Bobby, solo sul ring si sentiva sicuro. La vita era un inferno

bobby

Las Vegas, 7 settembre 2016

Ve la ricordate quella notte, vero?
La domanda è un colpo di pistola sparato a bruciapelo. Non ci sono urla dopo quelle parole. Arthur tira su la testa, muove lentamente le labbra, ma da quella bocca non esce alcun suono. Sbarra gli occhi, il volto è una maschera di sofferenza.
Come potremmo dimenticarla?
Rispondono, quasi in coro, gli amici.
Eravamo a Sacramento. E non era certo Salvadore Ugalde a metterci in agitazione. Quel messicano non avrebbe mai potuto battere Bobby”.
Arthur pronuncia ogni parola scandendola con cura, come se avesse davanti qualcuno che non capisce la sua lingua. Per tirarsi fuori d’impaccio manda giù l’ennesimo bicchiere di whiskey.
No!
È un monosillabo, basta per far tacere tutti.
“No!”
John si asciuga una lacrima, strizza gli occhi umidi.
Quella sera eravamo tutti lì a chiederci come riuscisse a fare una cosa del genere. Salire sul ring appena ventiquattro ore dopo la morte della moglie. Valerie aveva 31 anni. Si era uccisa nella grande camera da letto, al primo piano della loro casa. Aveva alzato al massimo il volume dello stereo e si era sparata un colpo di pistola alla tempia. Era morta in un lampo. Ci aveva già provato il mese prima con una dose di pasticche che avrebbe ammazzato chiunque, Bobby però era arrivato in tempo, era riuscito a salvarla. La seconda volta lei non aveva voluto correre rischi. Aveva aspettato di essere sola e l’aveva fatta finita.
Di nuovo silenzio.
Si era stancata”.
Arthur torna a parlare con un filo di voce. Lui Valerie la conosceva bene. Come conosceva da sempre Bobby. Erano cresciuti a Sylmar nella San Ferdinando Valley, nella grande Los Angeles. Tre ragazzi, quasi la stessa età.
È una notte maledetta. Notte di dolore e di ricordi che provocano altro dolore.
Bobby è morto!”
John annuncia la tragedia appena varca la soglia del vecchio e malandato bar di Las Vegas, lontano dalla Strip e dalle luci della città. Lì dove ogni sera incrocia amici che conosce da sempre. Nessuno ha la forza di replicare, ha pronunciato quelle tre parole con una voce piena di odio.
BOBBY È MORTO!
John urla, ha il cuore straziato. Non è una lacrimosa veglia funebre che vuole. Cerca qualcuno con cui litigare, gli piacerebbe prendersi a pugni con uno più giovane e bravo di lui. Uno capace di dargli una lezione, un colpo dietro l’altro fino a quando non si ritroverà per terra, ferito e triste. Pronto per piangere. Sente un bisogno irrefrenabile di farsi del male. Vuole soffrire sino in fondo. Avverte dentro il cuore un vuoto terribile. Per farlo andare via, pensa, l’unico modo è quello di farsi pestare a sangue.
BOBBY È MORTO!
Lo so”.
Sembra che Arthur fatichi terribilmente nel mettere assieme quelle due parole. Stira ogni ruga di una faccia disegnata da un maestro dell’orrore, poi cede alla tristezza, manda giù l’ennesimo scotch e chiude nuovamente la bocca. Quel silenzio dura poco, guarda una ad una le facce tristi degli amici e si lascia andare. Prova a mettere assieme un ricordo.
L’ho visto meno di un mese fa a Hemet, nella casa di cura dove era ricoverato da tempo. Parlava lentamente, strascicava le parole, la voce era flebile, sembrava uscisse da una bocca che non era la sua. Proprio come era accaduto una decina di anni fa quando lo avevano inserito nella Hall of Fame. Lucidità, buio totale, di nuovo lucidità. Nei periodi buoni ricordava date e nomi, ma la maggior parte del tempo viveva in un mondo in cui non lasciava entrare nessuno. Era solo, come lo è sempre stato”.
Un rumore violento e improvviso fa saltare i vecchi ragazzi sulle sedie. Cadono i bicchieri, il whiskey bagna il pavimento lasciando nell’aria un forte odore di alcool. Peter ha appena tirato un pugno violento sul tavolino, una botta terribile. Ora ha l’attenzione di tutti. Si massaggia la mano con cui ha scagliato il colpo, gli fa male. Qualche escoriazione, un po’ di sangue. Ma a spaventare gli amici sono i suoi occhi. Sono un quadro dipinto con rabbia, violenza, ferocia, risentimento.
Basta! Non dite una parola di più. Bobby non merita di essere ricordato con commiserazione. Merita un ultimo lungo applauso. E se non siamo capaci di celebrarlo, allora tacciamo. Basta con queste frasi pietose. Avete già dimenticato quello che ci ha regalato? Ci ha fatto sognare, ci ha portato in un mondo che senza di lui non avremmo mai conosciuto. Eravamo tutti in piedi e applaudivamo senza sosta, sembravamo impazziti. Ci scordavamo in che luogo fossimo, non sapevamo neppure più quale fosse il nostro nome. Rafael Limon, Alexis Arguello, Danny Lopez, Cornelius Boza Edwards, Ray Mancini, Ruben Olivares. Gente che sul ring portava soprannomi come Bazooka, Boom Boom, Little Red. Campioni, fuoriclasse. Li ha affrontati tutti. Che battaglie! Una sfida testa a testa fino a quando uno dei due non cedeva. Colpi, ferite, tagli, sangue, sudore e lacrime. E noi lì senza farci neppure una domanda, eccitati da quello che stavamo vedendo. No, Bobby non deve essere salutato con il pianto. Jeff, portane ancora“.
Non chiede un altro bicchiere, questi signori viaggiano a bottiglie intere. C’è da celebrare un eroe, il loro eroe. L’alcool va giù, scioglie la lingua e ingigantisce la malinconia. Le facce del gruppo sono segnate dalle insidie del tempo, dalla cattiveria della vita e da un lavoro che non concede spazi a chi non ha lo spirito del guerriero.
Nasi schiacciati, vecchi tagli mal suturati, sguardo da duri. Ma ancora una volta sono gli occhi a regalare le sensazioni più intense. Trasmettono una scarica elettrica. Quando ti fissano, fanno paura.
