Parigi 2024. Rivoluzione in arrivo, programma sconvolto


Dall’interno del CIO escono mezze notizie che lasciano intuire la conferma del pugilato anche nel programma dei Giochi di Parigi 2024. L’organismo, come ha già fatto per Tokyo 2020, dice che intende tutelare gli atleti, ma non approva il comportamento di chi li governa. Ancora una volta sembra che l’organizzazione del torneo possa essere affidata a una Task Force del Comitato Olimpico Internazionale, non volendo il CIO annullare la sospensione della Federazione del pugilato dilettantistico mondiale (l’AIBA).
Questa notizia arriva proprio mentre la stessa AIBA ufficializza in un comunicato la riforma dei metodi di gestione della governance, sia nei numeri (riduzione a 18 dirigenti) che nella divisioni dei compiti. L’approvazione del nuovo Statuto sarà affidata all’Assemblea nel Congresso Straordinario, che si terrà il prossimo 12 dicembre.
Le elezioni generali avranno invece luogo entro giugno 2022, presumibilmente negli stessi giorni di maggio in cui a Istanbul si disputeranno i Mondiali femminili, giù rinviati due volte. Un torneo che per la prima volta vedrà le ragazze impegnate in 12 categorie di peso: paglia (48 kg), minimosca (50 kg), mosca (52 kg), gallo (54 kg), piuma (57 kg), leggeri (60 kg), superleggeri (63 kg), welter (66 kg), superwelter (70 kg), medi (75 kg), mediomassimi (81 kg), massimi (+81 kg).
Il tema centrale della boxe all’Olimpiade francese sarà proprio la crescita di importanza che avrà il movimento femminile. Per la prima volta ai Giochi, nei due generi, parteciperà lo stesso numero di atleti: 126 uomini (60 in meno che a Tokyo 2020), 126 donne (26 in più rispetto ai Giochi giapponesi).
Continuerà così la riduzione del programma maschile: 11 categorie a Pechino 2008, 10 a Rio 2016, 8 a Tokyo 2020, 7 a Parigi 2024. Quale sarà quella esclusa? Molto probabilmente i mediomassimi. Dovrebbero restare nella competizione mosca, piuma, leggeri, welter, medi, massimi, supermassimi. La spinta verso la parità dei numeri imporrà al CIO di ridurre non solo le categorie, ma anche il numero dei pugili ammessi nel tabellone finale. Qualificazioni ancora più dure dunque e sfide solo tra il meglio che c’è. Cancellazione dei bye in arrivo.
Il sacrificio degli uomini, andrà a vantaggio delle donne che continueranno così a crescere nel tabellone olimpico: erano 3 le categorie all’esordio di Londra 2012 e tali sono rimaste a Rio 2016, sono passate a 5 nei Giochi di Tokyo 2020, diventeranno 6 a Parigi 2024.
A mosca, piuma, leggeri, welter e medi dovrebbe andare ad aggiungersi gallo.
Entro fine anno avremo una conferma delle specifiche categorie in programma.

Era il 26 novembre, del 1908. Terza sfida tra Ketchel e Papke

Era il 26 novembre anche allora, cambia solo l’anno. Era il 1908. Billy Papke e Stanley Ketchel si affrontavano a Colma, California, per il titolo mondiale dei pesi medi. Era il terzo dei loro quattro incontri. Il brano è scritto in prima persona, a parlare è l’Assassino del Michigan…

Billy Papke è nato a Spring Valley il 17 settembre del 1886. Prima di diventare pugile, ha lavorato come minatore. Morirà suicida il 26 novembre del 1936, dopo avere ucciso la moglie in un albergo di Newport in California. Al tempo dei nostri incontri era una belva scatenata. Biondo, con i capelli a spazzola, massiccio, testardo fino all’autodistruzione.
Boxava di rimessa, ma era anche un picchiatore violento che non concedeva pause. Pronto a tutto, pur di vincere.
Quattro sono gli scontri tra di noi.
Vinco il primo, Papke si aggiudica il secondo.
Sono furioso.
Ti ci sono voluti dodici round per battere un uomo ferito, un pugile reso cieco da un colpo a tradimento. La prossima volta farò sì che i tuoi occhi restino aperti a lungo, devi soffrire sino in fondo al cuore prima di vedere Stanley Ketchel che ti mette knock out.
Il maledetto pugile polacco non crede alle mie parole e si lancia in un’audace scommessa.
Vincerò questo match entro il decimo round. Se non dovessi riuscirci, sono pronto a mangiare il corvo più grosso che voli sopra il cielo della California.
Sono una furia inarrestabile. Papke è subito in difficoltà, nel quarto round barcolla. Nell’ottavo è al tappeto. Si rialza. Non gli dò neppure un attimo di tregua, deve soffrire.
Un corto gancio sinistro lo rispedisce a terra nell’undicesima ripresa. Torna in piedi solo per prendersi due destri e un sinistro allo stomaco e ripiombare di nuovo al tappeto per restarci anche dopo che l’arbitro lo ha dichiarato knock out.
Sarà la sua unica sconfitta prima del limite in tutta la carriera. Quando tornerà a casa, anche la moglie faticherà a riconoscerlo.
Dovrei essere triste per questo?
Balle, vederlo così mi rende l’uomo più felice del mondo.
T.P. Magillican scrive sul San Francisco Call.
Papke è andato al tappeto sbattendo la testa con un crack che è stato sentito dall’intera arena. Ketchel gli era saltato addosso come un lupo. Destri e sinistri alla testa e al corpo, fino a farlo saltare.
Ma come, non dovevo perdere?
I giornalisti dicono che non ho stile, che la mia boxe è solo violenza. C’è però uno di loro, il più giovane ma a mio avviso anche il più bravo, che la pensa diversamente. Si chiama Nat Fleischer e ha la mia età, è il solo che capisca cosa sia veramente la boxe.
Stanley Ketchel è uno dei più grandi pugili del mio tempo. Sa sfruttare tutta la sua forza con grande freddezza. Nel momento in cui sale sul ring i suoi occhi sono quelli di un killer. Ketchel è un diavolo del quadrato capace di convincere i nemici che tutte le furie degli dei si stanno rivolgendo contro di loro. Tira pugni da ogni angolo del ring. Se manca un colpo con una mano, è subito pronto a colpire con l’altra. È aggressivo come un bulldog e forte come un cavallo.
Belle parole, no?
Lui scrive per i giornali di New York e studia alla New York University, anche se mi sembra che l’abbiamo appena espulso. Ha fatto saltare in aria il laboratorio di chimica. È forte Nat, sono certo che diventerà famoso. È l’unico che capisca veramente di boxe.
Guardo in faccia i giornalisti e li sfido.
Adesso voglio Tommy Burns, lui metterà ko Jack Johnson e poi dovrà affrontarmi. Voglio il titolo dei pesi massimi!
Sono un maleducato, mi dimentico di augurare buon appetito a Billy Papke.
Con la speranza che il corvo sia di suo gusto.

