Scandalo Rio 2016. Sono undici i match truccati

Richard McLaren, dopo tre mesi di indagine, ha chiuso la prima parte del compito affidatogli dall’AIBA. Investigare sul comportamento di arbitri e giudici all’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016.
L’avvocato canadese e la sua squadra hanno prodotto un rapporto di 149 pagine.
Il risultato di questa prima parte del lavoro (la seconda si concluderà a novembre, l’ultima a febbraio) è la scoperta di come una cultura corrotta all’interno dell’AIBA abbia facilitato la manipolazione degli incontri, incluso uno che è risultato oggetto di un’offerta di tangente con numeri a sei cifre.
E stato descritto il modo in cui la complicità di alti dirigenti abbiano permesso la messa in atto della corruzione. 
McLaren ha detto di non essere in grado al momento di rivelare il numero esatto di incontri manipolati, ma ha detto che potrebbero essere anche undici.
Ha confermato che tra questi ci sono: Michael Conlan (Gbr) vs Vladimir Nikitin (Rus) nei quarti di finale pesi gallo. La finale dei massimi tra Evgeny Tischenko (Rus) e Vasily Levit (Kaz). Dubbi sulla finale supermassimi tra Tony Yoka (Fra) e Joe Hoyce (Gbr).
C’è stata l’offerta di una tangente fino a 216.000 euro per concordare l’esito della semifinale dei leggeri tra Otgondalai Dorjmabuu (Mon) e Sofiane Oumiha (Fra). La tangente non è stata versata. Il francese ha vinto con cinque identici cartellini dei giudici.
“Il professor McLaren e il suo team hanno identificato un sistema per manipolare i risultati degli incontri al torneo di boxe di Rio 2016. Sono determinato a garantire che i pugili ricevano un combattimento leale”, ha affermato Umar Kremlev. Il presidente dell’AIBA, che ha commissionato l’inchiesta, è stato nominato nel 2017 segretario generale della Federazione russa, nel 2018 è entrato nel Comitato Esecutivo dell’AIBA e nel 2020 ne è diventato presidente.

Manny Pacquiao, la storia del piccolo gigante del ring

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Ha cominciato a boxare da professionista nel gennaio del ’95. Ha smesso il 21 agosto scorso. In questi ventisei anni ha vinto sei mondiali in altrettante categorie e segnato alcuni importanti primati. Il suo match contro Floyd Mayweather è il più ricco nella storia della boxe: 4,6 milioni di case collegate in pay per view per un’incasso di 400 milioni di dollari; 72,2 milioni di dollari al botteghino. In carriera ha disputato combattimenti che hanno generato 1,2 miliardi di introiti per chi li ha prodotti in ppv. I suoi guadagni (fonte Forbes Magazine) ammontano a 455 milioni di soli ingaggi.
Ha scritto la storia di questo sport, cominciando dal nulla.

Manny, quando era ancora un bambino, vendeva ciambelle e sigarette in strada. Tra i suoi clienti c’erano uomini della mala. Frequentava le vie di General Santos City, nel sud delle Filippine. Lì dove ogni giorno morivano uomini e donne, vittime della battaglia tra i separatisti islamici e il governo. Se era un giorno fortunato, Manny faceva a pugni in cortile. Si batteva a mani nude per soldi. Cento pesos, poco più di due dollari americani, per ogni sfida. Dionisia, la mamma più dura del ferro, era una donna molto religiosa. Voleva che il figlio diventasse prete. Ma faticava a controllarlo. Lei faceva lavori saltuari, vendeva verdure ai bordi delle strade, non aveva abbastanza soldi per assicurare cibo tutti i giorni ai sei bambini.
Liza e Domingo erano figli del primo matrimonio. Isidra, Alberto, Rogelio ed Emmanuel (detto Manny) erano nati dalla relazione con Rosalio. Per amore di lei era andato a lavorare in un’altra città, quando Dionisia aveva scoperto che aveva una nuova compagna, avevano divorziato.
Manny era piccolo. Faceva ancora le scuole elementari. Ma già contribuiva al bilancio familiare. In casa avevano bisogno di lui. Vendeva ninnoli lungo strade piene di buche, dove bambini mezzi nudi e dai capelli arruffati inseguivano per divertimento vecchie ruote arrugginite di biciclette.
A Manny piaceva studiare e non voleva crescere in un posto senza futuro. General Santos City, Cotabato del Sur, lo era. Aveva così cominciato a coltivare un sogno. Un giorno sarebbe diventato un pugile, sarebbe diventato ricco con lo sport. Ogni pomeriggio avvolgeva attorno alle manine dei minuscoli asciugamani e mimava le azioni che aveva visto fare agli amici più grandi. Solo molti anni dopo avrebbe capito che quei colpi sparati all’aria sarebbero diventati il cibo principale nel quotidiano menù della fatica.
La boxe, quella vera, l’ha scoperta a quattordici anni. In casa, per punirlo della sua ennesima bravata, lo avevano privato del cagnolino a cui lui era molto affezionato. Divorato dalla rabbia, Manny era entrato in una palestra e aveva deciso che lì avrebbe costruito il suo futuro.

Il primo a credere che avrebbe potuto farcela era stato Dizon Cordero, un ex pugile che da dilettante era riuscito a vestire la maglia della nazionale filippina. Gli aveva insegnato l’arte, gli aveva imposto la disciplina. Lo aveva portato in casa, dove aveva potuto assicurargli un pasto e un letto per dormire. Dopo un solo mese di allenamento il ragazzino aveva fatto l’esordio sul ring. E aveva vinto per k.o. al primo round. Il destino era già segnato…
A 16 anni era già professionista. Oggi ha in bacheca sei titoli mondiali in altrettante categorie di peso. Ha cominciato da mosca, è arrivato ai superwelter. È sposato con Jinkee, sul braccio sinistro ha tatuati i nomi della moglie e dei loro figli. Su di lui sono stati scritti due libri, è stato girato un film. Ha fatto pubblicità a detergenti, medicinali, cibo, telecomunicazioni. È stato attore e cantante. Ha presentato un famoso show televisivo e tenuto una rubrica fissa sul più popolare quotidiano delle Filippine. È entrato in politica, ha fondato un partito: People Champ’s Movement. È diventato membro del Senato filippino con la United National Alleance, prendendo oltre sedici milioni di voti. Resterà in carica fino al 2022, quando sarà uno dei candidati alle elezioni del 9 maggio per la presidenza delle Filippine.