Il bancone in legno antico dietro cui il barman guarda e annuisce, ha visto giorni migliori. Le cannelle che mandano giù birra hanno macchie che rovinano l’ottone un tempo brillante. Quel vecchio ragazzo non avrà più di quarant’anni. Guarda il gruppetto di anziani e scuote la testa. Ha paura che prima o poi dovrà chiamare la polizia. Continuano ad alzare il tono della voce, senza però mai sconfinare nell’ira. Vogliono solo urlare la rabbia per Bobby, per l’amico che non c’è più.
Vi ricordate quella notte?”
Bobby aveva il volto da eterno bambino, vestiva in modo sobrio, aveva lo sguardo da attore. Uno di quelli che a Hollywood vanno forte sul grande schermo e fanno innamorare milioni di ragazzine. Sembrava uno scolaretto. Proprio per questo il vecchio Bill Caplan, un giornalista, l’aveva soprannominato Schoolboy.
A lui la boxe era entrata nel sangue. Sembrava non potesse più staccarsene. E a Valerie questo non andava bene. Avevano tre figli e Bobby passava poco tempo con loro. Era diventato campione mondiale dei pesi piuma appena due anni dopo l’esordio nel professionismo, ma con già 23 vittorie e una sconfitta nel record.
Messo via Alfredo Marcano in nove round, non si era fermato più.
Lei lo supplicava di smettere, ma il pugilato sembrava fosse una droga per lui. Non poteva farne a meno. E poi gli servivano i soldi. Ne aveva guadagnati tanti, ma tanti ne aveva anche spesi. Valerie lo aveva implorato, minacciato, ricattato. Niente. Bobby le prometteva che il prossimo match sarebbe stato l’ultimo. Ma poi ce ne era un altro e un altro ancora. L’ultimo era sempre il prossimo e la catena non si chiudeva mai. Neppure un colpo di pistola e la morte della moglie erano riusciti a fermarlo”.
I ricordi attenuano il dolore, l’alcool aiuta la memoria e scioglie la parola.
Luis finora ha solo ascoltato, tocca a lui.
Me la ricordo quella notte. Messo ko Ugalde, Bobby è corso all’angolo. Ha abbracciato il fratello Allen ed è scoppiato in un pianto ridotto. L’ho sentito, l’ho sentito mentre gridava. “È finita! Oh Dio, è finita!” Ero nelle prime file di bordo ring e quelle parole mi sono entrate nella testa. Mi sembrava il verso di un animale ferito. Non era un urlo di liberazione, erano grida di rabbia contro sè stesso. Voleva convincersi che tutto si fosse davvero concluso. Ma sapeva benissimo che quell’incubo lo avrebbe accompagnato per sempre”.
Bobby è morto.
E i suoi amici lo ricordano con grande affetto e qualche rimpianto.
Che pugile fantastico! Un guerriero senza paura!”
Arthur è stato il suo più grande tifoso.
Ha ingaggiato battaglie selvagge con Lopez, Olivares, Limon, Boza Edwards. Ha vinto e perso, ma non ha mai fatto un passo indietro”.
John entra a piedi pari nella conversazione, ma lo fa parlando sottovoce, parlando a sè stesso. Pesa ogni parola. Racconta il dramma di un uomo che vedeva il ring come l’unico posto sicuro al mondo. Quando scendeva quei gradini, la vita diventava un inferno.
E cosa ha avuto in cambio? La dementia e la povertà! Vederlo negli ultimi tempi è stato davvero triste. Faticava a ricordare, faticava addirittura a mangiare, non riusciva neppure a vestirsi da solo. Forse tutto questo è colpa della boxe, di come lui ha voluto interpretarla. Ma la povertà no, non credo sia un’altra colpa da scaricare sul pugilato”.
All’improvviso sembra che un buio fitto e spaventoso si impadronisca dell’intero salone. Si sta scivolando inevitabilmente verso un approdo malinconico.
La vita di un campione che ha elettrizzato spettatori e tecnici sfila lentamente, accompagnata dalle parole di chi lo ha scelto come eroe. Era uno che accorciava la distanza e cominciava a picchiare. E dal momento in cui le mani affondavano nel corpo del rivale, lui non si fermava più. O andava giù o crollava l’altro. E questo alla gente piaceva da impazzire. Due titoli mondiali, nei pesi piuma e nei superpiuma. Cinquantotto vittorie su sessantasei incontri. Un idolo.
Un uomo dannatamente solo.
È salito sul ring per l’ultima volta il 2 giugno del 1988, una vittoria in dieci round su Bobby Jones a Orlando, in Florida. Ma neppure il ritiro dalla boxe l’ha portato via dalle tragedie che ne hanno accompagnato la vita.
Sembrava che una maledizione lo inseguisse dovunque andasse. Evidentemente non riusciva a staccarsi dalle spalle il peso dei suoi peccati”.
La voce di Arthur, rauca e affannata, esce a fatica da quella bocca piccola, labbra sottili e denti che il tabacco ha colorato di un avana amaro.
Tre anni dopo l’uscita di scena, è morto suo figlio. Bobby jr è stato ucciso in una sparatoria tra gang in un garage di Panorama City. A Bobby restava l’affetto degli altri tre figli, della mamma e del patrigno. Ma ormai aveva cominciato la discesa verso l’inferno”.
Aveva provato a lavorare, a scappare dai demoni che riempivano giornate in cui la droga aveva fatto il suo ingresso. Lenta e implacabile si era introdotta in un’esistenza che aveva già pagato il conto al dolore.
Mercoledì, 7 settembre 2016, Bobby è caduto a terra, ha sbattuto la testa sul pavimento. Era al Centro di Assistenza a Hemet, Los Angeles. È morto per le ferite riportate nell’incidente, aveva 64 anni. Ha finito di soffrire. A ricordarlo restano la sua immagine di guerriero senza paura e le lacrime di chi lo ha amato.
Ancora whiskey per tutti.
Arthur, John, Peter e Luis cercavano altre parole per continuare a raccontare le gesta del loro eroe, pensano sia l’unico modo per ritardare il più a lungo possibile il distacco.
Carl tace. Come ha fatto finora.
Lui a Bobby Chacon voleva così bene che qualsiasi parola in più gli farebbe sanguinare l’anima.