(Testo tratto da “Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore, 202 pagine, disponibile sui principali siti di vendita online in formato ebook o con copertina flessibile)

I tifosi della boxe? Sono pochi, riottosi e non amano pagare…

Palazzo Dello Sport Roma

Questa è la storia di un omicidio per amore. Ma forse sarebbe più giusto dire di un lento omicidio causato da un tradimento. L’assassino è il tifoso di pugilato che ha tradito la sua passione iniziale (la boxe) per amare sè stesso.

DAZN sta facendo un buon lavoro con il pugilato. Trasmette riunioni di primo livello, sempre in diretta. Ha spesso dato i migliori incontri in programma sui ring di tutto il mondo. Eppure il popolo della boxe si lamenta.
Il canale è a pagamento. Non è giusto!
Chissà cosa diranno, probabilmente nei primi mesi del 2022, quando scopriranno che oltre al canone dovranno versare un extra per garantirsi la visione dei migliori match in pay per view
È il momento di chiarire alcuni concetti base.
Punto uno.
Vedere il pugilato in televisione non è un bisogno primario.
Punto due.
Per allestire la trasmissione, comprare i diritti televisivi e promuovere l’evento, DAZN tira fuori dei soldi. Non ha un canone di abbonamento obbligatorio come la Rai, perché mai dovrebbe offrire gratuitamente il prodotto?
Certo, la PPV è sicuramente l’ennesimo colpo alla popolarità del pugilato, la porta aperta verso il buio.
La realtà racconta però anche altre storie.
Negli ultimi quindici anni le televisioni non si sono interessate più di tanto alla boxe perché i numeri dell’audience erano decisamente bassi.
La mancanza di abitudine a vedere spettacoli di qualità ha reciso i fili che legavano gli eventi all’utente. La rara possibilità di vedere i veri campioni ci fa sembrare tali quelli che non lo sono, è procedendo su questo sentiero che si è perso il gusto del bello. Ho sentito insulti rivolti a Floyd Mayweather jr, per il suo modo di combattere. Mi sono state rivolte parole di scherno perché ho definito Usyk un fuoriclasse. Anni di spettacoli di terza categoria hanno portato la nicchia della boxe a confondere i parametri di riferimento.
Il clan dei patiti è composto da pochi fedelissimi. Facciamocene una ragione. Sono pochi e iracondi, sono quelli che continuano a sparare a pallettoni sulle televisioni, sui giornalisti. Per offendere questi ultimi li chiamano giornalai. È solo l’ultimo abbaglio razzista di chi non ha rispetto per una categoria, quella dei giornalai: in crisi, sottoposta a orari di lavoro pazzeschi, con la pioggia e il caldo soffocante, in cambio di un reddito non esaltante. Così insultando non colpite i giornalisti, ma quei lavoratori instancabili che meritano solo rispetto. Ma credo sia pretendere troppo dai professionisti dell’offesa, perché per scegliere le parole bisognerebbe conoscerne il significato.
Gli iracondi si nutrono di insulti, ma non fanno neppure la fatica di leggere cinque righe. Mi è capitato più di una volta di registrare il fenomeno. Informo sulla la tv che manderà in onda un mondiale, dove si svolgerà, indico orari di dirette e repliche, giorno di trasmissione e numero del canale.
Poi leggo i commenti sotto l’articolo postato sui social.
Ma lo trasmette qualcuno?
A che ora è il match?
Dove combattono?
E se dal salotto di casa si passa allo spettacolo dal vivo, le cose vanno anche peggio. L’incasso è l’ultima delle voci nel borderò di un organizzatore, contribuisce al budget in modo irrilevante, impalpabile, quasi inesistente. Pochi, pochissimi, escono da casa, prendono la macchina, pagano il biglietto e si siedono in platea. Non lo vedono in tv, non lo vedono dal vivo. E il giorno dopo insultano il mondo intero.
Sento e leggo: “Avete visto in Inghilterra?”.
Ho visto. Nei palasport ci sono diecimila persone che hanno comprato il biglietto e quando si parla di audience parliamo di milioni di telespettatori. Da noi se si arriva a mille paganti e a 200.000 telespettatori si celebra ballando la samba per una settimana intera.
E, tanto per essere chiari: in Inghilterra ci sono quattro televisioni che trasmettono boxe, a pagamento. Due tv: BT Sport (legata a Frank Warren) e Sky Sports (ha contratti con più organizzatori, con una posizione di privilegio per Boxxer); due in streaming: DAZN (esclusiva con Matchroom di Eddie Hearn) e Fight Zone (ha rapporti con Dennis Hobson). Una sola Tv in chiaro, Channel Five che ha il punto riferimento in Hennency Sport. È stata la prima a trasmettere i match di Tyson Fury, questo spiega in gran parte la sua popolarità. Il mito nasce dalle Tv in chiaro, in Inghilterra, in Italia, nel mondo.
Da noi però manca l’elemento base. Lo spettatore. L’ultima volta in cui Italia 1, tempo fa, ha programmato in chiaro, l’audience era compresa nella forbice tra 200.000 e 300.000, con uno share calcolato attorno al 2 per cento. Non sono certo riscontri da scatenare scene di esultanza all’interno di un network nazionale.
È la realtà. E con la realtà bisogna fare i conti, i numeri non mentono.
Gli appassionati non hanno una percezione esatta della realtà. Parlano tra di loro e pensano che il pubblico della boxe sia composto da milioni di tifosi. In realtà sono sempre gli stessi che seguono il consiglio napoletano: facite ammuina. Fate confusione. Si muovono continuamente rinchiusi in una sorta di ghetto e sono convinti di essere al centro dell’universo. I giornali ignorano questo sport. Le televisioni nazionali non ne parlano quasi mai.
A seguire la boxe è rimasto un manipolo di fedelissimi, sempre gli stessi.
Sono pochi e riottosi. E hanno una visione distorta del loro amore.
Oggi si vive in un mondo in cui si regala più importanza ai vaneggiamenti che alla sostanza. Si è persa la capacità di ascoltare, a molti sembra una disponibilità inutile. Tutti sanno già tutto. Si è persa la curiosità che è una delle fonti del sapere. Si spiega, non si parla. E il mondo del pugilato fa parte della vita, quindi non è esente da questa deriva sociale. Amavano la boxe, ora amano sè stessi. Gli piace il suono delle loro parole, confondono la loro visione del problema con la verità.
Per i tuttologi in giro per l’Italia non esiste una programmazione accettabile, qualsiasi cosa la tv trasmetta. Questa è l’idea base che guida le loro analisi . Sono tutti convinti che l’unica soluzione possibile sia: la loro presenza alla guida delle trasmissioni, che così potrebbero diventare luoghi in cui parlare, parlare, parlare. Lo scrivono sui social lacerando la lingua italiana, senza rispetto per congiuntivi, verbi, punteggiatura e ortografia. Ah, se ci fossero loro…
Per costruire una speranza ci sarebbe bisogno di spalare il letame e continuare a spalare, con umiltà. La luce è una conquista per cui lottare, non un diritto divino. Il popolo della boxe continua a pretendere caviale e champagne. Gratis, ovviamente.
E anche adesso, che hanno il massimo che il panorama possa offrire, si sentono in dovere di inveire, non offrendo come contropartita un’audience degna di questo sport.
DAZN ha due milioni di abbonati, il 95% viene dal calcio, il resto è diviso tra tutti gli altri sport messi assieme.
Alla prossima, quando anche questa emittente in streaming opterà per la pay per view e la nicchia della boxe in Italia sprofonderà nel silenzio, avvolta dal buio…

