite umane, infermieri che operavano in sala operatoria, camerieri che faticavano senza sosta, guardiani notturni, forze di polizia. Insomma altri lavoratori che avevano tutto il diritto di esprimere il loro parere senza per questo essere insultati.
Avanzo cortesemente una richiesta.
Chiunque scriva sui social network potrebbe evitare di usare il termine giornalai come se fosse un insulto?
I giornalai fanno un lavoro in via di estinzione, quindi stanno vivendo un momento che non definirei felice. Ciò nonostante continuano ad alzarsi alle 4 del mattino e vanno a lavorare con il freddo, la pioggia, il vento. Se ne stanno tutto il tempo chiusi in uno spazio angusto per una cifra che a fine mese non direi proprio possa dirsi congrua.
Per qualche settimana, non di più, provateci voi a fare tutto questo. A esperimento concluso, ne sono convinto, rivoluzionereste il senso del termine. E giornalaio si trasformerebbe in un elogio, un complimento, non in un’offesa a sangue, come adesso.
Concludo. Sono fermamente convinto che ognuno possa e debba avere la propria opinione. Ma sono altresì convinto che debba esporla portando prove concrete a sostegno, senza insultare gli interlocutori, nel rispetto di chiunque ci faccia il piacere di parlare con noi. A voce o via Internet. Soprattutto nel caso in questione, in cui la causa che ha scatenato la discussione è stata una tragedia. Alcune delle frasi che ho letto hanno mancato di rispetto per l’interlocutore e per quel Kobe Bryant che avete tutti detto di amare. Oltre che per voi stessi, che le avete pronunciate.

In ricordo di Teo, gli piaceva il tennis, amava la boxe. Quante avventure…

C’è chi ogni anno porta un fiore, chi dedica una messa alla memoria, chi offre una ricordo carico di affetto. Io ripropongo un articolo: sempre lo stesso. È un gesto in cui si può leggere un egoismo neppure tanto nascosto. È l’omaggio a un amico con il quale  ho girato il mondo, dividendo trent’anni di storie, divagazioni e incredibili avventure. Ma è anche un modo per rivivere giorni pieni di serenità.

 

Teo se ne è andato via per sempre il 10 di gennaio del 2014. Dopo una lunga e straziante malattia, si è arreso.
Ricordo quelle visite tristi e l’angoscia che mi prendeva quando uscivo dall’ospedale. Lo vedevo steso sul letto, ricoperto di fili, accanto a macchinari che lo tenevano attaccato alla vita. Aveva la pelle macchiata dalla malattia, ematomi lungo tutto il corpo. Era magro, gli erano rimaste le ossa e poco più, soffriva di qualche momento di abbandono totale. Ma quando apriva gli occhi, mi sorrideva. E non mi risparmiava una battuta. Come aveva sempre fatto.
Teo Betti è stato un vero giornalista, nel senso più pieno del termine. Si è occupato di tennis, sport che ha anche praticato da amatore con buoni risultati. E ha continuato a farlo fino a quando gambe e cuore glielo hanno permesso. Piccolo, esile, correva da una parte all’altra del campo non concedendo tempi di recupero all’avversario. Innervosiva ogni rivale con tristi e snervanti pallonetti. E se quello provava a forzare, lui andava a recuperare la pallina anche negli angoli più lontani del campo. Non era certo un campione, ma amava la competizione, l’agonismo. E anche nello sport, come nel lavoro, metteva dentro ogni risorsa fosse in suo possesso.
Amava il tennis.

Ma la grande passione era la boxe. Ha girato il mondo per Il Messaggero, ha scritto pezzi importanti per Boxe Ring quando direttore della rivista era Roberto Fazi, ha collaborato con la Rai.
Era una rarità. Uno dei pochi giornalisti che il pugilato l’aveva fatto. Aveva indossato i guantoni, era salito su un ring e si era battuto. Per carità, pochi incontri da dilettante, senza raccogliere risultati importanti. Quando volevamo prenderlo in giro, tiravamo fuori dal cilindro le parole di Giuseppe Ballarati. Raccontavamo come l’uomo che si era inventato la Bibbia del Pugilato lo chiamasse la lepre del ring, ripetevamo all’infinito una storia inventata chissà da chi e lui fingeva di arrabbiarsi.
Pochi match, abbastanza comunque per fargli capire che quello era uno sport da amare.
La boxe la conosceva da dentro. Quando sedevamo vicini a bordo ring, non c’era collega che non lo chiamasse per sapere quale fosse il suo cartellino. Gli chiedevamo un giudizio per capire se fossimo sulla giusta strada, per catturare la vera chiave di lettura del match.
Non era uno scrittore raffinato, non sono qui a inventarmi una realtà che non esiste per il solo fatto che racconto memorie di un amico che non c’è più. Non era raffinato nella composizione dell’articolo perché non ne aveva bisogno. Lui aveva un dono, sapeva sempre e comunque come arrivare al  nocciolo della questione. Entrava a piedi pari sulla notizia, la faceva sua, la raccontava ai lettori attraverso le risposte alle cinque domande che un bravo giornalista dovrebbe sempre porsi. Un vecchio credo che oggi sembra essere diventato fuori moda: dove, chi, come, quando e perché.
Voleva sapere, non si accontentava della prima spiegazione.