Canelo, la crescita di peso, le sfide nei cruiser e nei massimi

Saul Canelo Alvarez ha esordito al professionismo a 15 anni, nel 2005.
Pesava 63,050 kg. In pratica, combatteva da superleggero.
L’anno dopo accusava 66 kg.
Nel 2011 saliva a 69.850.
L’escalation non si fermava.
2017: 74,390.
2018: 75,750.
2019, il picco: 79,100.
Poi rientrava a 76,200 nell’anno in corso.
Ha vinto il titolo nei superwelter, medi, supermedi e mediomassimi.
Ha un record di 57-1-2, 39 vittorie per ko.
Ora vuole attaccare il mondiale massimi leggeri (attorno ai 91 chili) e massimi (oltre i 91, a meno che non provi nel WBC. In quel caso sarebbe sopra i 101,600).
Dicono che il 7 maggio a Las Vegas potrebbe affrontare Ilunga Makabu, campione dei cruiser per il WBC. Canelo è più basso di 10 centimetri e, al momento, dovrebbe aumentare il peso di oltre 14 kg.
Più azzardato sarebbe il tentativo, anche di questo si è parlato, contro Oleksandr Usyk nei massimi. I numeri. Canelo è alto 1.73 (fonte boxrec.com) e pesa 76,200. L’ucruaino è 1.91 per 101,600.
Dall’esordio a oggi, Alvarez ha messo su tra i 13 e 16 chili di peso. Nel caso in cui davvero dovesse affrontare un massimo, il gap tra partenza e arrivo sarebbe di oltre 28 chili.
Non so. Non sono competente in materia, riporto i numeri.
Saul Canelo Alvarez ha dimostrato di essere bravo, forte. A 168 pound (supermedi) ha sconfitto Callum Smith, Billy Joe Saunders e Caleb Plant. A 175 pound (mediomassimi) ha battuto Sergey Kovalev. Andare oltre significherebbe avventurarsi su un terreno sconosciuto.

Nel lontano 1909 un grande medio di nome Stanley Ketchel (al peso 77,200 kg, per 1.75 di altezza) sfidava il re dei massimi Jack Johnson (93,200 kg, per 1.89 di altezza). La differenza di struttura era imbarazzante, al punto che l’organizzatore Jim Coffroth imponeva a Ketchel di indossare un enorme cappotto, tre misure superiore alla sua taglia naturale (foto sopra), durante le operazioni di peso. Il giovanotto calzava anche un paio di stivali con circa dieci centimetri di suola. Il risultato era un equilibrio precario che lo costringeva a goffi movimenti sotto gli scatti dei fotografi.
Nel corso del mondiale Stanley riusciva a mettere al tappeto Johnson, ma alla fine veniva letteralmente distrutto. Le immagini d’epoca riportano in tutta la loro evidenza la diversa struttura fisica dei due rivali.
Stavolta la massa muscolare potrebbe invece non risultare così sproporzionata.
Comunque vada, un pugile alto 1.73 che accusi un peso di oltre 91 kg, non scatenerebbe in me sensazioni positive. Ma sicuramente stimolerebbe domande che non troverebbero risposte.
È la boxe. Un mondo in cui i dubbiosi finiscono all’inferno, nel girone dei miscredenti.
Il sipario cala mentre il dito indica l’incertezza sui pronostici dei match.
La Luna, lassù, è immersa nel buio.



Ruiz jr o Helenius per Fury; Chisora vs Wilder a giugno e…


Avvocati, giudici, enti mondiali, promoter e manager.
Una giungla in cui anche Rambo si troverebbe in difficoltà.
Anche il 2022 che sta arrivando si presenta pieno di incertezze.
Olesandr Usyk dovrebbe concedere la rivincita ad Anthony Joshua (in palio i titoli Wba, Ibf, Wbo dei pesi massimi) in aprile. Ma con un incessante lavoro sotterraneo, il clan di Tyson Fury sta facendo di tutto per convincere AJ a fare un passo di lato e rinunciare per il momento al match mondiale. Ignoro quale somma gli sia stata offerta, ma sembra sia davvero di tutto rispetto. L’ex campione ufficialmente ha dichiarato di avere rispedito al mittente la proposta, si è preso un nuovo allenatore e ha cominciato la preparazione. Usyk ha in ballo una sorta di scommessa. Si parla di un’ipotetica sfida lanciata da Saul Canelo Alvarez. Le differenze di peso renderebbero improbabile la realizzazione di questo evento, ma la boxe ci ha abituato a fughe dalla logica ogni minuto. Vedremo.
Tyson Fury avrebbe dovuto affrontare Dillian Whyte, designato sfidante ufficiale dal World Boxing Council. Lo stesso ente aveva stabilito la divisione delle borse: 75% al campione, 25% allo sfidante. Poi Whyte ha fatto sapere che sotto i 13,5 milioni di dollari non salirà mai sul ring. A quel punto la trattativa si è arenata. È probabile che DW ricorra per l’ennesima volta in tribunale, alla ricerca di un arbitrato che gli dia ragione. I tempi del match comunque si allungano, allora Bob Arum e Frank Warren hanno deciso di cercare un altro nome per far combattere Fury in primavera, probabilmente a fine marzo. Hanno chiesto il permesso al presidente del WBC. Maurizio Sulaiman ha dato il nulla osta, a patto che in quel match non ci sia titolo in palio. I due boss hanno raccolto il sì e si sono messi alla ricerca di un rivale. Hanno individuato due nomi: Andy Ruiz jr e Robert Helenius. Nel primo caso il match si farebbe a Las Vegas, nel secondo a Manchester.
La terza coppia in rampa di lancio è composta da due pugili che sono usciti sconfitti dagli ultimi incontri. Si tratta di Deontay Wilder (che ha velocemente cancellato l’idea di un ritiro) e di Derek Chisora (che ha respinto al mittente il suggerimento di finirla qui con l’attività agonistica). Match possibile, negli Stati Uniti in giugno.
Al prossimo ribaltamento. I pesi massimi sono in continua evoluzione, non c’è quasi mai una certezza e solo l‘annuncio ufficiale di data, sede e copertura televisiva potrebbe offrire una certezza. Forse.

Storia fantastica e tragica di un pugile che è diventato leggenda

Ho postato su Facebook la foto di Salvador Sanchez, la stessa che trovate sotto il titolo di questo articolo. Ho avuto la conferma che è sempre nel cuore di chiunque ami la boxe. E allora ho pensato di raccontare ancora una volta la sua fantastica, tragica storia.

L’orologio segna le 3:30 del mattino, una Porsche bianca corre veloce nel buio. Il traffico è intenso. Camion enormi in cammino lungo la strada che collega Santiago de Queretaro a San Luis Potosi, centossessanta miglia a nord di Città del Messico.
Il ragazzo sta tornando a casa. È un’ora insolita per lui, abituato a mettersi a letto alle nove della sera.
La velocità sale, il traffico non concede pause.
Improvvisamente, come se fosse uscito dal nulla, un camion appare davanti ai suoi occhi. Lo scontro è frontale.
Salvador Sanchez muore sul colpo.
Finisce a soli ventitrè anni la vita di uno dei più grandi pugili della storia.
È il 12 agosto del 1982.