Ama la vita notturna ed è stato al centro di qualche gossip e di uno scandalo clamoroso: la denuncia per evasione fiscale di qualche anno fa. Ma è anche uno che non dimentica le sue radici. Ha fatto e fa grandi donazioni in beneficenza. Ha fatto il giro delle zone più povere della provincia di Sarangani per distribuire derrate alimentari e medicine. A Maasim, municipalità situata nella regione di Soccskargen, ha aiutato circa duemila persone trascorrendo intere giornate impegnato nella distribuzione dei soccorsi.
È ricco e famoso. Ha guadagnato 455 milioni di dollari (fonte Forbes magazine). Ha un allevamento di galli da combattimento, è proprietario di una squadra di basket e di un’organizzazione pugilistica. Ma non si è mai dimenticato della sua gente. In preparazione del match contro Cotto ha interrotto gli allenamenti per tornare nel suo Paese sconvolto da un tifone di violenza inaudita. Si è dato molto da fare nei soccorsi, è andato in giro a distribuire medicine, ha pagato i funerali di chi non poteva permettersi di seppellire i propri cari, ha offerto soldi per comprare generi di prima necessità.
Nelle Filippine è un eroe popolare, quando combatte cala addirittura il tasso di criminalità.
Questo e altro è Manny Pacquiao, 42 anni, 166 centimetri di altezza. Un gigante del ring.

Per raccontare Pacquiao pugile, ho pensato di riproporre l’articolo che ho scritto in occasione della sua ultima vittoria. Era il 7 luglio 2019.

Il tempo è una delle variabili che regolano la nostra vita, Manny Pacquiao ha trovato la strada per gestirlo a suo piacimento. A dicembre compirà 41 anni, ieri notte ha combattuto con la freschezza di un giovanotto che ha appena intrapreso il duro cammino della boxe.
Davanti aveva Keith Thurman, pugile più  grosso, più giovane, meno toccato dai colpi dati e presi in carriera. Lo ha sconfitto ai punti, in maniera chiara, netta.
Non tanto nella dimensione del punteggio, quanto nel modo di concepire il match, di affrontare la sfida.
Alla fine i giudici hanno espresso un verdetto di split decision, due cartellini per il filippino (115-112 per entrambi), uno per lo statunitense (114-113). Io avevo due punti per Pacquiao, supercampione mondiale dei welter targati WBA.
Ma non è nella dimensione del punteggio che si vede l’impresa di un uomo che ha saputo vincere il titolo in sei differenti categorie, è nel modo in cui ha condotto il combattimento dall’inizio alla fine che è scritta la firma del campione.
Ha comandato il match con il suo jab destro, cosa di per sè strana in simile contesto. L’altro è più alto, più massiccio. Avrebbe dovuto essere lui a dettare i tempi con il diretto sinistro lungo. E invece è stata la scelta di tempo di Pacquiao, la maggiore velocità di braccia a marchiare l’incontro.
Un knock down nel primo round, gancio destro in piena mascella, ha permesso a Manny di partire nel modo migliore. Thurman è andato giù, non è sembrato accusare il colpo più di tanto, ma resta il fatto che l’ha preso e l’unico a finire al tappeto nell’intero match è stato lui.
È stato un incontro di incredibile intensità, senza un attimo di pausa, senza un secondo per riprendere fiato. Sempre con il piede sull’acceleratore, sempre in spinta.
Pressione e colpi, pressione e colpi.
Dieci anni di differenza e non sentirli. Quando superi i 40 dovresti perdere intensità, dovresti avere necessità di maggiori tempi di recupero, dovresti sentire nel finale il peso dell’età sulle braccia e nelle gambe.
Vale per molti, non per Manny Pacquiao un campione senza tempo.
È stato un bel match, uno di quelli che riportano alla mente le grandi sfide di una volta.
A Thurman è mancata la consistenza e la continuità. Ha espresso un grande pugilato, ma solo a sprazzi, solo per  qualche round. Ha tenuto il piede nella battaglia in ogni momento, ma non mi ha dato mai l’impressione di poterla dominare. Cosa che per lunghi tratti ha invece fatto Pacquiao.
Un mondiale che riconcilia con la boxe, se mai fossimo stati così ingenui da smettere di amarla. Un match incerto, vinto dal migliore. Colpi a segno, capacità di esprimersi su alti livelli per l’intero incontro.
Se  proprio qualcosa è mancata lungo il cammino è stata la perfezione nella fase difensiva. Grandi in attacco, meno in difesa. In prima fila, spettatore ammirato, c’era Floyd Mayweather: uno che sul tema avrebbe molto da dire.
Ma i fatti parlano chiaro.
Keith Thurman è appena un gradino sotto, ha perso reggendo bene la scena.
Manny Pacquiao è un fenomeno che a quarant’anni ha scritto un’altra pagina della sua leggenda.

MANNY PACQUIAO

Nato a Kibawe (Filippine) il 17 dicembre 1978
Altezza: 1.66
Peso: 66 kg.
Stato civile: sposato con Jinkee
Figli: cinque
Record: 62-8-2, 39 ko
Titoli: campione del mondo Mosca WBC, Supergallo IBF, Superpiuma WBC, Leggeri WBC, Welter WBO e WBA, Superwelter WBC.