Il dramma di Don Curry, l’appello disperato del figlio


Salve a tutti,
oggi parlo a nome di mio padre, Donald Curry. Un campione del mondo della boxe, uno dei più grandi pesi welter di tutti i tempi. Tuttavia, oggi chiedo aiuto. Non per avere soldi, ma per diffondere la consapevolezza di quanto sia necessario trovare una soluzione per gli atleti in pensione.


Comincia così, sul profilo Twitter di Donald Curry (@LoneStarCobraTX), l’appello al mondo della boxe del figlio di un grande campione.
Quello che segue è il racconto di una lunga sofferenza, della tragedia di un uomo che si trova in difficoltà con sintomi di CTE (chronic traumatic encephalopathy), l’encefalopatia traumatica cronica che nel tempo provoca la riduzione delle cellule cerebrali a causa di ripetuti traumi cranici.
Negli ultimi tre anni, ho cercato di trovare aiuto per mio padre per fare una TAC o una valutazione cerebrale, ma vivo lontano e lui non è in grado di viaggiare. Questo ha complicato la situazione. Per la prima volta nella mia vita, ho passato un fine settimana con lui quando è stato inserito nella Hall of Fame due anni fa. Ho così potuto vedere i problemi che aveva a camminare. Si appoggiava al muro e sembrava debole. È salito sul palco per pronunciare un discorso che avevamo a lungo preparato, ma non ce l’ha fatta. Ha detto “grazie” ed è sceso. Ho pensato di chiedere aiuto a tutti i suoi fan, sostenitori, amici ed ex colleghi di lavoro prima che faccia del male a qualcuno, che qualcuno faccia del male a lui o che si faccia del male. Non sono a conoscenza di infrastrutture in cui atleti, in particolare pugili, possano ottenere l’aiuto o il trattamento di cui hanno bisogno per la salute mentale e la CTE. Vi sto chiedendo di taggare chiunque si occupi della salute mentale, di aiutare a diffondere la consapevolezza su questo problema per sapere se ci possano essere risorse per pugili/atleti in pensione che abbiano sintomi precoci di salute mentale e CTE e possano ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno prima che sia troppo tardi. Grazie”.
L’appello si chiude qui.