Città del Messico ne ha creati tanti
ma nessuno tranquillo come lui,
dolce guerriero,
matador magico e puro”.

Sono i versi di una canzone scritta dall’artista folk-rock Sun Kil Moon e inserita nell’album “Ghosts of the Great Highway”. Parla dei fantasmi della grande autostrada. Salvador Sanchez si muove tra loro, grande e fiero come lo è stato per tutta la sua vita sul ring.


Salvador Sanchez era alto per essere un peso piuma, aveva una muscolatura potente, movimenti agili da pantera in agguato, mani pesanti. Si presentava sul ring mostrando uno sguardo fiero, sicuro. E questo lo faceva sembrare più anziano di quanto in realtà fosse. Una montagna di capelli ricci lo rendeva inconfondibile da qualsiasi distanza lo si guardasse.
Ai rivali, che avevano il coraggio di incrociarlo da vicino, lasciava poco tempo per capire quanto fosse potente, con quale rapidità riuscisse a trasformarsi in un’implacabile macchina da pugni.
Nella rincorsa verso il grande obiettivo aveva battuto anche Felix Trinidad senior, il papà di Tito, il grande campione di Portorico. Lo aveva messo ko in cinque round.

Il 2 febbraio del 1980 era salito sul ring del Veteran’s Memorial Coliseum di Phoenix, in Arizona, per il mondiale WBC dei pesi piuma. L’avversario era un eroe del momento.
Danny Lopez, statunitense di Fort Duchesse nello Utah.
Sette anni più grande di Chava, campione dal 1976, alla nona difesa della corona. Saliva sul ring con un grande copricapo di piume da capo indiano, lo chiamavano Little Red. Aveva la pelle chiara, capelli rossi e lunghi, basettoni, un paio di baffi enormi. Ma soprattutto picchiava come un assassino. Le sue otto difese si erano concluse tutte prima del limite.

Per quella sfida Sanchez si era allenato correndo dalle sei alle dieci miglia tutti i giorni, sei giorni alla settimana, sulle montagne. Aveva fatto footing attraversando quelle strade polverose che separavano i campi dove lavoravano i genitori. Non avrebbe mai cambiato ritmi e metodica di allenamento, aggiungendo col tempo sedute di sparring all’aperto anche d’estate, sotto un sole cocente che arrivava a toccare i 45 gradi.
In preparazione disputava round di cinque minuti, con intervalli di quarantacinque secondi.
Voleva essere pronto per reggere qualsiasi ritmo il combattimento imponesse.
Giornalisti e tifosi si erano seduti in platea, pronti ad assistere all’ennesimo successo prima del limite di Danny Little Red Lopez. Non sapevano neppure chi fosse quel messicano lì, pensavano l’avessero chiamato per riempire un buco. Avrebbero presto scoperto che quel giovanotto era un campione, uno che avrebbe segnato un’epoca.

In quel primo mondiale, Sanchez aveva dato dimostrazione di un’incredibile consistenza nei colpi. Jab sinistro, montante destro. Ganci, diretti. Portava tutto, con la pesantezza che un mondiale pretendeva. Era preciso, efficace. Scelta di tempo eccezionale, ritmo abbastanza elevato da asfissiare il rivale. Lopez era stato fermato al tredicesimo round.
Aveva perso per kot, con gli occhi chiusi dai pugni dello sfidante. Distrutto nel fisico e nel morale.
Il nuovo campione era il giovanotto messicano.
Salvador Sanchez si era appena presentato al mondo.

21 agosto 1981, Caesars Palace di Las Vegas.
Campionato del mondo pesi piuma WBC.
Sei difese del titolo , poi era arrivato Wilfredo Gomez e il mondo ispanico era entrato in agitazione.
Era una sfida ricca di significati. La boxe stava scoprendo il fascino dei pesi piccoli.
Wilfredo veniva da Portorico, era il campione dei supergallo. Aveva disputato 33 match, 32 li aveva vinti per ko, uno lo aveva pareggiato, al debutto contro Jacinto Fuentes. Ma soprattutto aveva battuto Carlos Zarate, l’orgoglio del Messico. Un fuoriclasse dal pugno terribilmente pesante che era arrivato alla sfida imbattuto dopo 52 incontri, 51 dei quali vinti prima del limite. Il mondiale tra i due picchiatori era stato vinto da Gomez. Un secondo dopo la conclusione del match, i messicani avevano cominciato a cercare l’uomo che li avrebbe vendicati.
C’era tutto questo in palio quel 21 agosto del 1981 al Caesars Palace di Las Vegas. C’erano tensione, rivalità. E c’era ance lo strascico di una polemica che stava per essere risolta.

In avvicinamento al match, Wilfredo aveva usato una tattica copiata da Muhammad Ali, un approccio all’evento che il più grande aveva insegnato a tutti i pugili del mondo.
Sgretola le certezze nella testa del nemico, sostituiscile con una montagna di dubbi, fallo innervosire. E lui crollerà.
Questo era il filone da seguire e Gomez l’aveva fatto con grande applicazione. Aveva insultato Sanchez, aveva cercato di scalfire il carattere tranquillo del campione. Lo aveva chiamato puttanella e scolaretta, a seconda della platea che aveva a disposizione.
Poi era arrivato il momento in cui dalle parole doveva passare ai fatti.
Al suono del primo gong l’unico in grado di portare avanti un piano efficace era stato il messicano. Wilfredo Gomez, picchiatore invincibile, era finito al tappeto nella prima e nell’ottava ripresa. Era stato travolto da un ciclone che non conosceva pause.
Sanchez sparava colpi da ogni posizione e con il passare dei round sembrava che le sue forze aumentassero.
Segnato nel volto, con gli occhi quasi completamente chiusi dai colpi del rivale, portato avanti solo dall’orgoglio, l’eroe di Portorico era stato fermato dall’arbitro Carlos Padilla quando mancavano cinquantuno secondi alla conclusione dell’ottava ripresa.
La questione era risolta, il Messico era stato vendicato.
Il governo di Portorico concedeva una giornata di riposo ai lavoratori per riprendersi dall’enorme delusione.
A Città del Messico festeggiavano il loro eroe, riempivano piazze, strade e vicoli con decine di migliaia di persone che urlavano ritmando il nome del pugile diventato mito.
Milioni di persone avevano seguito il mondiale davanti alla tv, c’erano bandiere alle finestra, urla di gioia riempivano il buio della notte.
Salvador Chava Sanchez aveva appena ricevuto la sua consacrazione, era entrato tra le leggende del ring.