Usyk, un fuoriclasse. Joshua, ottimo pugile, troppi peccati

Sabato notte ho visto un bel match.
L’esaltazione della tattica e della tecnica, merce rara. Di questi tempi si spacciano volentieri le bufale di mezzanotte. Disc jockey, YouTuber, anziani professionisti, giocatori di football americano, qualche influencer e la riunione è fatta. Stavolta invece sul ring sono andati due pugili. E ha vinto il più bravo.
È già stato detto e scritto tutto il possibile del mondiale massimi tra Anthony Joshua e Oleksandr Usyk. Provo a raccontare quello che ho visto io.
Il gong finale è suonato con una sfasatura di sei secondi rispetto al tempo tenuto dalla televisione.
AJ era in crisi fottuta, aveva preso sei colpi duri negli ultimi venti secondi. Era al limite, un altro paio di bordate e avrebbe perso per knock out.
Ma non è questo il punto chiave.
Dopo le ultime quattro riprese, se non avevi tenuto un regolare cartellino, l’immagine che avevi negli occhi era quella dell’ucraino dominatore di ogni singolo round del combattimento. Errore. Dopo otto riprese i tre giudici avevano match pari: 77-76 per Usyk, 76-76, 75-77 per Joshua. Ma l’incontro non era finito lì. Mancavano ancora quattro round, li ha vinti tutti il nuovo campione del mondo.
Li ha vinti perché per dodici riprese non ha mai cambiato ritmo, sempre con il piede sull’acceleratore e l’asticella delle difficoltà posta a livelli mondiali.
Non doveva sbagliare nulla Usyk se voleva vincere. E non ha sbagliato. Match perfetto. Credo sia giusto lodare lui, prima di capire gli errori di Joshua.
Lo sfidante non è andato a cercare la corta distanza, il destro del campione avrebbe potuto procurargli guai seri. Ha boxato facendo continua pressione, martellando con il jab sinistro, piazzando quando possibile la botta dura.
Le stranezze sabato notte le ha fatte tutte AJ.
Più pesante di 8,5 chili, più alto di sette centimetri, con un allungo superiore di dieci. Insomma un peso massimo, contro un massimo leggero. Un vantaggio fisico che non ha mai sfruttato. È stato timido nello svolgere il suo compito. Usyk è mancino, e come tale si pensava che Joshua avrebbe dovuto attaccarlo. Ma non con il sinistro, perché così gli ha fatto solo un favore. Ci voleva coraggio, personalità e la convinzione che solo dal destro potevano arrivare le buone notizie.
Joshua però il destro lo ha tenuto attaccato alla mascella. Temeva il gancio sinistro di Usyk. Capisco il timore, ma così ti privi della tua arma migliore, ti costringi a giocartela su un piano tattico sbagliato e lasci l’iniziativa all’avversario.
L’ucraino è stato perfetto. Ma credo che la sua grande arma, oltre a indubbie doti tecniche, atletiche e sul piano della strategia, sia stata la personalità.
Dopo avere sconfitto Wladimir Klitschko in un fantastico match, AJ non è più riuscito a muoversi su quei livelli. Ha toccato l’apice e poi ha gestito con accortezza la carriera.
Ha avuto più problemi di quanto pensasse contro Takam, ha vinto ai punti con Parker senza entusiasmare, ha sconfitto Povetkin dopo la grande paura del round iniziale (montante e gancio destro del russo che ha scosso il campione sino a farlo barcollare), è stato messo ko da Ruiz, ha vinto la rivincita giocandosela alla grande di gambe e jab, ha battuto il quasi quarantenne Pulev.
E sabato è arrivato Olexandr Usyk.
Joshua ha ridato dignità alla categoria, ha regalato nuova popolarità ai pesi massimi, ha riempito gli stadi e strappato dollari alle televisioni.
Non vedo tutta questa necessità di accantonarlo frettolosamente, come leggo in giro. Penso che sia un ottimo pugile, senza per questo autorizzare ridicoli paragoni. Non ritengo comunque giusto emettere frettolose sentenze di condanna senza appello.
Ammiro Joshua, credo che tecnicamente e fisicamente sia un campione che meriti rispetto. Più che la mancanza di una mascella di ferro, peccato fin troppo evidente, a fargli difetto, ne sono quasi convinto, a mancargli è uno spiccato senso di autostima. Non se l’è giocata come avrebbe dovuto, non perché sia inferiore all’ucraino per capacità tecniche, ma soprattutto perché ha minore personalità.
Usyk è stato un fuoriclasse. Un fuoriclasse con la rabbia che ogni campione deve avere dentro. Una spinta emozionale senza pari. È andato a prendersi quello che pensava gli spettasse, non avendo paura in nessun istante di tutte e dodici le riprese.
Ha anche avuto il merito di non lasciare a casa un’altra dote indispensabile, quella di non farsi ingolosire. La possibilità di chiudere prima del limite c’è stata più di una volta nella terza fase del match. Ma lui solo nell’ultimo round è andato a spingere fino a rimanere senza fiato. Poteva permetterselo, aveva il titolo in tasca.
Usyk credo abbia combattuto da massimo leggero nella terra dei massimi. Con consistenza nei colpi, tanto cervello, una difesa fantastica (spostamenti laterali da applausi, schivate di pochi millimetri) e una fase di attacco studiata e imparata a memoria negli anni, rinfrescata nella preparazione per questo mondiale.
Chiudo ribadendo il concetto. Un match di alta scuola. AJ ha perso, ma se l’è giocata alla pari per due terzi dell’incontro. Il campionato è lungo 12 round, non valgono solo gli ultimi quattro.
Alla fine avevo quattro punti per Usyk, ma a chi interessa a questo punto?
Applausi, godimento da tifoso del pugilato e timore che presto qualche gongolante vincitore di talent canori venga a riempire i fine settimana della boxe.