Donald Curry ha 60 anni.
Da dilettante ha chiuso con un record di 400-4-0, ha vinto le selezioni per andare ai Giochi di Mosca, ma gli Stati Uniti hanno boicottato l’Olimpiade del 1980 e lui è rimasto a casa.
Da professionista (34-6-0, 25 ko inflitti, 5 ko subiti) è stato campione del mondo dei welter e superwelter. Ha sconfitto Marlon Starling, Milton McCrory, Carlos Santos, Lupe Aquino e Gianfranco Rosi.
Ha incassato, complessivamente, borse per oltre cinque milioni di dollari in una carriera che va dal 1980 al 1997, con un’interruzione di quasi sei anni.
Disastroso l’ultimo periodo.
Il 18 ottobre del 1990 affronta Michael Nunn per il mondiale IBF dei medi. Perde per kot al decimo round, dopo avere subito una durissima punizione. Nunn gli scarica addosso dodici colpi consecutivi senza che lui accenni una reazione.
Il primo giugno del 1991 incontra Terry Norris per il mondiale superwelter WBC. Subisce per l’intero match, va giù alla settima ripresa. In quella successiva Norris lo travolge con quindici colpi consecutivi e, quando ha già le ginocchia sul tappeto, lo finisce con un altro destro. L’arbitro Chuck Hasset non vede e decreta il kot.
Annuncia il ritiro.
Il 20 febbraio 1997 torna sul ring. Ha bisogno di soldi. Supera Gay Jones (3-24-2) per ko 4. Poi chiede a Bob Arum una sfida con Emmet Linton, di cui è stato allenatore e manager. Nel 1993 i due hanno litigato, nel 1995 Curry ha accusato Linton di avere fornito informazioni alla madre di uno dei suoi figli. Danno vita a una rissa in strada, tirano fuori delle armi, per fortuna non le usano. Don Curry finisce in prigione per non avere pagato gli alimenti alla donna. È condannato a sei settimane di carcere, ne sconta una e viene rimesso in libertà.
Il 9 aprile 1997 affronta Emmett (22-2-0, dieci anni più giovane) a Las Vegas.
Prende una borsa di 30.000 dollari, 20.000 in meno del suo avversario.
Perde per kot 7, senza mai essere stato nel match. Subisce la terza severa punizione negli ultimi quattro incontri. A fine combattimento si reca al Valley Hospital dove gli esami rivelano l’esistenza di una pancreatite acuta. Ne soffriva prima del match. È una malattia che provoca debolezza, nausee, vomito e forti dolori alla schiena.
Don Curry è nato e cresciuto a Schieffer Street, Fort Worth (Texas), in una famiglia che non si è fatta mancare nulla in fatto di drammi o tragedie.
Bruce Curry, fratello maggiore ed ex campione del mondo dei superleggeri, è stato per oltre un anno rinchiuso in un ospedale psichiatrico vicino a Reno, Nevada. Aveva sparato diversi colpi di pistola contro il suo allenatore Jesse Reid il 2 febbraio dell’84. Accusato di tentato omicidio, era stato giudicato insano di mente, quindi non colpevole. Sarebbe rimasto in quell’ospedale fino a quando non avrebbe mostrato di non essere pericoloso per sé e per gli altri. Rilasciato il 26 marzo 1985, ha cercato lentamente di riprendersi la vita. È tornato sul ring per un ultimo match: il 29 aprile 1986 ha sconfitto ai punti in dieci riprese Thomas Garcia.
E poi c’è Angela. Aveva 18 anni quando Don ha messo ko La Rocca a Montecarlo. È morta in un incidente d’auto, lasciando solo Michael e il suo bambino, che tutti chiamavano Poo. Don l’ha portato a casa. Al piccolo avrebbero pensato lui e Azel Semple, la mamma di tutti i Curry.
Scorci di un’esistenza difficile.


Poi ci sono i giorni della gioia.
Ho ancora negli occhi l’immagine di Muhammad Akbar, manager e amico, che si rotola sul ring dopo la vittoria su Gianfranco Rosi (foto sopra). Per l’intero match ha urlato come un pazzo dall’angolo. Rivedo il clan che brinda con champagne millesimato assieme al proprietario del panfilo Carmac VI, ormeggiato sulla banchina di Porto Sole, l’incantevole marina dove si è svolto il match.
Don aveva visto quel panfilo di 42 metri battente bandiera statunitense e aveva chiesto ai connazionali un aiuto. Il titolare, presidente della squadra di football americano dei Minnesota Vikings, era stato felice di fargli usare le cabine come spogliatoio.
Quella volta Don Curry era rientrato nella stanza d’albergo alle cinque del mattino.
Occhiali scuri per nascondere cinque punti di sutura appena sopra l’occhio destro e tre al sopracciglio sinistro. Una fasciatura elastica alla coscia sinistra per lenire i dolori di una contrattura. Ma nel cuore una felicità senza confini.
Aveva celebrato con un menù all’italiana: tagliatelle al sugo e vino bianco.
Accanto, come sempre in quell’avventura, Valerie, la moglie.
Sono tornata a vivere, adesso potrò conoscere meglio l’Italia“.
Sono passati trentatrè anni e quattro mesi da quel giorno, molte cose sono cambiate nel mondo. Praticamente tutto è cambiato nella vita di Donald Sample in arte, o meglio nella boxe, per tutti  e per sempre Donald Curry, il Cobra.

Addio ad Andrea Bacci, ha scritto di boxe da innamorato


Andrea era un porto sicuro. Nonostante la vita non gli avesse risparmiato dolori e sofferenze, riusciva a regalare serenità agli altri. Se ne è andato via per sempre, alla sua maniera, quasi non volesse disturbare. Ha lasciato un ultimo messaggio su Facebook, uno dei luoghi che aveva scelto per comunicare.
Ciao a tutti!
Erano le 14:23 del 26 ottobre scorso.