Ioka, da dieci anni sempre sul ring alla vigilia di Capodanno

Ricordate Il giorno della marmotta? È il film in cui Bill Murray trascorre la giornata trattando male tutti. Il mattino successivo, al risveglio, nota alcune somiglianze con il giorno precedente. Identica la stazione radio, gli incontri in albergo, le frasi. Tanti, troppi dejavu. Tutto è uguale al giorno precedente, talmente uguale da essere lo stesso giorno.
Ecco, a Kazuto Ioka capita da dieci anni di rivivere lo stesso evento. Dal 2011 festeggia il Capodanno allo stesso modo. Unica eccezione il 2017, ma solo perché aveva pensato di ritirarsi dal pugilato. Sarà così anche stavolta. Il 31 dicembre il campione del mondo WBO dei supermosca celebrerà l’arrivo del nuovo anno salendo su un ring. Lo farà all’interno dell’Ota City General Gymnasium di Tokyo, l’arena che anziché un veglione, dal 2013 a oggi, per brindare al Capodanno preferisce mettere su una riunione di boxe.
Accadrà nel giorno della vigilia, che da quelle parti chiamano Omisoka. Molti studenti universitari e lavoratori che si sono trasferiti nelle metropoli per frequentare la scuola o per lavorare, tornano nelle loro città d’origine per trascorrere il Capodanno con famiglie, amici e parenti. Tutti, tranne quelli della Prefettura di Okinawa, dove il cambio di anno viene festeggiato secondo il calendario cinese. Nel secondo novilunio dopo il solstizio d’inverno.
Ma torniamo al pugilato.
Venerdì 31 dicembre, Kazuto Ioka difenderà il titolo contro Ryoji Fukunaga, che ha accettato con poco preavviso il ruolo di sfidante. Fino al 16 dicembre l’avversario del campione avrebbe dovuto essere Jervin Ancajas. I due sarebbero saliti sul ring per l’unificazione dei titoli, il filippino è infatti il titolare della corona IBF. L’evolversi della pandemia ha spinto il governo giapponese verso maggiori restrizioni, tra cui il divieto di accesso ai cittadini stranieri.
L’altro match mondiale previsto nel programma, quello dei medi Wba tra Ryota Murata e Gennady Golovkin è stato rinviato alla primavera del 2022. Quello dei supermosca è invece rimasto, era l’unico modo per salvare la riunione.
Fukunaga, 35enne mancino con un record di 15-4-0 (14 ko), fino a martedì era tre chili sopra il limite della categoria. Giovedì il peso ufficiale. “Non ci saranno problemi” ha detto.
Ioka (27-2-0, 15 ko, 32 anni) è un idolo in Giappone. Personaggio popolare e controverso. Sposato con la cantante Nana Tanamura, ha divorziato per celebrare le seconde nozze con una modella di cui non si conosce il nome, da cui ha avuto un figlio nell’agosto del 2019.
Buon record da dilettante (95-10-0), non è però riuscito a staccare un biglietto per l’Olimpiade di Pechino 2008. L’anno dopo ha lasciato l’università e, quando mancava un mese ai venti anni, è passato professionista. Nipote dell’ex campione mondiale Hiraki Ioka, è stato allenato dal padre con cui ha avuto vivaci discussioni proprio all’epoca della relazione con Nana Tanamura.
Nel 2017 ha annunciato il ritiro, è stato fermo per diciannove mesi, poi è tornato a combattere.
Nel 2020 è stato al centro di una curiosa vicenda. Ha difeso il mondiale, ovviamente l’ultimo giorno dell’anno, contro Kosei Tanaka. La Federazione giapponese lo ha minacciato di squalifica. Un tatuaggio non adeguatamente coperto è rimasto visibile, nell’arena e sugli schermi della TBS Tv, per tutto l’incontro. E questo è in contrasto con il regolamento nazionale che recita: “Un pugile con un tatuaggio che mette a disagio il pubblico non può competere in alcun incontro”.
Non è stato punito.
Altro momento di tensione nell’aprile scorso, quando un quotidiano online ha annunciato la sua positività al termine di un incontro. La sostanza riscontrata negli esami sarebbe stata la cannabis.
Anche qui, nessun provvedimento.
Venerdì 31 dicembre 2021 Kazuto Yoka saluta ancora una volta l’arrivo del nuovo anno dall’alto di un ring. Finora gli è andata male una sola volta, la vigilia del Capodanno 2019, quando ha perso per split decision in dodici riprese contro Donnie Nietes per il mondiale vacante dei supermosca Wbo.
Affronterà un uomo esperto, probabilmente non al meglio della condizione, ma deciso a battersi con onore. Il campione non vuole rovinare la tradizione, lo aspettano altre vigilie di combattimento.

Tragedia a Natale. Assassinato un peso massimo americano


Temple Hills, Maryland, tardo pomeriggio.
A bordo di un SUV scuro, cinque persone marciano verso uno dei tanti locali della zona. La specialità da quelle parti sono le ali di pollo. Piccanti e saporite, accompagnate da una birra, rendono felici gli amanti del genere. È lo sfizio giusto per festeggiare come si deve la vigilia di Natale, pensa il gruppo.
Alla guida dell’auto c’è un uomo robusto. Alto più di 1.90, con un peso che supera il quintale. È un pugile professionista ancora in attività, anche se sono due anni che non combatte. Si chiama Danny Kelly Jr (nella foto sopra, a sinistra), boxa da peso massimo e ha un record di 10-3-1, nove successi li ha ottenuti per knock out. L’ultimo match l’ha disputato il 18 ottobre del 2019, quando ha mandato kot in meno di cinque minuti Nick Kisner (21-4-1, 6 ko).
Poi, si è fermato.
Accanto lui viaggia la compagna, seduti sul sedile posteriore i tre figli. Per loro, probabilmente, scatterà l’opzione Coca Cola o addirittura latte, al posto della birra. Non so.
Danny è nato a Suitland, vive a Clinton. Dal Maryland non si è mai allontanato.
Ed è ancora qui, il 24 dicembre 2021. 
È quasi sera, un’auto affianca il SUV all’altezza del 4400 Block di St Barnabas road.
La tragedia arriva improvvisa e spazza via in un attimo quell’uomo che sembrava una roccia.
Qualcuno spara dei colpi di pistola dal finestrino della seconda macchina, il tutto dura solo pochi secondi. Poi l’auto sgomma e schizza via.
Il SUV sbanda, sbatte sul ciglio della strada, si ferma.
Il silenzio dura un paio di secondi, poi si trasforma nel caos. Urlano tutti.
Danny è immobile, crivellato dai proiettili, disteso sul sedile.
Adesso il tempo sembra passare con inaccettabile lentezza.
Arriva la polizia. A seguire ecco gli immancabili collezionisti di immagini macabre, gli specialisti delle foto dal cellulare. Finalmente ecco l’ambulanza, porta in ospedale il corpo di quell’uomo sofferente.
Non c’è niente da fare.
Poche ore dopo, il medico che ha tentato di salvare la vita del pugile, ne annuncia la morte.
Danny Kelly jr aveva trent’anni.
La scena è spettrale. Un SUV distrutto, le luci della polizia, i rilevamenti della scientifica, la curiosità dei passanti come ultima testimonianza del crimine appena perpetrato.
St Barnabas road è una strada molto trafficata, la polizia spera di trovare qualcuno che abbia visto e sia disposto a parlare. Per aiutare la memoria, il Dipartimento di Prince George annuncia una ricompensa di 25.000 dollari per chiunque fornirà informazioni utili per l’arresto dell’assassino.
È l’alba di Natale, la compagna e i tre figli lasciano l’ospedale.