Mondiali: gli azzurri. Parità di premi, elezioni AIBA 2022

Prime indiscrezioni sui Mondiali maschili di Belgrado (24 ottobre/6 novembre).
L’AIBA ha annunciato i nomi dei primi atleti già iscritti. Per l’Italia ci sono Salvatore Cavallaro (medi), Simone Fiori (mediomassimi) e Aziz Abbes Mouhiidine (massimi). Sul ring saliranno grandi campioni come Andy Cruz Gomez, Julio La Cruz, Lazaro Alvares Estrada, Arlen Lopez, Roniel Iglesias per Cuba; Keno Machado, Abner Teixeira, Wanderson de Oliveira per il Brasile; Hovhannes Bachkov per l’Armenia; Yuberjen Martinez Rivas per la Colombia; Eumir Marcial per le Filippine; Saken Bibossinov per il Kazakhstan; Sanjeet Sanjeet per l’India; Hasanboy Dusmatov, Shakhobiddin Zoirov, Mirazizbek Mirzahalilov, Abdulmalik Khalokov, Shakhram Giyasov per l’Uzbekistan; Loren Alfonso Dominguez per l’Azerbaijan. 
Per la prima volta in 75 anni di storia dell’AIBA, i vincitori delle medaglie riceveranno un compenso in denaro. Il montepremi globale sarà di 2,2 milioni di euro. Alla medaglia d’oro andranno 85.000 euro, all’argento 42.000, ai due terzi classificati 21.000 ciascuno.

Il 12 dicembre, l’AIBA terrà un Congresso come primo passo per indire le elezioni per il Consiglio Esecutivo. Sulla base della consulenza del team di esperti indipendenti di governance, guidati dal professor Ulrich Haas, l’AIBA mira ad adottare criteri di ammissibilità e meccanismi di verifica rafforzati a dicembre, prima delle elezioni (presidente e Board) che si terranno nel 2022.

È stato confermato, nel frattempo, l’impegno dell’AIBA per l’uguaglianza di genere fino a includere premi in denaro uguali per uomini e donne a livello di Campionati del Mondo.

Un gigante alla corte di Bob Arum. Debutta il 15 ottobre

Antonio Mireles è alto 2.06, pesa 121 chili.
Lo chiamano El Gigante, chissà perché.
Ieri ha firmato un contratto pluriennale con la Top Rank.
Che Bob Arum punti sul peso massimo è dimostrato dagli uomini che gli ha messo accanto. L’allenatore è Robert Garcia, a gestirne la carriera è David McWater, manager dell’anno per il 2020.
Il 15 ottobre, diretta su ESPN+, esordirà in un match sulle quattro riprese alla Pechalonga Arena di San Diego, in una riunione che avrà il clou nel titolo WBO dei pesi piuma tra Enanuel Navarrete e Joel Gonzalez.
Il suo record da dilettante è 28-4-0, con 10 vittorie per ko.
Ha vinto i Trials per i Giochi di Tokyo 2020 nei supermassimi. Ma è stato designato supplente di Richard Torrez, poi medaglia d’argento, nella squadra americana che ha partecipato all’Olimpiade.
È nato il 17 luglio 1997 a Des Moines, nell’Iowa. Ha cominciato a boxare nel 2011, quando aveva 14 anni.

Kalambay, Africa, mondo. Viaggio sulle ali del talento


Ennio aveva una parlata marchigiana cantilenante, il sorriso come compagno di viaggio per stemperare le situazioni più complesse. Ma dentro era un fermento, aveva un pensiero fisso. Cercava continuamente la soluzione per fare marciare il suo pugile sulla strada più conveniente. Sapeva di avere nelle mani l’uomo giusto, il campione, doveva solo fargli percorrere il cammino migliore.

Sumbu Kalambay era stato convinto dal giornalista televisivo Mario Mattioli a farsi chiamare Patrizio, come Oliva. E poi il papà di Kalambay si chiamava Patrice e lui stesso aveva chiamato il figlio Patrick. La soluzione poteva dunque andare bene per un africano diventato italiano. 
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Il 25 settembre del 1985 il fatto era stato ufficializzato da un bigliettino firmato Kalambay, Sabbatini, Mattioli e distribuito alla stampa in occasione del campionato italiano con De Marco a Caserta.

Ma non bastava un nome italiano per imporlo all’attenzione generale. Gli stranieri sono quasi sempre stati impiegati come collaudatori, rivali buoni per arricchire i record di presunti campioni, per dare sostanza a carriere senza futuro. Sumbu invece i match li vinceva, bene e per knock out. Così lo tenevano alla larga dalla gente di casa nostra.
Aveva avuto la fortuna, e anche qui Galeazzi aveva svolto un ruolo importante, di entrare nel giro di Rodolfo Sabbatini. Il grande promoter aveva subito capito il valore del ragazzo. Ma gli serviva tempo per imporlo. Così lo aveva portato in giro all’estero e quasi sempre gli aveva evitato scontri diretti con pugili italiani.
Bravo Patrizio Sumbu lo era davvero. In Africa lo chiamavano Ali, da noi è diventato il Professore.

Una volta ho scritto: “Quando vedi combattere Kalambay ti innamori della boxe. Quando Patrizio sale sul ring la boxe diventa arte”.

Proprio così. I suoi muscoli erano come fili di un violino con cui lui, grande artista, suonava magiche note musicali.

Non c’è mai volgarità tecnica nel suo pugilato. Anche un ko era una forma di bellezza, oserei dire, sofisticata. Muscoli di seta che sprigionavano una forza che era acciaio puro.
È nato a Lubumbashi, quando quella nazione si chiamava ancora Congo Belga. È diventata Zaire e lui era sempre lì, costretto a cambiare nome per la prima volta. Gerard alla nascita, diventava Sumbu per l’imposizione rivoluzionaria di riappropriarsi delle radici africane.
Nel ’74 si trovava da quelle parti e non aveva perso l’occasione per seguire passo dopo passo la preparazione di Muhammad Ali a N’Sele, in una palestra a trenta chilometri da Kinshasa. Era stato allora che aveva capito: non sarebbe mai riuscito a sfuggire al fascino travolgente di questo sport. E Ali sarebbe diventato l’esempio a cui ispirarsi.
In Italia era arrivato alla corte di Sergio Cappanera ed Ennio Galeazzi, che poi era diventato il suo unico manager.