Molti lo hanno preso come un saluto con cui annunciava di avere scalato l’ennesima montagna, di avere vinto una battaglia davvero difficile. Di essere di nuovo pronto a combattere. Era invece, purtroppo, un grande abbraccio a tutti quelli che gli avevano voluto bene. Non a caso si era concesso un emoji tutto suo, amato. Aveva intuito che stavolta non ce l’avrebbe fatta. 
Andrea Bacci si definiva uno scrittore arcidilettante. Non era falsa modestia, era semplicemente il fatto che a lui non piaceva urlare, lodarsi, presentarsi raccontando di sé. Preferiva raccontare gli altri. L’ha fatto attraverso più di trenta libri, dal primo (Catenaccio, Alberti & c., 2001) all’ultimo (Tutta colpa del Mundialito, Bradipolibri, 2021) scritti soprattutto con il cuore.
Perché Andrea è sempre stato innamorato della letteratura, dello sport. E lo ha raccontato con animo candido, da professionista serio e preparato.
Come molti amori, anche quello era nato per caso, figlio del dolore.
Era l’anno 2000, viveva a Torino quando aveva scoperto di avere un osteosarcoma (il tumore più comune fra quelli primitivi delle ossa). Una chemio dietro l’altra, negli spazi che la cura gli lasciava liberi se ne andava alla Biblioteca Civica Centrale, si rifugiava nella emeroteca e sfogliava vecchi giornali.
Nasceva così l’idea che tutte quelle storie avrebbero potuto trovare collocazione in un libro.
Ha scritto di sport, soprattutto calcio e pugilato.
Sono stato a contatto con lui per quattro libri, tutti editi da Absolutely Free.
La normalità del campione (2018).
Rocky vs Stallone (2019),
Il buio oltre l’azzurro (2020).
Il quarto, purtroppo, non andrà in stampa. Sarebbe dovuto uscire a marzo 2022. Era una riedizione di Il cappotto spagnolo, la biografia di Lamberto Boranga.

12 settembre.
“Ciao Dario, martedì non posso andare da Lamberto, ho di nuovo uno dei problemi alla gamba con la protesi, attualmente sono a Siena in pronto soccorso, Poi ci riaggiorneremo”
24 settembre.
“Ciao Dario, io sono ancora in ospedale, ho una grave infezione che mi ha preso la gamba con la protesi e mi ha anche debilitato. È stata una batosta terribile. Mi hanno fatto una bella pulizia, ma ancora non so quando potrò rientrare”.
25 settembre.
“Stavolta rialzarsi entro il dieci sarà più dura delle altre volte!”.

Arcidilettante. Un arcidilettante che aveva scritto per più case editrici, che nel 2007 con L’ultimo volo dell’Angelo biondo, dedicato a Jacopucci, aveva vinto il Premio Selezione Bancarella Sport. Aveva raccontato Tyson, Hagler, Mayweather, Pacquiao e altri campini ancora. Aveva narrato quello sport che era la sua grande passione.
È stato una delle colonne di boxeringweb.net, il quotidiano online della boxe. L’ultimo suo articolo è datato 5 settembre 2021, titolo italiano dei pesi massimi Ivan D’Adamo vs Paolo Iannucci. Ci ha informato su riunioni, match tra fuoriclasse e incontri di atleti meno famosi. Lui amava la scrittura, non si metteva mai al centro della storia. I protagonisti erano gli altri, i pugili.
Nelle tempeste che ne hanno attraversato la vita aveva due rifugi sicuri, la casa (la moglie Ornella e i figli, un gruppo che amava chiamare La Banda Bacci) e la Biblioteca, tra quei libri che gli regalavano serenità.
Cerco di stare lontano dalla retorica e dalle lacrime. Non merita la prima, per le seconde lo spazio è il privato. Perciò la finisco qui. Un abbraccio commosso alla famiglia, un saluto pieno di affetto ad Andrea alzando lo sguardo verso il cielo.
Un altro amico se ne è andato via per sempre. Un uomo paziente che affrontava ogni bufera con un sorriso triste, che si trasformava in uno sguardo pieno di gioia quando era con la sua Banda o in mezzo ai suoi libri.
Un porto sicuro.
Addio Andrea.

ANDREA BACCI, classe 1970. Laureato in Scienze Politiche all’università di Perugia. Impiegato presso il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Cetona (Siena). Giornalista per boxeringweb.net, scrittore di oltre trenta libri di sport.

Sul ring del teatro c’è Sandro, un evento che sa di magia…

Il teatro, da sempre, regala emozioni forti. Racconta la vita per immagini, parole e, soprattutto, sentimenti. A volte la rivisita, la interpreta secondo una particolare chiave di lettura. È il ruolo che gli compete. Non si può chiedere a questa forma d’arte di rappresentare il mondo attraverso una serie di fotografie tradizionali. Il teatro deve dare uno scossone all’anima, scatenare passioni, lasciare nel cuore di chi ha la fortuna di godersi lo spettacolo da spettatore un ricordo intenso, mai banale. Così è stato l’altra sera a Torino. Teatro, sì teatro. Una parola magica.  
Il testo è stato rappresentato fuori dai luoghi tradizionali, e la palestra del CUS lo era di certo. Tubi sopra la testa, il muro in fondo alla sala usato come schermo, le voci fuori scena che sembravano venire fuori dal nulla, il ring sempre e comunque a ricordare a tutti che il palcoscenico della vita è quello, perché la boxe non è una metafora della nostra esistenza. Semmai la verità è il contrario di questo, perché è la vita ad essere una metafora della boxe (cit. Joyce Carol Oates).
Al centro, un attore capace di interpretare mille ruoli, di rappresentare con una commovente intensità la storia di un uomo che ha attraversato la società italiana da protagonista.
Ho assistito a un evento che mi ha restituito i sani sapori di una volta, una rappresentazione che parlava di sentimenti, di sofferenza, dolore e fatica. Alternando il sorriso a un’angoscia che taglia l’anima.
“L’uomo senza paura” è il titolo dello spettacolo di Mauro Parrinello e Francesca Montanino, è la storia di Sandro Mazzinghi e dell’Italia.