Boxe alle Olimpiadi. In futuro, computer al posto dei giudici?


Morinari Watanabe è stato rieletto presidente della Federazione Mondiale di Ginnastica.
In un’intervista in esclusiva pubblicata da insidethegames.biz ha dichiarato che in futuro il computer potrebbe prendere il posto dei giudici.
“I due elementi fondamentali da tenere in considerazione sono trasparenza e integrità. Oggi i computer con immagini a 3D servono da supporto ai giudici nelle competizioni di ginnastica, in futuro potrebbero anche prenderne il posto. Atletica e nuoto hanno i tempi, sono quelli a indicare vincitore e classifica. Gli sport che si fanno con la palla sono facili da capire. Se una squadra segna il gol è evidente a tutti. Poi ci sono altri sport, come il nostro, che sono interpretati soggettivamente dagli uomini. Forse, in futuro, potrebbe non essere più così”.
Watanabe è stato nominato nel 2019 capo della Task Force che ha gestito il torneo olimpico di pugilato per i Giochi di Tokyo 2020. L’IBA, la federazione che si occupa di boxe a livello dilettantistico, è ancora sotto la sospensione decisa due anni fa dal CIO a causa di cattiva governance, problemi di gestione finanziaria, impropria condotta di giudici e arbitri. Resterà sospesa sino al 2023, poi sarà sottoposta a un nuovo esame. Al momento il pugilato non è inserito nel programma olimpico di Los Angeles 2028.
La domanda sorge spontanea.
Ammesso che la boxe riesca a recuperare il posto perso ai Giochi, andremo verso l’utilizzo dei computer al posto dei giudici anche in questo sport?
Se ciò dovesse accadere sarebbe l’ennesima sconfitta di una disciplina dalle antiche tradizioni che per salvarsi si deve disfare dell’uomo, sostituendolo con una macchina. Non è il discorso nostalgico di un vecchio tifoso. Io non soffro di nostalgia, sono semplicemente deluso, triste, avvilito. Se in un futuro non lontano, la tecnologia dovesse essere chiamata a giudicare, attraverso complessi algoritmi e chissà quali altre innovazioni, il comportamento di un pugile sul ring ci troveremmo davanti alla fine della nobile arte. Il pugilato non avrebbe più alcun titolo per definirsi tale.
Come dice giustamente Watanabe, lo sport ha bisogno soprattutto di trasparenza e integrità. Due elementi che evidentemente la boxe non sarebbe in grado di offrire, se non attraverso complessi strumenti tecnologici che prenderebbero il posto dell’uomo.
Ma non è ancora arrivato il tempo delle lacrime. I computer al posto dei giudici al momento sono una concreta visione futura solo per la ginnastica. Ma gli elementi comuni alle due discipline, soprattutto se a gestirle a livello olimpico sarà lo stesso presidente, non sono pochi.
Aspettiamo per capire se e come sarà uccisa la passione di milioni di tifosi.
Quando poi leggo sul sito della ESPN il titolo: Che vi piaccia o no, il 2021 è stato l’anno di Jake Paul, e se lo è guadagnato, capisco che davvero (come sostengo da tempo) nella boxe il peggio non ha mai fine. Quando pensi che siano arrivati in fondo, riprendono a scavare.
Buone feste a tutti.


Ketchel nella città del peccato. Una vigilia di Natale con ko…


Questa è una storia che sembra stonare con l’atmosfera natalizia. È il racconto di un ragazzo che scopre il sesso . Un giovane povero e senza mestiere affronta la vita. È una storia di lotta e sacrifici, è il racconto di un tempo in cui nei Casino si entra per combattere, anche se è la vigilia di Natale. Per vincere Stanley Ketchel, il nostro protagonista, il 24 dicembre 1905 mette knock out in quattro round Kid Foley, come ha fatto l’anno prima, come farà l’anno dopo. La forza dei pugni è la sua arma per uscire dal ghetto, per sconfiggere la miseria. Il Casino Theater di Butte è il luogo del peccato, ma anche della redenzione. Il Copper Queen è un albergo, i clienti sono uomini, le residenti sono prostitute. Così va la vita, anche se è Natale. Il campione racconta quei giorni nel mio libro Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring. 