Taciturno, introverso, timido con chi non conosceva, Kalambay si rivelava affabile e spiritoso se solo riuscivi a entrare in confidenza. Fuori dal ring aveva lo sguardo dolce di chi si aspetta sempre il peggio. Eppure veniva da una famiglia medio borghese, papà contabile e mamma casalinga, non aveva mai sofferto la fame devastante di chi povero lo è davvero. Era stato il modo in cui l’Italia lo aveva accolto ad avergli probabilmente dato quel senso di insicurezza.
Per imporsi doveva essere dieci volte più bravo dei suoi colleghi. E lui l’aveva fatto, anche se lungo il cammino era incappato in sconfitte apparentemente inspiegabili.
Ci aveva offerto spettacoli indimenticabili.
Come la vittoria su Herol Graham a Londra, gestita dal promoter Roberto Sabbatini per la Total Sport. Niente tv, nessun giornalista al seguito. Era stato presentato come una vittima designata contro il “bomber” imbattuto e pronto per il mondiale.
E invece aveva dominato quella sfida, aveva tolto al britannico la possibilità di battersi per il titolo, guadagnando una borsa di un milione di dollari ed era tornato a casa con la cintura europea in tasca.

A quel punto, solo a quel punto, era stato salutato come meritava, da campione assoluto.
Poi c’è stat la conquista della corona contro Iran Barkley, detto “la lama”, a Livorno. Un rivale pericoloso domato chiaramente davanti a telecronisti d’eccezione: Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini.

Iran Barkley il mondiale contro Kalambay lo aveva perso chiaramente e si era inventato un modo per giustificare davanti agli altri e a sè stesso una sconfitta così pesante.
«In Italia non c’era nessun giornalista americano, non c’erano rappresentanti del pugilato americano. Quelli hanno riempito il tappeto con venti litri d’acqua, non chiedetemi perché. Alla fine non riuscivo a stare in piedi, scivolavo in continuazione, non avevo equilibrio. Kalambay non mi ha mai fatto male, l’ho picchiato più forte io. Lo avrei sconfitto in un match di strada, su un ring, ovunque. È pazzesco come abbia perso quel match».
Riguardate l’incontro e poi ditemi se questa non è altro che una scusa meschina. Quel combattimento Patrizio Sumbu l’ha vinto con pieno merito.

Dopo quel trionfo arrivava il successo a Montecarlo contro Doug De Witt, davanti a 6,2 milioni di tifosi entusiasti davanti alla tv!
Poi Kalambay affrontava a Pesaro un altro momento chiave della sua carriera. L’alleanza tra Roberto Sabbatini e Giorgio Belligotti, cui si era aggiunta la fondamentale sponsorizzazione di Berloni, portava in Italia Mike McCallum.
C’erano cinquemila spettatori in sala e oltre quattro milioni davanti ai teleschermi quando Patrizio Sumbu si consacra fenomeno assoluto e si inseriva tra i migliori pesi medi italiani di sempre.
Era un autentico fuoriclasse.
Sono sincero, nel pronostico avevo indicato l’americano come favorito.
Ma non ero certo l’unico. I bookmaker di Las Vegas pagavano Patrizio a 14/5. Lou Duva aveva preannunciato un successo del suo pugile entro il quinto round. Uno dei pochi a essersi sbilanciati in favore dell’italiano era stato Roberto “Mani di Pietra” Duran che, nel salotto della sua casa di Miami, mi aveva pronosticato un successo ai punti di Kalambay.

Avevo messo assieme il tutto ed ero entrato al Palasport con più di un timore. Per questo, quando avevo visto all’opera il talento puro di Kalambay, mi ero entusiasmato come un ragazzino. E avevo goduto di una gioia maligna quando, rientrando di notte in albergo, avevo sentito le urla del mitico Lou Duva che insultava l’intero clan americano per la disfatta.
C’è stato altro nella carriera di Sumbu. La sconfitta lampo contro Michael Nunn a Las Vegas, per esempio. Ottantotto secondi ed era tutto finito. Kalambay era stato schiantato da un colpo d’incontro che si era infilato in una guardia inesistente. Aveva provato a portare un timido jab sinistro, era rimasto un istante di troppo sul colpo e il mancino americano aveva piazzato il suo sinistro sopra una guardia troppo bassa affidata al destro di Patrizio. Un momento buio, da dimenticare in fretta.
Poi erano tornati l’europeo e un’altra sfida mondiale. Contro Chris Pyatt in Inghilterra. Nonostante gli anni e le mille battaglie combattute, ancora una volta il più bravo era stato lui. Ma alla fine a essere premiato era stato l’altro. Un successo, visto a posteriori, meritato ma che lasciava comunque il ricordo di un grande campione anche se sconfitto.

Fuori dal ring la vita di Patrizio Sumbu Kalambay ha avuto alti e bassi, fortune e sfortune. Oggi, a 65 anni, insegna boxe, anche se è quasi impossibile che trovi uno capace di esibirsi al suo livello. Ma ha buoni consigli da dare e un’esperienza con lui sul ring non può che far bene a qualsiasi pugile abbia voglia di imparare qualcosa di un’arte affascinante, ma terribilmente complessa come il pugilato.
Ennio Galeazzi se ne è andato a 91 anni. Le ultime cose che ricordo di lui sono un sorriso appena accennato a ingentilirne il viso, la cantilena marchigiana che accompagnava ogni discorso e una presenza costante accanto ai suoi uomini.
Con lui è scomparso un altro pezzo del pugilato di una volta che mi sento di rimpiangere ogni giorno di più.