Mauro recita con passione nel ruolo di Sandro, dei suoi tifosi, del telecronista, dello spettatore, dei pugili e di ogni altro personaggio capace di comporre la tavolozza dei colori che rende vivo il monologo fino alle lacrime.
Si sono emozionati David e Simone, i figli di Sandro, in seconda fila tra gli spettatori.
E si è emozionata Marisa la moglie di Sandro, la mamma dei due ragazzi diventati uomini. Lei lo spettacolo lo ha visto in casa, a Cascine di Buti, in diretta streaming.
Nella rappresentazione c’è l’inizio dell’avventura, le bombe su Pontedera, la scoperta della boxe, i consigli del fratello Guido, la conquista del mondiale contro Dupas, la rivalità con Benvenuti, il nuovo titolo strappato in una memorabile sfida contro Ki-Soo Kim, la fame sofferta durante la guerra, la tragica morte della prima moglie, le sfide sul ring, la ricostruzione di una nuova famiglia che gli ha regalato un grande amore. C’è la scelta di un narratore un po’ particolare, che a volte strappa un sorriso, altre ti fa stringere il cuore.
Una vita in un’ora, un’opera liberamente tratta dal libro “Anche i pugili piangono”.


Mauro Parrinello ha attraversato, da attore di spessore quale lui è, quei sessanta minuti con la passione di chi ama profondamente il teatro, di chi prova affetto per Sandro, di chi da tempo ha scoperto quanto possa essere affascinante il pugilato con i suoi drammi e le sue gioie.
Lo spettacolo ha debuttato a Torino venerdì 12 novembre. Presto sarà in giro per l’Italia.
Bravi tutti. Per non correre il rischio di dimenticare qualcuno, vi rimando alla locandina (in alto).
Un applauso speciale a Celeste Gugliandolo, la cantante che ha chiuso l’evento interpretando con passione “Almeno in sogno”, la canzone che Sandro Mazzinghi ha portato al successo.
Alla prossima, restiamo in contatto.

Dilettanti, cambierà un’altra volta la valutazione dei match

Se non puoi cambiare i giudici (perchè non ne hai altri), cambia il regolamento.
È la regola base che l’AIBA si è prefissata da molti anni a questa parte. L’inaffidabilità (per incompetenza o altro) di giudici e arbitri, ha generato verdetti assurdi. Anche negli ultimi Mondiali di Belgrado. E allora, perché non cambiare per l’ennesima volta il regolamento?

  1. Prima si giudicava con il sistema dei 20 punti.
  2. Poi si è passati alle scoring machines, le famigerate macchinette che conteggiavano i colpi, comunque fossero portati. Bastava che si incrociassero le segnalazioni di tre giudici su cinque per rendere valido il colpo.
  3. Si è quindi scelto di rendere effettivi nel giudizio finale solo tre cartellini su cinque.
  4. Si è poi passati al sistema dei 10 punti.
  5. È stato ipotizzato il ritorno ai cinque giudici, con cinque round anziché tre.
  6. È stato adottato il format cinque round da due minuti.
  7. Sono tornati i cinque giudici, ma le riprese sono tre, da tre minuti.

La giostra non riesce a fermarsi.
Adesso sta per essere reso ufficiale un ulteriore nuovo regolamento che modificherà i criteri di valutazione di arbitri e giudici. Lo ha illustrato, a grandi linee, Istvan Kovacs (segretario generale dell’AIBA) al sito boxingscene.com.
I pugili cominceranno il match con 10 punti ciascuno, come accade oggi. Finora però è stato usato un sistema a detrazione.
Esempio: 10 punti al vincitore del round, 9/8/7 all’altro, con divario stabilito a secondo del giudizio sullo svolgimento della ripresa.
Da Capodanno 2022 i punti dovrebbero andare a sommarsi. Il meccanismo da cui scaturirà questo non è stato spiegato con chiarezza. Forse sarà fatto nel Congresso del 12 dicembre.
Più o meno dovrebbe accadere questo.
Ognuno dei cinque giudici aggiungerà punti ai 10 iniziali, a seconda di come interpreterà i colpi portati a segno. Alla fine di ogni round si fisserà il punteggio e la ripresa successiva riprenderà da 10-10. L’evoluzione del cartellino sarà visibile agli spettatori in ogni secondo del combattimento.
A me sembra tanto un ritorno alle macchinette, mascherato da novità. E mi chiedo, se il punteggio dovrà essere modificato in tempo reale, che ne sarà della valutazione tecnica, tattica, comportamentale?
La probabile innovazione mi sembra che punti più sulla spettacolarità che sulla sostanza, che inviti alla rissa e penalizzi la tecnica.
Dice Kovacs: “Nel calcio è tutto chiaro, chi fa più gol vince. E puoi conoscere il punteggio in ogni istante della partita”.
Vero, ma nella nostra Serie A, ad esempio, quest’anno la media gol è stata di 3 a partita. Un round di pugilato registra molti, ma molti colpi in più. E se giocando a calcio segni con il pallone che sbatte sul tuo sedere e finisce in porta, quel gol vale come un gol realizzato dopo avere dribblato tre avversari e scavalcato il portiere con un tocco da sotto. Nella boxe i colpi dovrebbero essere valutati a seconda della tecnica con cui sono stati portati e il giudizio dovrebbe essere globale, sull’intera ripresa non sul singolo episodio.
Rivoluzione anche nelle classifiche, non sono però stati annunciati i nuovi criteri di merito. È stato invece detto che ogni fine anno i pugili, quattro o otto per categoria, parteciperanno alla Diamond League che distribuirà premi in denaro.
Le Olimpiadi, a partire da Parigi 2024 in poi, sono in pericolo. L’AIBA sta cercando di crearsi un’alternativa. Non mi piace la nuova soluzione ipotizzata per la compilazione dei cartellini. E, in ogni caso, sei hai cattivi giudici non esiste metodo di giudizio che possa trasformarli in buoni.