È a Chicago che scopro il sesso.
Ho tredici anni, sono poco più di un ragazzino.
Nel bordello in cui vado per la mia prima volta le luci sono fioche, i mobili sembra stiano per cadere a pezzi, vecchi come vecchie sono le ragazze che si offrono mettendo in fila oscenità che non avevomai sentito prima.
Verso un dollaro alla cassa e salgo con Grazyna. Ha un sorriso che spaventa, le manca un incisivo e anche gli altri denti non è che stiano proprio bene. Odora di cavolo bollito e parla solo polacco.
Finisce tutto in fretta.
Quando esco non ho ancora capito cosa sia l’amore. E sono ancora molto lontano dal sapere cosa possa essere il sesso.
La tappa successiva è Butte, una piccola cittadina tra le montagne del Montana, nella Silver Bow County. È un posto di miniere di rame, saloon e prostitute.
È dentro quei locali, dove alcool e sesso sono la merce più venduta, che l’America sogna.
I dollari arrivano all’improvviso. Fortune rapide e altrettanto rapide discese nella disperazione. Butte è un’attrazione. La chiamano la collina più ricca del mondo. I padroni della zona sono i proprietari dell’Anaconda Mining Corporation. È un periodo magico per chi ha il rame, la diffusione dell’elettricità ne ha aumentato in maniera spaventosa la richiesta.
La legge da queste parti è quella della criminalità. I banditi sono figure mitiche, ammirati molto più che odiati. Jesse James è stato ucciso una ventina di anni fa. La sua leggenda gli sopravvive. William Anderson detto “Bloody Bill” è stato un assassino spietato, ma ha ancora il suo fascino su una generazione a caccia di eroi. Gli outlaw, i fuorilegge, riempiono i discorsi dei giovani che cercano qui il loro futuro.
Il pugilato piace. Ha quello spirito selvaggio necessario per conquistare gli uomini e affascinare le donne. In fondo è una lotta per sopravvivere, quella che ognuno di noi continua a combattere ogni ora della sua vita in questo maledetto mondo.
Ho quattordici anni e un lavoro. Me lo guadagno sfoderando faccia tosta e quel tanto di muscoli per chiarire che alle parole sarei pronto a fare seguire i fatti.
Busso alle porte del Copper Queen che è albergo, casino e saloon nel distretto a luci rosse di Butte. Lo frequentano fuorilegge e ubriachi. Il piatto forte sono le prostitute,  sono tantissime. Almeno un centinaio. La maggior parte di loro vive in minuscole stanze con un letto, una stufa a carbone e una piccola credenza con sopra lavabo e brocca. Sono pagate in dollari d’argento che stipano nelle calze per evitare che qualcuno glieli rubi. Sulla porta della stanza hanno una targhetta con il loro nome. Si dice che riescano a guadagnare anche sessanta dollari a notte.
Entro e chiedo un lavoro. Mi portano da Josh Allen.
«Sono il padrone di questo posto, cosa posso fare per te, ragazzo?»
Sono robusto, resisto alla fatica e ho bisogno di soldi.
«Sei un cowboy?»
Vorrei esserlo.
«Come te la cavi a portare i bagagli su per le scale, a scarpinare tutto il giorno?»
La fatica non mi fa paura.
«Proviamo».
Nel saloon incrocio uomini che si concedono facilmente all’alcool, donne che si concedono facilmente. Niente di nuovo per i miei occhi.

Santo Stefano, cinquant’anni fa. Ali mette ko “il macellaio”

Hallenstadion di Zurigo.
È il 26 dicembre del 1971, una domenica di cinquant’anni fa.
Sono passati nove mesi da quando Muhammad Ali ha perso il primo match da professionista.
Joe Frazier gli ha inflitto l’umiliazione del knock down e ha aperto una cicatrice che fatica a rimarginarsi.
Ali gira il mondo in cerca di avversari da battere, uomini che possano mettere il loro mattone nella ricostruzione dell’esaltazione di quell’ego che l’ex re dei massimi ha visto indebolirsi sul ring del Madison Square Garden.
Jimmy Ellis, un ex sparring partner, e Buster Mathis, ingombrante nei suoi 117 chili di peso, sono stati i primi due rivali a prestarsi per l’operazione recupero. Nella notte di Santo Stefano del ’71 il bastone della staffetta passa nelle mani di Jurgen Blin.
Faceva il macellaio in un’azienda di salumi ad Amburgo, l’avrebbe fatto sino a fine carriera.
Ho letto la sua storia su Facing Ali, uno splendido libro in cui quindici avversari del più grande si raccontano a Stephen Brunt. C’è intensità, emozioni, passione e pugilato in quelle pagine. C’è la vita.
Famiglia numerosa i Blin. Il papà lavorava in proprio. Girava di paese in paese, di fattoria in fattoria. Mungeva le mucche e procurava il latte per il caseificio locale. L’alcolismo non gli permetteva di andare avanti a lungo.
Aveva poco più di dieci anni Jurgen quando, assieme alla mamma e ai fratelli, ereditava il lavoro del papà. A scuola lo chiamavano cacca di mucca. Era per via di quella puzza che si portava costantemente dietro. Un’operazione di bullismo che provocava un profondo senso di solitudine nel ragazzo, depressione sfogata in lunghi pianti, travolto da un senso di oppressione e rabbia.
A quindici anni scappava, andava ad Amburgo. Lavorava come apprendista garzone nella bottega di un macellaio, un padre di famiglia che gli permetteva di dormire nella sua casa. Davanti alla finestra della camera di Jurgen c’era una palestra di pugilato. Dopo mille rinvii, si decideva. Entrava in quel locale, diventava prigioniero di una passione difficile da dimenticare.
Il pugilato l’aveva subito conquistato. Lavoro, allenamenti, cena, a letto a dormire.
Senza un giorno di riposo. Quando faceva il grande passo, e diventava professionista, l’unico lusso che si concedeva era quello di tre/quattro settimane di ferie. Ovviamente non pagate e riempite solo dagli allenamenti.
Prò a diciannove anni, già sposato e padre di tre figli, due dei quali gemelli.
Piccolo di fisico, si presentava sul ring sistematicamente sotto i 90 chili. Pochi per un peso massimo, il giusto per uno alto 1.85. Avesse combattuto oggi sarebbe stato un cruiser.
Non aveva grande potenza di pugno. Ma era un fighter vero. Determinato, coraggioso, pronto a giocarsi ogni possibilità anche contro i più forti.
E chi poteva definirsi migliore del migliore?
Ho visto quel match su un filmato che ripropone ogni secondo della sfida.
Ho visto Jurgen camminare tra due ali di folla, raggiungere il ring avvolto in un accappatoio blu con una sciarpa gialla. Sulla faccia le mille preoccupazioni del momento.
Blin era sempre salito sul quadrato convinto di avere una possibilità di vittoria. Non quella sera. Sapeva che l’altro era più bravo, più grosso, più veloce, più potente, più esperto, sicuramente più carismatico. No, non avrebbe mai potuto batterlo. Eppure aveva accettato la sfida. E non solo per i 45.000 dollari della borsa. Ali prendeva cinque volte tanto, ma anche quella che finiva nelle tasche del tedesco era una bella somma. Blin combatteva anche e soprattutto per l’orgoglio di esserci. E lo faceva spinto dalle motivazioni che l’avevano portato a diventare pugile. La rabbia per quello che aveva dovuto passare da ragazzo, il dolore che l’aveva portato a scappare di casa. E sì, anche la certezza di un buon guadagno che avrebbe contribuito a rendere più sicuro il futuro della famiglia.
Ali era avvolto da un accappatoio rosso con i risvolti bianchi. Aveva già sconfitto Liston, Bugner, Patterson, Chuvalo, Bonavena, Terrell, Quarry, Folley.
Durante i preliminari, prima di un’esecuzione degli inni che sembrava non dovesse mai finire, Bundini Brown lo massaggiava sulle spalle, sorrideva a ogni sua parola, impediva che altri lo toccassero. Solo due uomini potevano farlo. Angelo Dundee, calabrese d’America, da sempre manager del campione. Un uomo che amava definire così il suo mestiere: “A volte devi essere un buon dottore, altre un bravo ingegnere, altre ancora conoscere la psicologia, spesso devi diventare anche attore. E, ovviamente, devi conoscere la boxe. Ci sono più modi di interpretare questo lavoro di quelli che puoi trovare negli inganni del cubo di Rubik.”
L’altro uomo era un giovanissimo Mickey Duff, il promoter che parlava lentamente con un accento inglese acquisito, una voce soffocata che sembrava volesse rientrare da dove era appena uscita. Uno che aveva uno strano rapporto con il mondo. “Se vuoi lealtà, comprati un cane” era il suo motto.
All’angolo di Blin c’erano il manager Henk Ruhling e l’interprete o chissà cosa altro Hans Rudi Jaggi. Sotto l’angolo sedeva Fritz Wienne, un promoter che, data la mole, era impossibile non vedere.
Cento chili al peso per Ali, dieci in meno per Blin.
Per quasi sei riprese Jurgen interpretava bene il suo ruolo. Nei round iniziali provava addirittura a sorprendere il campione. Poi l’altro intensificava il ritmo, le combinazioni si susseguivano e i colpi andavano a segno sempre più numerosi. Il pugno che chiudeva la storia arrivava nel settimo round. Era un diretto destro che centrava in pieno volto il tedesco. Blin appariva come un edificio che si stesse sgretolando dopo l’impatto con una palla di demolizione lanciata a grande velocità. Presa la botta, rimaneva in piedi, poi lentamente precipitava verso il tappeto, cercava nelle corde l’ultimo rifugio, si attaccava, appoggiava, provava a rimettersi in piedi. Tutto inutile.
Finiva lì la grande avventura del macellaio, ex mungitore di mucche, che sarebbe poi diventato campione europeo della categoria. Uno che poteva dire di essere stato sullo stesso ring contro Muhammad Ali.