Patrizio Sumbu Kalambay è nato a Lumumbashi (Repubblica Democratica del Congo) il 10 aprile 1956.
Altezza: 1.75
Categoria: medi
Record (dilettante) 90-5-0
Record (professionisti) 57-6-1, 33 ko

HALL OF FAME ITALIA 2021, 30 OTTOBRE A FORLI’

Il 30 ottobre serata di gala nell’ex Chiesa San Giacomo Apostolo (nell’area dei Musei San Domenico) a Forlì per la terza edizioni della Hall of Fame Italia, manifestazione ideata e organizzata dal quotidiano online boxeringweb.net che quest’anno avrà come partner il Comune di Forlì.Per l’edizione 2021, il Comitato Direttivo della manifestazione (composto da sette giornalisti: Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi, Dario Torromeo) ha deciso di inserire nell’albo d’oro della Hall of Fame Italia: Duilio Loi (campione mondiale dei superleggeri), Loris Stecca (campione mondiale dei supergallo), Patrizio Sumbu Kalambay (campione mondiale dei medi), Massimiliano Duran (campione mondiale dei massimi leggeri), Roberto Cammarelle (oro, argento e bronzo in tre diverse Olimpiadi nei supermassimi).Tra i Pionieri il riconoscimento andrà a Cleto Locatelli (campione europeo dei leggeri).Presenteranno la serata Davide Novelli, inviato della Rai e voce del pugilato sull’emittente di Stato, e Dario Torromeo, giornalista che ha raccontato dieci Olimpiadi e centinaia di campionati del mondo per il Corriere dello Sport-Stadio.

Il caso Khurtsidze. Storia di crimini, tribunali e giudici

Kuitaisi, Repubblica della Georgia, inizio giugno 2017.
Avadantil si allena duramente. Recentemente ha compiuto 38 anni. Fa il pugile professionista. Alto poco meno di 1.70, boxa tra i pesi medi. Con un fisico così hai una sola strada da percorrere sul ring, accorciare la distanza e provare a scaricare pesanti combinazioni da vicino. A volte, quasi sempre, gli riesce. È coraggioso, tosto, pronto a tutto. Mette assieme un record non male: 33-2-2, 22 ko. È campione ad interim per la WBO. L’8 luglio disputerà il match per il titolo, a Londra contro Billy Joe Saunders.
Da tempo vive a Brooklyn, ma la documentazione per un visto che gli consenta di risiedere permanentemente negli Stati Uniti non è ancora completa.
E poi ci sono conoscenze pericolose, frequentazioni imbarazzanti, peccati che il governo americano sta cercando di fargli pagare.
Ed è proprio una richiesta del Governo USA a convincerlo a prendere l’aereo e volare al JFK. Nessun dubbio, solo la certezza di recuperare il visto per poi concludere l’allenamento, andare a Londra, magari prendersi il titolo e tornare da campione a Brooklyn.
Non va esattamente così.
All’aeroporto trova due agenti della FBI. Lo arrestano. Gli contestano numerosi reati, la fonte di ogni male è la sua adesione alla Shulaya Enterprise, un’organizzazione criminale probabilmente concentrata nell’area della comunità russa a Brooklyn.
Finisce in prigione.
Il governo gli propone un patteggiamento, tre anni di condanna in caso di collaborazione. Lui rifiuta. Il giudice gli nega la libertà provvisoria per pericolo di fuga.
Il processo si tiene un anno dopo. Mini Mike Tyson, come lo chiamavano i tifosi, viene accusato di due reati: associazione a delinquere e percosse ripetute a scopo di estorsione.
Avtandil Khurtsidze è indicato come il principale responsabile del servizio di sicurezza dell’organizzazione, per cui avrebbe aggredito e picchiato più persone.
Il pubblico ministero è Andrew Adams, il giudice Katherine Forrest.
La giuria riconosce l’imputato colpevole di entrambe le imputazioni.
Il giudice lo condanna a 10 anni per ciascun reato, dandogli però la possibilità di scontare contemporaneamente la pena.
Gli avvocati difensori fanno ricorso.
C’è un appiglio nelle parole usate dal giudice in alcune parti della motivazione della sentenza.

Qui si tratta di inviare un messaggio ad altri stranieri che potrebbero cercare di venire sulle coste degli Stati Uniti. Lo status di Khurtsidze come cittadino straniero sarebbe quindi utile a trasmettere ed essere allo stesso tempo veicolo per un messaggio deterrente per la comunità georgiana, sia qui che all’estero.

Il ricorso viene presentato alla Corte di Appello del secondo distretto dello Stato di New York che, ieri, si è pronunciata riconoscendo che la nazionalità del condannato ha avuto un ruolo nelle decisioni prese dal giudice.
Confermato il verdetto, dunque riconosciuta la colpevolezza rispetto ai capi di imputazione. Ridotta la sentenza, nel rispetto di quanto raccomandato dalle linee guida consegnate ai giudici.
La pena si ritiene già scontata.
Avtandil Khurtsidze è libero di uscire fin dalla prossima settimana.
Non ha però il visto, difficile quindi che possa fermarsi negli Stati Uniti.
Ha 42 anni e non combatte da cinque, improbabile ma non escluso che torni sul ring.
Resta in prigione Razhden Shulanga, il capo dell’organizzazione, condannato a 45 anni.

Quarant’anni fa Leonard vs Hearns, i magici Ottanta…

Il 16 settembre 1981, quarant’anni fa, si affrontavano Sugar Ray Leonard e Thomas Hearns. È stato un decennio fantastico, il migliore fino ai nostri giorni.
Se qualcuno vi dovesse accusare di nostalgia, di essere rimasti ancorati alla vostra gioventù parlategli del calendario che sto per proporvi. Sono alcuni dei match che si sono svolti in quegli anni, li elenco in ordine cronologico.

