Storia fantastica e tragica di un pugile che è diventato leggenda

Ho postato su Facebook la foto di Salvador Sanchez, la stessa che trovate sotto il titolo di questo articolo. Ho avuto la conferma che è sempre nel cuore di chiunque ami la boxe. E allora ho pensato di raccontare ancora una volta la sua fantastica, tragica storia.

L’orologio segna le 3:30 del mattino, una Porsche bianca corre veloce nel buio. Il traffico è intenso. Camion enormi in cammino lungo la strada che collega Santiago de Queretaro a San Luis Potosi, centossessanta miglia a nord di Città del Messico.
Il ragazzo sta tornando a casa. È un’ora insolita per lui, abituato a mettersi a letto alle nove della sera.
La velocità sale, il traffico non concede pause.
Improvvisamente, come se fosse uscito dal nulla, un camion appare davanti ai suoi occhi. Lo scontro è frontale.
Salvador Sanchez muore sul colpo.
Finisce a soli ventitrè anni la vita di uno dei più grandi pugili della storia.
È il 12 agosto del 1982.

Città del Messico ne ha creati tanti
ma nessuno tranquillo come lui,
dolce guerriero,
matador magico e puro”.

Sono i versi di una canzone scritta dall’artista folk-rock Sun Kil Moon e inserita nell’album “Ghosts of the Great Highway”. Parla dei fantasmi della grande autostrada. Salvador Sanchez si muove tra loro, grande e fiero come lo è stato per tutta la sua vita sul ring.


Salvador Sanchez era alto per essere un peso piuma, aveva una muscolatura potente, movimenti agili da pantera in agguato, mani pesanti. Si presentava sul ring mostrando uno sguardo fiero, sicuro. E questo lo faceva sembrare più anziano di quanto in realtà fosse. Una montagna di capelli ricci lo rendeva inconfondibile da qualsiasi distanza lo si guardasse.
Ai rivali, che avevano il coraggio di incrociarlo da vicino, lasciava poco tempo per capire quanto fosse potente, con quale rapidità riuscisse a trasformarsi in un’implacabile macchina da pugni.
Nella rincorsa verso il grande obiettivo aveva battuto anche Felix Trinidad senior, il papà di Tito, il grande campione di Portorico. Lo aveva messo ko in cinque round.

Il 2 febbraio del 1980 era salito sul ring del Veteran’s Memorial Coliseum di Phoenix, in Arizona, per il mondiale WBC dei pesi piuma. L’avversario era un eroe del momento.
Danny Lopez, statunitense di Fort Duchesse nello Utah.
Sette anni più grande di Chava, campione dal 1976, alla nona difesa della corona. Saliva sul ring con un grande copricapo di piume da capo indiano, lo chiamavano Little Red. Aveva la pelle chiara, capelli rossi e lunghi, basettoni, un paio di baffi enormi. Ma soprattutto picchiava come un assassino. Le sue otto difese si erano concluse tutte prima del limite.

Per quella sfida Sanchez si era allenato correndo dalle sei alle dieci miglia tutti i giorni, sei giorni alla settimana, sulle montagne. Aveva fatto footing attraversando quelle strade polverose che separavano i campi dove lavoravano i genitori. Non avrebbe mai cambiato ritmi e metodica di allenamento, aggiungendo col tempo sedute di sparring all’aperto anche d’estate, sotto un sole cocente che arrivava a toccare i 45 gradi.
In preparazione disputava round di cinque minuti, con intervalli di quarantacinque secondi.
Voleva essere pronto per reggere qualsiasi ritmo il combattimento imponesse.
Giornalisti e tifosi si erano seduti in platea, pronti ad assistere all’ennesimo successo prima del limite di Danny Little Red Lopez. Non sapevano neppure chi fosse quel messicano lì, pensavano l’avessero chiamato per riempire un buco. Avrebbero presto scoperto che quel giovanotto era un campione, uno che avrebbe segnato un’epoca.

In quel primo mondiale, Sanchez aveva dato dimostrazione di un’incredibile consistenza nei colpi. Jab sinistro, montante destro. Ganci, diretti. Portava tutto, con la pesantezza che un mondiale pretendeva. Era preciso, efficace. Scelta di tempo eccezionale, ritmo abbastanza elevato da asfissiare il rivale. Lopez era stato fermato al tredicesimo round.
Aveva perso per kot, con gli occhi chiusi dai pugni dello sfidante. Distrutto nel fisico e nel morale.
Il nuovo campione era il giovanotto messicano.
Salvador Sanchez si era appena presentato al mondo.

21 agosto 1981, Caesars Palace di Las Vegas.
Campionato del mondo pesi piuma WBC.
Sei difese del titolo , poi era arrivato Wilfredo Gomez e il mondo ispanico era entrato in agitazione.
Era una sfida ricca di significati. La boxe stava scoprendo il fascino dei pesi piccoli.
Wilfredo veniva da Portorico, era il campione dei supergallo. Aveva disputato 33 match, 32 li aveva vinti per ko, uno lo aveva pareggiato, al debutto contro Jacinto Fuentes. Ma soprattutto aveva battuto Carlos Zarate, l’orgoglio del Messico. Un fuoriclasse dal pugno terribilmente pesante che era arrivato alla sfida imbattuto dopo 52 incontri, 51 dei quali vinti prima del limite. Il mondiale tra i due picchiatori era stato vinto da Gomez. Un secondo dopo la conclusione del match, i messicani avevano cominciato a cercare l’uomo che li avrebbe vendicati.
C’era tutto questo in palio quel 21 agosto del 1981 al Caesars Palace di Las Vegas. C’erano tensione, rivalità. E c’era ance lo strascico di una polemica che stava per essere risolta.

In avvicinamento al match, Wilfredo aveva usato una tattica copiata da Muhammad Ali, un approccio all’evento che il più grande aveva insegnato a tutti i pugili del mondo.
Sgretola le certezze nella testa del nemico, sostituiscile con una montagna di dubbi, fallo innervosire. E lui crollerà.
Questo era il filone da seguire e Gomez l’aveva fatto con grande applicazione. Aveva insultato Sanchez, aveva cercato di scalfire il carattere tranquillo del campione. Lo aveva chiamato puttanella e scolaretta, a seconda della platea che aveva a disposizione.
Poi era arrivato il momento in cui dalle parole doveva passare ai fatti.
Al suono del primo gong l’unico in grado di portare avanti un piano efficace era stato il messicano. Wilfredo Gomez, picchiatore invincibile, era finito al tappeto nella prima e nell’ottava ripresa. Era stato travolto da un ciclone che non conosceva pause.
Sanchez sparava colpi da ogni posizione e con il passare dei round sembrava che le sue forze aumentassero.
Segnato nel volto, con gli occhi quasi completamente chiusi dai colpi del rivale, portato avanti solo dall’orgoglio, l’eroe di Portorico era stato fermato dall’arbitro Carlos Padilla quando mancavano cinquantuno secondi alla conclusione dell’ottava ripresa.
La questione era risolta, il Messico era stato vendicato.
Il governo di Portorico concedeva una giornata di riposo ai lavoratori per riprendersi dall’enorme delusione.
A Città del Messico festeggiavano il loro eroe, riempivano piazze, strade e vicoli con decine di migliaia di persone che urlavano ritmando il nome del pugile diventato mito.
Milioni di persone avevano seguito il mondiale davanti alla tv, c’erano bandiere alle finestra, urla di gioia riempivano il buio della notte.
Salvador Chava Sanchez aveva appena ricevuto la sua consacrazione, era entrato tra le leggende del ring.

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