Con ironia buttava giù ogni muro di indifferenza.
 Indagava fino a quando non arrivava al cuore della notizia.
Aveva la battuta pronta, alcune hanno fatto epoca all’interno del mondo del giornalismo, da sempre restio a lodare gli altri.
Teo era amico di tutti, anche se quasi tutti nel tempo si erano dimenticati di lui. Come spesso accade, quando sei in cima hai la fila di persone che ti danno pacche sulle spalle, ti dicono quanto sei bravo, ti chiamano ogni giorno. Poi invecchi, vai in pensione, ti ammali e tutti si scordano di te. Non è sempre così, ma se tocca a qualcuno a cui vuoi bene ti sembra che l’offesa sia imperdonabile.
Teo era uno che sapeva come si porta un diretto (ma anche un dritto), come tirare un gancio, come avventurarsi sulla strada pericolosa del montante. Sapeva leggere negli occhi di un pugile, capire in anticipo dove avrebbe incontrato la paura e dove avrebbe trovato il coraggio.
E scriveva sempre quello che vedeva, quello che sapeva, anche a costo di farsi un nemico in più, anche a rischio di beccarsi una querela. Qualcuno gliel’ha anche fatta. Ma ha sempre perso, perché contro la verità si può solo perdere.
Assieme a lui ho vissuto momenti di incredibile buonumore, risate senza freni. Di gioia pura. Sia che fossimo in quel Luna Park per adulti che è Las Vegas, che ci muovessimo nella grigia e pericolosa Detroit. Abbiamo riso a Catanzaro, Vibo Valentia, Voghera, New York, Miami, San Juan de Portorico, Londra, Capo d’Orlando e Parigi. Ovunque ci portasse il nostro meraviglioso lavoro.
Ci siamo divertiti, ma ci siamo anche persi in ogni posto del mondo. Fosse Treviso o Barcellona, per noi non faceva differenza. Avevamo un senso dell’orientamento pari a zero, capaci di non ritrovare la giusta via anche dentro i pochi metri quadri di casa nostra. E ogni volta che accadeva, via a ridere, con gli altri che subito cominciavano a guardarci in modo strano.

Amo Mordecai Richler, l’uomo che ci ha regalato La versione di Barney. Scrive lo scrittore canadese: “Ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio, ma solo dodici per sorridere. Provaci per una volta”.
L’antica malattia che porta a confondere il serio con il serioso è un morbo che trova terreno fertile nel giornalismo. Come quello della battuta a ogni costo, che sia scontata o ingiuriosa poco importa.
Lui non era così, aveva il tempo giusto per la stoccata.
Diceva Sugar Ray Robinson: “Il ritmo è tutto nella boxe. Ogni tuo movimento inizia con il cuore”.
E Teo era romano sino in fondo al cuore. Non solo perché tifava Roma, ma anche e soprattutto perché aveva una qualità che aiuta a vivere. L’ironia sempre pronta, una maniglia a cui aggrapparsi quando il mondo sembra rotolarti addosso.
Sdrammatizzava le situazioni più intricate, si lanciava come un cane da caccia quando annusava una notizia. Non si stancava mai di andarla a stanare. E, cosa che gli ho a lungo invidiato, godeva del rispetto dei pugili. Si rivolgevano a lui con una domanda che per tanti anni ho sperato facessero anche a me.
Come sono andato?
Chiedevano un giudizio. Perché lo sapevano esperto, perché lo sapevano sincero.
Non troverete citazioni da intellettuale nei suoi pezzi, né sofisticati riferimenti letterari. Ma andando a rileggere quegli articoli scoprirete la boxe, la vita.
Gli ho voluto bene, gliene vorrò per sempre. È stato un compagno di avventura, un amico, un giornalista a cui chiedere consiglio. Una rarità nel nostro mondo.
Da sei anni Teo non c’è più. La boxe ha perso un altro pezzo importante della sua storia e io ho perso una persona con cui ho diviso almeno tre decenni della mia vita.
Non aveva difetti?
Volete scherzare! Ne aveva in quantità industriale.
Le sento ancora nelle orecchie le sue cento domande, una dietro l’altra, implacabile. Un martello che picchiava sulla mia testa, non si fermava sino a quando non gli davo una risposta. Dovevo interrompere un’intervista importante, smettere di parlare, chiunque fosse l’interlocutore, non guardare un match a cui tenevo perché lui pretendeva attenzione.
A volte mi veniva voglia di mandarlo a quel paese. Ma poi mi guardava con quell’espressione da finto ingenuo, mi chiedeva perché mi infuriassi tanto. E allora gli perdonavo tutto.
Con lui accanto mi sono sentito spesso uno dei due protagonisti della “Strana coppia”. Walter Matthau o Jack Lemmon? Non fa differenza, i ruoli erano interscambiabili.
Perché a me sono sempre piaciuti due aforismi.
Il primo mi sembra sia di Oscar Wilde: “Un amico è qualcuno che ti conosce molto bene e, nonostante questo, continua a frequentarti“.
L’altro è di Stephen Littleword, ricercatore sul miglioramento della qualità della vita: “Un amico vero lo riconosci subito, ti fa scoppiare a ridere anche quando proprio non lo vuoi, se ti domanda come stai dissolve anche il più triste pensiero e basta stare in sua compagnia per sentirsi speciali. Questo è un vero amico, colui che trasforma la tua vita, in una vita speciale!
Teodoro Teo Betti quando se ne è andato per sempre aveva 83 anni, una moglie: Luisa, due figli: Lauretta ed Edo.
Riposa in pace amico mio.