1980
Leonard vs Duran I
Duran vs Leonard II
Hearns vs Cuevas
S. Sanchez vs Lopez
Hagler vs Minter

1981
Leonard vs Hearns
Holmes vs Snipes
S. Sanchez vs Gomez

1982
Hearns vs Benitez
Duran vs Benitez
S. Sanchez vs Nelson

1983
Hagler vs Duran
Hagler vs Hearns
Duran vs D. Moore
Duran vs Cuevas

1986
Hagler vs Mugabi
Chavez vs Lockridge
Tyson vs Berbick

1987
Hagler vs Leonard
Chavez vs Rosario

1988
Tyson vs M. Spinks
Chavez vs Ramirez

1989
Duran vs Barkley
Chavez vs R. Mayweather

Per quanto riguardo le cose di casa nostra, vi ripropongo l’introduzione del mio libro Eravamo l’America. Leggete cosa sono stati capaci di fare i pugili italiani in quel decennio.

«Agostì, ma tu lo sai cosa è la boxe?».
Sì, maestro.
«E allora dimmelo».
Che le devo dire?
«Cosa è la boxe?».
Dare e prendere cazzotti.
«Non ci siamo Agostì».
Me lo dica lei, cosa è la boxe?
«È il prezzo che devi pagare per guadagnarti il Paradiso».
E devo pagarlo subito?
«Più soffri in palestra, meno soffrirai durante il match».
Sì, maestro.
«Se capirai sino in fondo il concetto, imparerai anche che senza sacrifici non potrai realizzare i tuoi sogni».
E se durante il combattimento mi capitasse di andare giù?
«Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra. L’ha detto lui…».
Lui, chi?
«Muhammad Ali».
Me sa che adesso ho davvero capito, mae’.
«Bravo Agostì. Vai sul ring e fammi due riprese di guanti col Valeriana, chissà mai riuscissi a svegliarlo un po’…».

Sognatori che non si sono mai arresi.
È la definizione poetica che Nelson Mandela ha dato dei vincitori.
In queste pagine racconto le loro storie.
Parlo di uomini che ho visto soffrire, maledire il mondo, avere paura, sognare, gioire, esultare. Quando salivano sul ring lasciavano nello spogliatoio ogni indecisione e si abbandonavano alla lotta. È così che sono arrivati in vetta, pronti a cogliere il frutto delle loro fatiche. In tre hanno vinto l’oro olimpico, in sette il mondiale tra i professionisti. Qualcuno ha raccolto entrambi.
Per uno strano caso del destino, ma forse non era un caso e il destino c’entrava poco o nulla, quei signori hanno realizzato le loro imprese nello stesso arco di tempo. I meravigliosi anni Ottanta.
Eravamo l’America, avevamo il mondo in pugno. Erano i giorni dell’abbondanza e io inseguivo storie da raccontare.
Prima di scrivere questo libro mi sono imposto due regole.
Avrei parlato solo degli italiani che nel decennio il mondiale professionisti lo hanno vinto.
E avrei narrato esclusivamente i match che ho vissuto a bordo ring. Perché di questi posso restituire immagini, profumi, retroscena, parole, gesti.
Ho mantenuto l’impegno per ognuna delle storie che troverete in queste pagine, tranne una. Non ero in platea, ma a tremila chilometri di distanza. Eppure era come se fossi lì, seduto in prima fila ad assistere al trionfo.
Ho messo assieme parole, fatti e suggestioni di ogni combattimento.Sono sfilati davanti ai miei occhi gli scenari di quelle imprese: Las Vegas, Mosca, Los Angeles, Seul, Milano, Napoli, Agrigento, Montecarlo, Atlantic City, Genova, Perugia, Pesaro, Saint-Vincent, Sanremo, Siracusa. Palcoscenici dove a recitare erano signori che si chiamavano Patrizio Oliva, Loris e Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Giovanni Parisi, Valerio Nati, Sumbu Kalambay, Francesco Damiani. Uomini che hanno reso nobile l’arte di casa nostra.
Storie affascinanti, segreti nati dietro le quinte, notti di confessioni, vigilie di peccato.
Boxe e vita viaggiano a stretto contatto, anche se non sono poi così convinto che si possano confondere. Sono un discepolo della scuola della scrittrice americana Joyce Carol Oates. “La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I nostri campioni hanno attraversato gli anni Ottanta lasciando segni profondi. Match appassionanti, sconfitte che lacerano l’anima, vittorie che ripagano di ogni sacrificio, ferite che porteranno dentro per sempre.

Giallo Olimpico. Il CIO minaccia, l’AIBA ringrazia

Christophe De Kepper, direttore generale del CIO ha scritto una lettera a Umar Kremlev presidente dell’AIBA. Nella lettera dice, tra l’altro: “Considerando le numerose preoccupazioni rimaste irrisolte, il Comitato Esecutivo del CIO ha chiesto al direttore generale del CIO e al responsabile dell’etica e della conformità del CIO di seguire la situazione dell’AIBA e di analizzare tutti gli elementi richiesti, nonché i risultati delle conclusioni dei vari esperti indipendenti, in vista delle potenziali decisioni della sessione del CIO. Sulla base di quanto sopra, il Consiglio Direttivo del CIO ha ribadito le sue più profonde preoccupazioni e ha confermato la sua precedente posizione in merito al posto del pugilato nel programma dei Giochi Olimpici di Parigi 2024 e nelle future edizioni dei Giochi Olimpici”.
L’AIBA ha risposto: “L’AIBA sta lavorando da tempo a una riforma globale ed è grata per il riconoscimento pubblico del CIO che è stato sicuramente fatto un passo avanti in termini di buon governo, come confermato dall’ASOIF. Sono già in corso riforme di ampio respiro in termini di integrità finanziaria, buon governo e integrità sportiva, comprese tutte le aree menzionate dal CIO e altre ancora. In ciascuno di questi settori sono coinvolti esperti indipendenti. L’AIBA è fiducioso che queste riforme vedranno l’AIBA soddisfare e persino superare i criteri stabiliti dal CIO per il ripristino”.
Sintetizzando.
Il Comitato Olimpico Internazionale dice che l’AIBA non ha fatto le riforme richieste e rischia di rimanere fuori dai Giochi di Parigi 2024 e dalle successive Olimpiadi.
L’AIBA risponde ringraziando il CIO e dichiarando che è grata per il pubblico riconoscimento dei progressi fatti.
Non capisco…