Lo scandalo dei Mondiali? L’oro a Gonzales negli 80 kg


Ho letto commenti critici sulla finale mondiale dei mediomassimi (80 kg), disputata sabato scorso a Belgrado, tra Robby Gonzales (Usa) e Aliaksei Alfiorau (Blr, a destra nelle foto), vinta per split decision (3-2) dal primo. Sono andato a rivedere il filmato di quel match e mi sono convinto che il CIO dovrebbe confermare la decisione presa per Tokyo 2020.
Primo round.
Dominio del bielorusso che mette al tappeto l’avversario con un gancio sinistro e tiene in mano il pallino per tutti e tre i minuti. Il kd nel dilettantismo (dicono) non conta, di sicuro non fa punteggio, se poi rimanga nella testa dei giudici è un altro discorso. Resta comunque il fatto del round dominato.
I cinque della giuria concordano: 10-9 per tutti.
Secondo round.
È ancora il bielorusso ad avere in mano il match. Più aggressivo, più colpi messi a segno, migliore senso tattico e tecnica superiore. Dentro ci sono tutti i parametri dettati dal regolamento tecnico (regola 18.12) per assegnargli anche questa ripresa. In aggiunta c’è un altro atterramento, montante al corpo, inflitto allo statunitense. Ma (dicono) il knock down non conta.
Tre giudici la vedono così, due (il canadese Frank Fiacco, uno dei più operosi del gruppo sia nella fase eliminatoria che nelle finali, e il tedesco Holger Kusmaul) indicano come vincitore Gonzales.
Terzo round.
Si parte con la consapevolezza che solo un ko potrebbe ribaltare il verdetto finale assegnando il titolo mondiale all’americano. Errore. Non avevamo fatto i conti con l’imprevedibile. Il pugile made in USA vince la ripresa, senza dominare, senza malmenare, senza far soffrire oltre il limite il bielorusso.
Round per Gonzales. Giusto, Per tutti. Giusto.
Ma per Yermek Suieynish questa ripresa il giovanotto del Nevada l’ha vinta in maniera netta, inequivocabile, molto più di quanto non abbia fatto l’altro nei due round iniziali. Una supremazia così chiara e assoluta da fargli piazzare sul cartellino un 10-8 (rarità nel mondo dei dilettanti) in suo favore. Non basta.
A quel punto ci sono due giudici per Gonzales, due per Alfiorau e un pari.
Il pari (28-28) è di Yermek Suieynish che è così chiamato a esprimere una preferenza.
Il bielorusso ha dominato per due round, ha messo due volte giù l’avversario (che non conterà nel punteggio, ma che comunque esprime una precisione nei colpi a bersaglio che anche il regolamento prende in considerazione), ha tenuto in mano il combattimento per due terzi del suo svolgimento.
Non basta.
La preferenza va allo statunitense che porta a casa oro, cintura, 100.000 dollari di premio e mondiale.
Se volete soddisfare la vostra curiosità, guardate il video. Su YouTube lo trovate.

I grandi match solo in pay per view. Così si uccide la boxe …


La corsa verso il calo di popolarità del pugilato prosegue.
Il CIO, attraverso il presidente Thomas Bach, ha annunciato che presto farà sapere se la boxe sarà presente nel programma dei Giochi di Parigi 2024.
Questo per quel che riguarda il dilettantismo.
Il professionismo non sta meglio.
A breve diventerà ufficiale. Le televisioni (ESPN+, DAZN, Fox, Showtime, Sky Sports) cancelleranno la possibilità di vedere le grandi sfide pagando il solo abbonamento. La rivincita tra Oleksandr Usyk e Anthony Joshua dovrebbe essere il primo evento a segnare il nuovo corso.
Attualmente DAZN vende un abbonamento mensile, riservato solo alla boxe, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Nel primo caso il prezzo di partenza era di 1.99 sterline, oggi è arrivato a 7.99. Nel secondo, l’emittente chiedeva 9.99 dollari, adesso ne pretende 19.99.
Ma il problema non è sul costo del canone, il problema è (soprattutto) altrove.
Canelo Alvarez aveva un accordo per dieci match dietro un compenso totale di 365 milioni di dollari. Poco dopo avere firmato il contratto, ha chiesto il cambio dei termini dello stesso, tornando a negoziare match per match. Adesso ha lasciato DAZN e si è diretto verso Showtime che ha trasmesso la sfida con Caleb Plant facendo pagare la PPV 69.99 $ per la soluzione standard, 79.99 $ per chi avesse preferito l’HD.
In settembre è scaduto il contratto di Anthony Joshua con Sky Sports. Deve essere rinegoziato e, a inizio 2022, c’è la rivincita con Usyk.
A DAZN servono i soldi, la pay per view è l‘unica strada per farne tanti.
È inevitabile” ha detto Eddie Hearn, il boss di Matchroom.
Questo porterà a un ulteriore, vistoso calo di visibilità del pugilato, a una riduzione degli utenti, a un drastico ridimensionamento della popolarità di questo sport.
Pagare 80 dollari negli States e 20 sterline (per Canelo) che diventeranno 80/90 per Joshua e Tyson Fury in Gran Bretagna, non è alla portata di molti, soprattutto nell’attuale periodo di recessione.
D’altronde i numeri della PPV indicano un trend negativo.
All’inizio erano i network in chiaro, poi è arrivato il circuito chiuso nei cinema con numeri che oggi sembrerebbero il frutto di un creatore di bufale, e invece raccontavano la realtà.
Cinquanta milioni di spettatori per Ali vs Foreman (Kinshasa, 30 ottobre 1974).
Cento milioni per Ali vs Frazier III (Manila, 1 ottobre 1975).
La pay per view, Mayweather escluso, non supera i due milioni da quasi vent’anni. Per la precisione dall’8 giugno 2002 con Lewis vs Tyson. Oggi, se si supera il milione, si balla per una settimana. Questa è l’audience della PPV. Uno spettacolo per pochi intimi.
Dall’analisi delle cifre se ne deduce che il caos attorno alla boxe, il moltiplicarsi di enti, categorie e titoli, la crescita della spesa per vederla, ne ridurrà non solo la popolarità ma ne metterà addirittura in pericolo a lungo termine la stessa esistenza. Meno soldi per la maggior parte dei protagonisti, meno spettacoli di prima categoria per gli appassionati, meno promozione nel mondo.
La boxe è già oggi uno sport di nicchia, non se ne garantisce la sopravvivenza vendendo a prezzi accessibili solo gli eventi di medio interesse. Sono i grandi match a catturare l’attenzione, a divulgare il messaggio. Se diventeranno uno spettacolo per pochissimi, le conseguenze potrebbero essere devastanti.
In Italia non stiamo per niente bene.
L’abbonamento mensile a DAZN (l’unica che al momento trasmette il pugilato con continuità nel nostro Paese) costa 29.99 euro e raccoglie circa due milioni di abbonati (fonte calcioefinanza.it). Finora i match si sono visti con il solo versamento del canone. Si dovrebbe continuare su questo piano per gli eventi di medio livello. Per i grandi confronti, le mitiche sfide, a partire da metà dicembre si dovrebbe passare alla PPV anche da noi.
Tyson Fury, Usyk, Canelo, Joshua e altri campioni del loro calibro probabilmente si potranno vedere solo dopo ulteriore esborso di moneta.
In quanti continueranno a seguire gli eventi?
Il futuro del pugilato è nero. E per pochi intimi.