Il campione se ne è andato per sempre il 3 giugno del 2016, aveva 74 anni.
Jurgen Blin di anni ne ha 78, vive ancora ad Amburgo dove ha comprato alcuni ristoranti. Fortunato negli affari, non lo è stato altrettanto nella vita di famiglia. Uno dei gemelli è stato ricoverato a lungo in una casa di cura per malattie mentali, alla fine si è suicidato lanciandosi dal dodicesimo piano dell’ospedale. Dopo il primo ricovero del ragazzo, l’ex peso massimo ha divorziato dalla moglie. L’altro gemello, dopo un iniziale successo nel commercio, è andato in bancarotta.
Molti demoni si muovono nelle lunghe notti di Jurgen Blin. Incubi in cui a tratti si fa luce una sconfitta per ko contro Muhammad Ali, è catalogata sotto la scritta lampi di orgoglio.

La boxe continua a legittimare le commedie dello YouTuber…

Interpretando il ruolo del provocatore, il fratello del fenomeno ieri ha recitato una frase imparata a memoria. Doveva averla pensata per scandalizzare, ha prodotto l’infinita tristezza che scatena l’esibizione di un clown a fine carriera.
Gli anni Settanta hanno avuto Muhammad Ali, gli anni Ottanta hanno avuto Mike Tyson, oggi il pugilato ha Jake Paul”.
Dicono che il biondo 24enne abbia guadagnato sei milioni di borse per il suo lavoro da pugile. Dicono anche ne abbia guadagnati 20 per il suo lavoro come YouTuber.
Una cosa è certa, queste attività fanno il bene di Jake Paul e, soprattutto, del suo conto in banca.
Ma ci sono molte persone che dicono che JP faccia bene al pugilato.
È il soggetto di articoli sui giornali, ci sono spettatori che pagano per vederlo in pay per view, altri che, stimolati dal tema, non finirebbero mai di parlarne. Ma alla boxe cosa porta?
Cinque match da professionista, cinque vittorie per ko.
Contro uno YouTuber come lui, un ex giocatore di pallacanestro vicino ai 37 anni, un lottatore che a 37 anni era già fuori dal giro, e per due volte contro un ex lottatore dell’UFC a un passo dai quarant’anni. Questi gli uomini con cui è salito sul ring. Nessuno di loro aveva mai combattuto prima, nessuno di loro ha mai combattuto dopo. Jake Paul è stato l’unico contatto che hanno avuto con la boxe.
I tifosi hanno parlato di match combinati, Dana White presidente dell’UFC ha definito con un termine scatològico (“merda totale” le parole esatte) ogni dato relativo all’attività del soggetto.
Eppure il pugilato ufficiale ha legittimato i suoi incontri, il fenomeno ha addirittura combattuto in un programma in cui era previsto un titolo mondiale. Ogni match è stato autorizzato da una Commissione, ogni match giudicato da ufficiali regolarmente tesserati. Del resto la vergogna è qualcosa che la boxe ha perso molto tempo fa, anche il confine con il ridicolo è stato passato in epoche non recenti. Qui però si tratta di un cammino che porta verso l’ignoto. Il considerare questi eventi come sport e inserirli a tutti gli effetti in un contesto pugilistico fanno del male a uno sport che invece avrebbe bisogno di fare promozione, di ripulirsi la reputazione macchiata da quattro, cinque, dieci enti che si dividono quel che resta di un glorioso passato.
Nessuno pensava che il pugilato potesse rischiare di sparire dalle Olimpiadi.
Eppure è accaduto.
Nessuno pensava che la sua Federazione Mondiale dilettantistica potesse essere sospesa dal CIO.
Eppure è accaduto.
Nessuno pensa che la boxe potrà diventare un evento per pochi protagonisti ricchissimi e un popolo di combattenti che dovranno invece accontentarsi della loro passione. Nessuno crede che la sua popolarità potrà essere limitata a ristrette fasce geografiche.
Gli ospiti del Titanic mai avrebbero pensato che il transatlantico potesse andare a schiantarsi contro un iceberg. Così, hanno continuato a ballare.