Holyfield e altri orrori. La boxe è una pietra che rotola

Come una pietra che rotola è un capolavoro di Bob Dylan.
La canzone, Like a rolling stone, parla di una condizione di privilegio persa lungo il cammino della vita.
È ispirata da Edie Sedgwick, una ragazza che Dylan conosceva, attrice e musa ispiratrice di Andy Warhol, che morì a soli 28 anni distrutta dalla droga. Ciò che rende grande la canzone è la lezione trascendente che ci dà sulla vita, in quanto parla dei valori che ritiene più importanti: l’integrità, l’onestà, la famiglia. Edie Sedgwick aveva abbandonato tutte queste cose per un mondo di divertimento. Era riuscita a entrare in quel mondo perché attraente, ben istruita e, almeno per un po’ di tempo, aveva goduto della compagnia di questa società. Quando i soldi e gli sguardi erano finiti, non era più stata accolta dalle persone di quel mondo. Purtroppo, non aveva più una famiglia da cui tornare perché anche loro l’avevano abbandonata a causa dei suoi segreti e bugie. Alla fine, diventata “invisibile”, non aveva più “segreti da nascondere”. Era letteralmente “senza una casa, come una sconosciuta, come un sasso che rotola via”. (cit. blogdellamusica.eu)
Rivedo a grandi linee la storia della boxe.
Dove sono Ali, Hagler, Leonard, Chavez, Mayweather, senza andare per forza lontano nel tempo fino a incrociare Sugar Ray Robinson? Lì dove erano loro, oggi c’è un protagonista di YouTube, una ex leggenda cinquantottenne che torna sul ring e prende botte per un minuto e mezzo, qualche lottatore delle arti marziali, vecchie glorie in lotta con il tempo.
Ho visto Evander Holyfield. È finita come ogni essere umano, in possesso di tutte le facoltà mentali, pensava finisse. Per una volta guardiamo la Luna e lasciamo stare il dito. La Commissione della Florida ha sancito il match tra l’ex campione mondiale dei massimi e Vitor Belfort, ha detto che i due protagonisti avevano i requisiti per essere autorizzati al combattimento. Un uomo che il 19 ottobre compirà 59 anni e un altro che ha disputato un solo incontro quindici anni fa, potevano salire sul ring e prendersi a pugni.
È lo specchio della peggiore boxe di oggi. Ci sono ottimi campioni in giro, mancano i personaggi carismatici. E allora si aprono voragini per chi sullo spettacolo vuole speculare. A qualunque costo. Ma la boxe ha un coefficiente di rischio che non permette errori. È pericolosa.
Anche all’interno di quella che dovrebbe essere una normalità che non esiste più, troviamo falle sempre più grandi. Fino a quando non ci scapperà il morto. Dovesse accadere, seguirebbero lacrime e promesse di giustizia, urla scandalizzate, cambiamenti che durerebbero pochi giorni, al massimo un paio di settimane. Per poi farsi trovare pronti a tornare nel fango.
Il sistema è marcio dall’interno. In molti aspetti.
Ieri ho visto per caso un match su YouTube.
Venerdì in Austria è andata in scena una sfida tra pesi massimi imbattuti, sul ring per il titolo Internazionale dell’IBF.
A prima vista sembra una normale serata di boxe.
Uno dei due aveva un record di 12-0, con 11 successi per ko.
Il record dell’altro era 22-0, 22 ko.
Quei numeri però raccontavano un’altra storia, per conoscerla era necessario scavare tra i nomi, leggere tra le righe.
Si poteva così scoprire che Marko Radonjic, montenegrino che vive in Germania, quasi tutte quelle ventidue vittorie le aveva ottenute contro rivali che avevano più sconfitte che successi. Vittime designate, knock out facili. Tanto per spiegarmi meglio, otto dei peggiori avversari vantavano un record complessivo di 40 vittorie e 215 sconfitte.
Salito sul ring con quasi otto chili sopra il limite segnato negli ultimi incontri, Radonjic è andato quattro volte al tappeto nel secondo round e una nel terzo.
L’arbitro ha interrotto il match prima che cominciasse il quarto. Non capisco perché il signor Jorge Milke non lo abbia fatto durante la seconda ripresa, quando il montenegrino andava giù praticamente ad ogni colpo incassato.
Nessuna delle quattro associazioni maggiori (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) pone Radonjic tra i primi 15 del mondo. Il sito specializzato boxrec.com lo mette al numero 233 nella graduatoria mondiale. Eppure l’International Boxing Federation lo ha designato per un titolo.
Visto all’opera, non credo che abbia grande futuro. Oltre ad avere subito cinque knock down, non ha mai impensierito il rivale. La sua percentuale di colpi a vuoto è stata imbarazzante.
Ma non è che l’altro abbia fatto una gran bella figura.
Filip Hrgovic (13-0, 11 ko) è in classifica per tre enti: 4 Ibf, 9 Wbc, 13 Wbo.
Dicono sia candidato a sfidare qualcuno tra i migliori delle graduatorie. Non credo che, se ciò dovesse accadere, avrebbe possibilità di vittoria.
In pochi giorni i pesi massimi hanno offerto il peggio di sé, in un mondo che perde sempre più colpi.
Come una pietra che rotola.