Mazzinghi, “L’Uomo senza paura” va in scena a Torino

L'uomoSenzaPaura

Giovedì, 11 novembre, saranno passati cinquantacinque anni dalla difesa dell’europeo superwelter di Sandro Mazzinghi, a Stoccolma, contro l’idolo di casa Bo Högberg. Il giorno dopo, venerdì 12 novembre, a Torino esordirà lo spettacolo teatrale  “L’uomo senza paura” di Mauro Parrinello e Francesca Montanino, tratto dal mio libro “Anche i pugili piangono”. A Torino, come quella notte a Stoccolma, il protagonista sarà lui: Sandro Mazzinghi.

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Quella di Reine Bo “Bosse” Högberg è una storia piena di colpi di scena. Andato via di casa poco più
che bambino, si imbarca su alcune navi da trasporto. Viaggia nascosto nella stiva o in cabina, ma solo dopo essersi fatto assumere a tempo come mozzo. In ogni porto approdi, la prima cosa che fa è quella di cercare un ring su cui battersi.
Picchiatore, playboy, è dotato di una grande capacità di infilarsi negli affari sbagliati. Cresciuto a Göteborg, città conosciuta come l’anima creativa e visionaria della Svezia, ne assorbe lo spirito anarchico uscendo spesso dagli schemi e faticando a gestire una vita decisamente non regolare.
Conosce la prigione, poi torna a boxare.
Il giorno di Capodanno del ’66 batte Visintin a Copenaghen e conquista il titolo europeo dei superwelter. Lo perde contro Leveque in un match pazzesco. Bo si rompe la mascella al primo round, ma va avanti sino alla fine rimanendo sconfitto ai punti.
«Nella vita a volte bisogna fare i fatti, non sempre ci si può giustificare usando solo le parole».
La sua compagna è Anita Lindblom, cantante e attrice. Una bella ragazza dal viso tondo, i capelli a caschetto, corti e biondi.

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D’inverno, quando siede a bordo ring indossa una pelliccia di visone bianco. Ha una personalità forte, una spiccata carica di sensualità, dicono che sia lei a comandare in casa. Di certo è lei che gestisce la carriera del marito. E così, dal momento che la sfida contro Mazzinghi sarà la scena finale del lungometraggio Io pugile sulla vita di Bo, chiede l’esclusiva dei diritti di ripresa cinematografica.
«Signora, per averli deve pagare».
«Quanto?»
«Millecinquecento corone».
«Non pago. E se non mi accordate il diritto, mio marito non sale sul ring».
Gli organizzatori dell’Europeo sono l’ex campione mondiale dei pesi massimi Ingemar Johansson e il re delle roulette Bertil Kimtsson. Non si fanno certo impressionare dalle parole della bionda barricadera.
Chiamano Bo Petterson. Il 24enne di Gothenburg ha un record di 13-2-1 e, soprattutto, è inserito nel cartellone della riunione di Stoccolma, dovrà sostenere otto riprese al limite dei medi contro Peter Sharpe. È in peso ed è allenato.
«Bo, sono Ingemar».
«È saltato il mio match?»
«Tranquillo. Va tutto bene».
«E allora perché mi chiami?»
«Voglio sapere se, in caso di necessità, saresti pronto a batterti contro Mazzinghi per il titolo».
«E Högberg?»
«Non preoccuparti per lui, ha dei problemi con la moglie. Allora, saresti d’accordo a fare il match?»
«E la borsa di quanto sarebbe?»
«Il giusto, vedrai che non ci saranno problemi».
«Considerami pronto».
«Grazie, sapevo di poter contare su di te. Ti faccio sapere a breve».

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Basta e avanza per convincere Anita a ritirare i progetti di contestazione.
A Petterson va un piccolo premio per la disponibilità dimostrata.
Sandro intasca dieci milioni e sale sul ring…
Stoccolma, 11 novembre del ’66.
Come sempre, il match è spettacolare. Quattordicimila spettatori restano incantati dall’aggressività, dal ritmo e dalla grinta di Mazzinghi. È un incontro duro, selvaggio.
Un gancio sinistro di Sandro fa oscillare la testa di Högberg. Un gancio destro lo fa traballare. Montante sinistro, diretto destro e quello va giù. In dodici secondi il Ciclone porta una serie impressionante di colpi. Una macchina che spara pugni in serie, fino a quando l’altro non cede e crolla al tappeto.
Si rialza, ci riprova, ma l’arbitro pone fine a quello che stava diventando un match davvero pericoloso.

(foto tratte da sandromazzinghi.com, il sito ufficiale curato da David e Simone Mazzinghi)

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